Mope – s/t

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mopeLe uniche parole che mi vengono in mente ora, di getto, cercando di impostare la recensione al debutto dei Mope sono: “questo disco è un capolavoro”.

C’è poco da fare, Taxi Driver Records è forse il più eroico e prolifico baluardo della musica “pesante”, in Italia. L’etichetta genovese, dopo aver sfornato un eccelso debutto degli Eremite (band del deux ex machina Fabio Cuomo, a cui sono affidate, guarda un po’, le pelli nei Mope) ci regala un’altra piccola perla di apocalisse sonoro con questo LP.

La formazione è atipica: batteria, basso, chitarra e sax. La presenza di due elementi femminili è fondamentale: oltre ad essere una piacevole scoperta in un ambiente prettamente maschile, Jessica Rassi alla chitarra, ma sopratutto l’eccelsa Sara Twinn al sassofono, reggono le redini del gioco con una maestria e una perfezione inaudite.

Immaginate i più oscuri canti stoner-doom, crepuscolari, sabbathiani, al limite (alle volte ampiamente superato con estrema goduria dell’ascoltatore) del drone più ipnotico, fusi con gli eterei maestri del dark-jazz (alla Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, per intenderci) in una vorticante e lisergica jam al limite estremo del mondo, da una parte l’abisso, dall’altra le sinuose e quasi discrete linee di sax. Il gruppo cammina sul filo, tessendo trame ritmiche cadenzate ma delle impressionanti strutture e risvolti tecnici, disorientando il pensiero dell’ascoltatore. Ecco, questo è un punto molto importante: i Mope sono andati oltre, hanno preso elementi apparentemente inconciliabili e li hanno mischiati, creando un costrutto sonoro magnificamente aberrante.

Unico neo? Pur essendo assolutamente trascurabile, vista la caratura dei tre brani (Old Grey Street, Doomed to Feed the GroundLa caduta) che i Mope ci propongono, il missaggio del disco cede in alcuni punti, purtroppo: l’enfasi sonora che alcuni passaggi dovrebbero evocare alle volte vacilla, complice probabilmente una scelta puramente tecnica. A parte questo microscopico dettaglio? Un disco eterno.

Fabio Fiori

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