Marissa Nadler – July

Marissa Nadler - July

Marissa Nadler - JulyCon ben otto dischi all’attivo in poco più di dieci anni Marissa Nadler è una delle cantautrici americane più prolifiche, ma ciò non toglie che ogni suo disco sia un passo in più verso la maturità artistica. Una bravissima fabbricatrice di storie la Nadler, artista poliedrica che dopo aver studiato arti visive ha abbandonato la carriera di pittrice per dedicarsi completamente a quella musicale. Forse non completamente, visto che quando non è in tournèe insegna ancora arte in un liceo nel natio Massachusetts. Dice che questo l’aiuta a non perdere il contatto con la realtà e a disintossicarsi dal mondo della musica.

Le sue influenze spaziano dal vecchio folk al country, ma insospettabilmente molto anche dal metal (sono sue le backing vocals nell’ultimo disco degli Xasthur, e ascoltando il suo nuovo album, “July“, si percepiscono un po’ di quelle atmosfere dark, oscure e metallice.

Dopo essersi autoprodotta gli ultimi due album con il contributo del foundraising da parte dei fan è tornata a firmare un contratto discografico e lo ha fatto con la Sacred Bones (Zola Jesus, tra gli altri). E ha dato alle stampe un album che ,pur non discostandosi troppo dal suo stile, ne proietta l’immagine in una fase più adulta, riportandola forse ad una libertà espressiva essenziale. Come lei stessa ammette: “È bello avere un’etichetta alle spalle, anche perché idealmente preferisco passare il mio tempo a scrivere e fare musica piuttosto che stare di fronte ad un PC a postare roba ogni singolo giorno; perché quello è un lavoro a tempo pieno di per sè”.

Arrangiamenti, arpeggi e suoni sono del tutto ornamentali. Nelle canzoni di Marissa Nadler contano maggiormente le atmosfere, create con l’ausilio di pochi strumenti.

A fare da apertura al disco, canzoni intime dove le sovraincisioni della voce iniziano da subito a fare atmosfera. Qualche riverbero di chitarra elettrica fa sì che si amplifichi la dinamica dei pezzi, dei pezzi, escamotage usato più volte all’interno del lavoro. Passati i primi quattro brani ecco arrivare la splendida Dead City Emily, primo singolo estratto. Forse il momento più alto e intenso dell’album, una ballata triste a cui segue l’unico pezzo costruito su una ritmica basso-batteria: Was It a Dream, il centro del disco e il suo momento maggiormente movimentato. Il registro torna a farsi più pacato con l’arpeggio di piano di I’ve Got Your Name che riporta tutto all’atmosfera iniziale. Ecco poi ridiscendere delicatamente verso la conclusiva Nothing in My Heart, una poesia di un’amore perduto che chiude perfettamente il cerchio.

C’è da chiedersi la Nostra se non possa forse fare di più, comporre qualcosa di più complesso, date le enormi capacità vocali e una scrittura così lineare. Ma ancora una volta con questo disco ci troviamo di fronte ad una finestra che riflette su un paesaggio crepuscolare che difficilmente lascia indifferenti, se ascoltato con attenzione.

Il mondo magico e incantato che la Nadler crea con la sua voce è comunque qualcosa di speciale, sono favole fatte per addormentarsi e sognare. Incubi o sogni fa poca differenza.

Nicola De Amicis

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