Close to me: intervista ai Vanessa Van Basten

vanessa van basten

Uscito da pochi giorni, lo split con gli Hemelbestormer conferma la presenza sul mercato discografico dei Vanessa Van Basten. È vero che Closer to small/dark/room un successore non lo ha ancora avuto (e forse non lo avrà mai…), ma la creatura di Morgan Bellini continua imperversa a voler regalare emozioni alla sua ristretta (?) cerchia di cultori. Del presente e del futuro della band ne abbiamo parlato proprio con Morgan, in un appassionato scambio epistolare 2.0.

Morgan, sei tornato a Trieste dopo aver passato gli ultimi due anni e mezzo in Austria. Come mai?

Mi servivano un paio d’anni di latitanza… ho subito trovato asilo come altri nella mia stessa situazione, presso il ristorante “I terronacci”, nel primo distretto. Passavo 12 ore al giorno a servire ‘sti rozzi neoricchi russi che pasteggiano a pizza e caffelatte. Ma la copertura è garantita, niente domande sul passato. Scherzo. No, mi ero solo rotto. Grande atmosfera a Vienna ma un po’ troppo impegnativo decidere di restarci per sempre. Ora muoio di noia nella “mia” Trieste ma ho riguadagnato il mare, il cibo, vecchi amici… Al momento va bene così.

In un’intervista dichiarasti che avresti cercato musicisti del posto per continuare a suonare come Vanessa Van Basten. Negli ultimi due anni e mezzo però non si sono avute vostre notizie. Che cos’è successo, il progetto non è andato in porto?

Il progetto andò in porto eccome e fu anche molto stimolante per me, ma il materiale non c’entrava nulla con Vanessa. Quindi chiamammo la band The Insekt e registrammo una demo di quattro pezzi, uno dei quali è ascoltabile nella sezione “Side Project” della nostra pagina ufficiale. Colgo l’occasione per salutare Marian Weibl che ha contribuito tantissimo al mio inserimento nella capitale austriaca, fornendomi immediatamente una sala prove, un bravo batterista ed un amico.

Se ti domandassero “Chi sono i Vanessa Van Basten?”, cosa risponderesti, un gruppo o una maschera dietro cui si cela Morgan Bellini?

Questo progetto è da qualche anno la mia valvola di sfogo ed è una cosa molto profonda per me, che coltivo sempre. Come “band” abbiamo smesso con i concerti da qualche tempo ma quando ci incontriamo componiamo regolarmente e pubblichiamo sempre materiale. Io tendo a proseguire la mia strada anche da solo ma finora gli altri membri sono sempre stati presenti in registrazione. La distanza non aiuta. Probabilmente fra un po’ di tempo sentirò l’esigenza di cambiare monicker ma al momento mi riconosco ancora in Vanessa Van Basten.

Per chi legge, potrebbe essere interessante capire il vostro metodo di lavoro. Vi scambiate idee via mail?

Normalmente non lo facciamo, piuttosto ci organizziamo per vederci di persona tutti quanti e comporre materiale nuovo o registrare parti già predisposte dal sottoscritto. Ad esempio, dopo il mio ritorno in Italia, ho passato qualche mese a Genova e abbiamo subito affittato una sala dove abbiamo ripreso un’oretta di materiale con la formazione a tre. Questi pezzi verranno tutti pubblicati, come è stato per il brano sullo split con i MoRkObOt, uscito su Subsound.

Quindi il brano dello split con i MoRkObOt non fa parte del tuo sterminato archivio? Si tratta di un brano composto per l’occasione?

Sì, Start to Run è stata scritta a sei mani appositamente per lo split. Inizialmente doveva uscire come sette pollici, ma abbiamo sforato il limite dei 6 minuti per lato e alla fine abbiamo optato per il 12 e aggiunto i rispettivi remix. Curiosamente, i brani dei due gruppi durano entrambi 8 minuti e 58. Pazzesco, manco a farlo apposta!

Che cosa ci dici invece dello split di prossima uscita con i belgi Hemelbestormer?

Esce tra pochi giorni su Consouling Sounds. Gli Hemelbestormer fanno post-metal strumentale, con tinte black (è il loro background). I belgi aprono e chiudono il disco con due pezzi monolitici e ripetitivi per i quali ho curato personalmente la fase di mastering, cercando di rendere l’impasto il più pesante possibile. In mezzo, parti ambientali a parte, ci sono i due pezzi dei Vanessa, di cui sono molto orgoglioso: Odyssey Song, molto potente e influenzata da God Machine, Killing Joke e Nirvana, seguita da Hidden Under Terms Like, un brano molto metal, sicuramente il nostro pezzo più oscuro di sempre. Penso che il songwriting sia più fresco e immediato rispetto alle cose fatte su Closer to small/dark/room, inoltre c’è molta più voce che in passato.

A proposito di voce. I VVB nascono come band strumentale? O hai fatto di necessità virtù, non avendo trovando un cantante adeguato alla tua estetica musicale?

Abbiamo cominciato come band volutamente strumentale ma poi negli anni ho iniziato a sentire l’esigenza di cantare qualche segmento qua e là. Purtroppo non sono un vero cantante ma solo uno che ogni tanto si diverte a “suonare” la voce. Dopo la mia esperienza in Austria con i The Insekt, in cui facevo il frontman, ho preso maggior confidenza col microfono e ora ho aumentato di numero le parti cantate anche nei Vanessa. Cantare è la cosa più divertente del mondo, anche se senza una base tecnica è davvero difficile essere credibili. Per fortuna non ho troppe pretese, alla fine uno dei miei riferimenti è Scott McCloud dei GVSB, che secondo me canta da Dio ma di solito fa due note in croce (e molto basse).

Quanto è importante la tecnica strumentale, tue e dei tuoi musicisti, per registrare un disco dei Vanessa Van Basten?

Per me la tecnica è totalmente irrilevante, salvo quando è talmente scarsa che non ti permette di esprimere quello che hai dentro. Ma alla fine succede raramente e comunque a volte accontentarsi regala sorprese sonore particolari, irripetibili quando ci si concentra per suonare bene.

Tecnica a parte, una “sorpresa sonora” potrebbe essere la vostra reinterpretazione di Disintegration dei Cure. Ce ne vuoi parlare?

Volentieri. Le atmosfere di Disintegration hanno un effetto particolare su di me, fin da quando ero ragazzino. Penso alle melodie di Closedown, Plainsong… Il disco mi fu passato dalla mia ragazza di allora ma in ogni caso è speciale per molti. Coi Vanessa in saletta jammavamo spesso con melodie simili e anche con pezzi tipo Closedown. Ho pensato che il nostro suono poteva adattarsi molto bene a quelle atmosfere e ho registrato alcuni demo da solo, cercando di mantenerle intatte. Per me Disintegration è un disco ipnotico e ho pensato che quelle canzoni, reinterpretate in un modo tipo La scatolaScolopendra sarebbero uscite bene. Poi mi è venuta voglia di registrarlo tutto, con batteria, amplificatori, ecc… E l’ho fatto. Ma alla fine userò solo quattro o cinque pezzi, quelli venuti meglio: rifare completamente Disintegration rasenta la megalomania, gli originali sono eccezionali. Mi basterebbe un Disintegration EP con Plainsong, Closedown, Fascination Street e Untitled.

Con quale formazione sarà registrato questo EP?

Contribuiranno diversi personaggi della scena triestina, come Francesco Valente (Il teatro degli orrori) e Lorenzo Fragiacomo (The Butterfly Collectors). Ancora da confermare la presenza al basso di Francesco Candura (Jennifer Gentle, Stop the Wheel). Infatti Stefano, il nostro bassista, è attualmente impegnato col suo nuovo progetto Mope, quindi probabilmente non potrà partecipare. Spero di trovare una label per poterlo stampare su supporto fisico, altrimenti, trattandosi comunque di una sorta di divertissement, lo distribuiremo solo in rete.

Quanto bisognerà invece aspettare per il nuovo album dei VVB?

Non ne ho idea… probabilmente parecchio e forse non arriverà mai più. Ma la buona notizia è che una piccola label si è offerta di pubblicare a breve un cd d’archivio. Negli anni ho conservato gelosamente tutti gli inediti incluse versioni demo, abbozzi, jam sessions, riprese dal vivo, estratti di colonne sonore… Svariate ore di musica. È arrivato il momento di fare una bella selezione da questo materiale, assemblarlo come si deve e darlo in pasto a chi vuol farsi ancora un bel viaggio di un’oretta con noi. Proverò a mettere in piedi una sorta di “Soundtracks for the Blind” dei Vanessa, un collage di pezzi e pezzettini che insieme vanno a formare una specie di mosaico molto lo-fi e variegato, ma anche molto genuino.

Come mai potrebbe non arrivare?

In effetti mai dire mai, in passato il progetto ha avuto periodi di ibernazione ma è sempre riuscito a tornare. Certo, adesso ci sono questi due split nuovi, l’EP di Disintegration e il disco con gli inediti nel prossimo futuro, ben quattro uscite che pur non essendo album veri e propri ci hanno comunque tenuti impegnati; senza i concerti a fare da supporto e considerando gli altri progetti dei componenti probabilmente seguirà un periodo di scarsa attività, perlomeno con questo monicker. Sto facendo prove per un altro progetto, qualcosa che mi piacerebbe portare dal vivo, lo stesso sta già facendo Stefano, vedremo quale piega prenderanno le cose. Personalmente mi ritengo soddisfatto perché nonostante grandi distanze e problemi anche personali, in fondo stiamo riuscendo a proporre materiale nuovo, le cover che volevamo fare da sempre e anche questa retrospettiva un po’ sperimentale, molto “colonna sonora”.

Potresti anticiparci qualcosa di questo nuovo progetto?

Al momento posso dirti solo che si tratta di materiale più duro e molto meno dreamy rispetto ai Vanessa e che stiamo provando in saletta solo da un paio di settimane. La vita ultimamente mi ha presentato nuove sfide, sono in battaglia innanzitutto con me stesso. Ne sta uscendo roba dissonante, sporca e violenta da parte mia. Comunque è davvero presto per poter dire di più.

Due anni fa chiuse lo studio Psygnosis , l’anno scorso LucasArts (note case di produzione di videogiochi con all’attivo titoli come, rispettivamente, Shadow of the Beast e la serie di Monkey Island, ndr). Un’epoca che finisce?

Guarda, se c’è una cosa che mi manca tanto sono i videogiochi. Non ho la console da una decina d’anni, sarebbe un vizio aggiunto, dovrei togliere tempo alla musica… ma sono letteralmente cresciuto in mezzo ai videogames. Il marito di mia madre aveva una sala giochi negli anni ’80, la domenica mattina andavo a consumare gettoni gratis. Ero invidiato da tutta la classe! Poi arrivarono il Commodore 64, l’Amiga e via dicendo. Il massimo per me è stato ICO per la PlayStation 2. In un certo senso spero con i Vanessa di essere riuscito a infondere anche un pizzico di quell’atmosfera.

Il videogioco, e non il film, che meglio si coniugherebbe con l’estetica musicale dei VVB?

Ribadisco, le atmosfere di ICO (e anche del suo “seguito” Shadow of the Colossus) escono dalla sfera dell’intrattenimento ludico ed entrano prepotentemente nel mondo dell’arte. La menzione d’onore va al grande Another World per Amiga.

Marco Gargiulo

Si ringrazia per la collaborazione Christian Gargiulo

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