Behind the Records: Fallo Dischi

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Com’è nata, com’è strutturata e quali sono gli aspetti che differenziano la Fallo Dischi dalle altre etichette indipendenti italiane?

Alessio Forgione: Cosa ci differenzia, esattamente, non lo so, forse niente forse tutto. Credo che Napoli sia una sorta di pellicola davanti agli occhi. Non so bene come spiegarlo ma tutto quello che facciamo e diciamo avviene con Napoli davanti agli occhi, nella vita privata così come nella pubblica vita di Fallo Dischi. Napoli è il nostro modo di pensare, il nostro stile, la nostra filosofia, la nostra malattia e la nostra medicina. Se mi dovessero chiedere di descrivere la mia persona la prima parola che utilizzerei è “napoletano”, napoletano ancor prima d’esser me stesso e così per tutte le persone che compongono Fallo Dischi. Non siamo italiani, non è campanilismo “io sono meglio di voi, fanculo“. Ne facciamo semplicemente un discorso culturale, di diversità culturale: siamo al 100% napoletani, allo stadio quando c’è l’inno nazionale lo fischiamo, quando giocano il mondiale tifiamo Argentina, se ci riuniamo per un pranzo c’alziamo da tavola a mezzanotte, guardiamo con diffidenza la Polizia, viviamo di escamotage, guardiamo con simpatia i miserabili di questo mondo, reputiamo il comprare sigarette di contrabbando un gesto filantropico. Siamo napoletani, nel bene e nel male, per tanto Fallo Dischi è al 100% napoletana e credo che è questo che ci differenzi dalle altre etichette indipendenti italiane: loro non sono napoletane. Siamo Alessio, Mario e Michele, siamo napoletani e volevamo mettere Napoli sulla mappa: I-UA’-IN.

Perché “Fallo Dischi”?

Perché abbiamo passato troppo tempo nei treni regionali per Roma, per andare a vedere concerti per 50 persone, perché lo stesso concerto a Napoli sarebbe stato un concerto per 15 persone – e quindi si risolveva non organizzandolo proprio. Così siamo arrivati noi, con l’idea che tutto può interessare a tutti per i più disparati motivi, ci siamo messi sotto, abbiamo cercato di mettere la pulce nell’orecchio a quante più persone possibili. È bello “il fare”, molto più del lamentarsi. E poi c’erano troppi bei gruppi napoletani privi d’alcuna mondanità, stronza volontà di potenza e voglia di farsi conoscere che andavano documentati. A poco a poco li faremo tutti. Non si salverà nessuno.

Quando hai fondato l’etichetta, avevi uno o più modelli?

Diversi, l’elenco sarebbe lunghissimo ma facciamo lo sconto con i nomi più nazionàl-popolari: Dischord, SST, Factory.

Qual è la filosofia generale dell’etichetta?

Non metterlo nel culo a nessuno, non farselo mettere nel culo da nessuno.

Fate tutto da soli? O vi avvalete dell’aiuto di qualcuno?

Siamo persone fortunate, ci sono un sacco di persone che ci vogliono bene e ognuno contribuisce come può e a modo suo a questa impresa sgangherata. Da Stefano che c’aggiorna il sito a Daniele che ospita i gruppi a dormire – ha ereditato questa mansione da Domenico; da Peppe che fa i video ad Emilio che cammina con la cassa del basso, sottobraccio, per i vicoli di Napoli. Ognuno ci mette il suo, da chi viene ai concerti a chi compra i dischi, abbiamo sempre un sacco di persone da ringraziare. Siamo fortunati.

Come selezionate gli artisti da accogliere nel roster?

Ci devono star simpatici. Bella presenza e conoscenza di almeno due lingue. Poi se hanno anche i genitori ricchi son da sposare.

Siete più voi a cercare, o siete soprattutto cercati? Qual è il tuo metodo per cercare nuove band da pubblicare?

Non cerchiamo nessuno. Cancelliamo come se non ci fosse domani tutte le mail di gruppi che c’arrivano e non c’è giorno che non arrivino. TUTTE – se stai leggendo questa intervista non mandarci mail, è severamente vietato. Danno molto al cazzo le mail di queste persone che arrivano e ti scrivono e magari non hanno mai comprato un disco fatto da Fallo Dischi, non sanno chi sei, cosa vuoi, cosa pensi, come ridi, che persona sei. L’unico gruppo che non conoscevamo di persona, che c’è arrivata la mail e che ci siamo detti sono “fighi, aiutiamoli, vediamo che persone” sono, sono stati i What Contemporary Means. E con loro stop. Tutti gli altri vanno dalla categoria “amici fraterni” a quella “peccato vedersi così poco”.

Che tipo di accordi vengono stipulati con gli artisti? E come vengono suddivisi investimenti, lavoro ed eventuali profitti?

Profitti?

In media, quanto vende un titolo? E qual è stato il vostro best-seller?

Una cosa abbiamo capito: nel breve periodo non si vende mai troppo, ma nel lungo le copie viaggiano, a volte finiscono, arrivano dove non pensavamo arrivassero, il nome gira e nel prossimo breve periodo se ne venderanno un po’ di più. Quindi è difficile fare una media: ci sono dischi che vendono bene, alcuni che vendono così e così, alcuni che vendono niente. Ce li teniamo tutti stretti, li abbiamo desiderati tutti.

Qual è il tuo album preferito tra quelli pubblicati? E quello più sottovalutato?

È impossibile dire il preferito, veramente. Impossibile. Per la palma del più sottovalutato ci giocheremmo un “Sale” dei Pedalò, che ebbe ottime recensione ma non ci rese, inspiegabilmente, ricchi e famosi. E pure è un gran discone.

In percentuale, quante copie si vendono nei negozi, quante attraverso il vostro sito e quanto ai banchetti dei concerti?

Solo alcuni dei dischi del nostro catalogo arrivano nei negozi e quelli che c’arrivano lo fanno grazie a Luca Benni di To Lose La Track (big up Luca!). Quindi non saprei dirti. Ai concerti si vende bene, ma il sito ultimamente sta lavorando parecchio e credo che oramai si equivalgono. Quindi, ragazzi e ragazze che venite ai concerti, comprate comprate comprate! Non facciamo vincere il popolo della rete.

Come vedi in prospettiva “l’oggetto” disco? Pensi anche tu che il futuro sia nei file da scaricare, con la “fisicità” di vinile e/o cd ad appannaggio di una ristretta cerchia di cultori e nostalgici?

L’oggetto disco è fottuto, più o meno come tutto il resto. Fino a quando non riusciremo a stampare un vinile 180 grammi in hashish non riusciremo mai a risollevare questo mercato discografico. Questa ristretta cerchia di cultori c’è, ma sono veramente una ristretta cerchia; la grande cerchia o almeno la cerchia intermedia sono quelli che si presentano al concerto, hanno scaricato tutto, conoscono i pezzi, li cantano pure, ti vengono a fare i complimenti e tutto ma poi il disco non lo comprano. Non so, pur di comprarmi i dischi, io, rubavo i soldi dalla borsa di mia nonna, ma ognuno è fatto a modo suo e poi, comunque vada, non moriremo ricchi e fa molto piacere vederli cantare canzoni che hai contribuito ad esistere. Va benissimo così.

C’è qualche altra etichetta italiana con la quale vi trovi in sintonia?

To Lose La Track, V4V, La Fine, Mescaleros Crew, Flying Kids, Que Suerte, Lemmings Record… Diverse e delle più disparate.

Che cosa dobbiamo aspettarci da voi nei prossimi mesi?

Tanto sole, mare e lavori usuranti.

a cura di Marco Gargiulo

Behind the Records: la parola alle etichette discografiche.

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