VideoVisioni: The Gentlemen’s Agreement – Dire… direttore

The Gentlemen's Agreement

Per lungo tempo, l’approccio principale alla visione dei videoclip della scena musicale italiana è stata la dimensione del “già letto”. Non parlo di “cose già viste” ma proprio di “cose già lette”: situazioni che richiamano un contesto, un background, un genere, un messaggio, una trama o delle consequenzialità prevedibili perché sappiamo già dove il regista, o chi per lui, vuole arrivare. Questo approccio, che magari in altri contesti espressivi (come il cinema) può essere un punto di forza, nel videoclip è negativo a “causa” della natura “unica” dei singoli prodotti, slegati da un’industria e interessati solo a servire quella determinata canzone.

Ma evitando da subito le polemiche, si può dire con buona approssimazione che negli ultimi cinque anni questa condizione si sia pressoché ribaltata. Non cantiamo vittoria, la democratizzazione delle tecnologie per fare video continua a produrre tante cose negative, ma è proprio per questo che i video come quello realizzato da Roberto Di Costanzo per Dire… direttore dei The Gentlemen’s Agreement va inserito nel filone della “boccata d’aria fresca e necessaria”.

Innanzitutto guardando il video una prima volta, e leggendo poi il background del regista Roberto Di Costanzo, appare chiaro come sia più corretto parlare di “consapevolezza” del mezzo visivo più che semplice conoscenza della tecnica. E gli elementi che portano a dire questo sono principalmente quattro.

Il primo da citare è sicuramente la scelta di decostruire il punto di vista del narratore, cosa che avviene a più livelli. Il primo si mostra quasi subito. Raffaele Giglio, frontman del gruppo che è anche protagonista del video, interpreta un triste dipendente alle prese con un direttore/tiranno che impone le proprie scelte fuori misura, che non tengono conto dell’importanza del lavoro dei propri subordinati. E questa diversità di “dimensione” viene espressa visivamente da una collocazione spaziale e non congruente dei due attori, che viene messa in scena inquadrando in plongeé il dipendente alla sua scrivania, steso di schiena sul pavimento sul quale cammina il direttore urlante. In questa situazione si presenta il secondo elemento importante del video: seguendo il cantato appaiono sulle immagini le parole della canzone animate graficamente. Questa cosa ridefinisce l’operazione come un ibrido tra il sottogenere del lyric video e il più canonico videoclip, mostrando come si sia fatto un uso dell’animazione digitale come mezzo narrativo piuttosto che come effetto speciale (approccio che si ripeterà con l’effetto di deformazione dello schermo quando il protagonista “batte a macchina” nell’aria). Come se non bastasse, tutta questa situazione viene ulteriormente confusa con un terzo elemento: quando infatti gli attori si trovano sullo stesso piano e sembra che le cose abbiano ritrovato un ordine visivo canonico e riconoscibile, i personaggi vengono sdoppiati e triplicati e fatti interagire tra di loro in maniera improbabile, come a dire che nonostante le buone maniere, ciò che più di tutto entra in crisi in un rapporto lavorativo di quel tipo è proprio la capacità di interazione tra i personaggi (con gli altri e con loro stessi).

Sullo sfondo dell’ufficio si nota un quadro che mostra una spiaggia sulla quale si svolge la seconda parte della storia. Il video infatti è diviso in due ambienti, separati ma legati allo stesso tempo: ufficio e spiaggia, e se il primo è il luogo di oppressione del dipendente, il secondo è il luogo di libertà dove lo stesso personaggio si spoglia, dai vestiti, dal ruolo, dalla fatica e dai propri doveri. Ed è poi qui che assistiamo al secondo livello di destrutturazione del punto di vista, e precisamente quando il dipendente getta i vestiti sulla sabbia. Questo gesto normale, che sembra essere una semplice linea descrittiva su una sceneggiatura, viene realizzata con particolare sensibilità, che si comprende e percepisce solo se si considera l’intera sequenza. In poche parole: Di Costanzo prima inquadra il cantante dall’alto che guarda in camera, alzando il collo come se volesse raggiungere qualcosa di alto con lo sguardo, poi lo riprende mentre inizia a spogliarsi e a gettare i panni in aria che, nella scena successiva, ricadono sulla sabbia, a sua volta inquadrata in una sorta di “batman shot” in diagonale e dal basso, per far sembrare quel suolo una parete molto alta.

L’assenza di un orizzonte e il raccordo di sguardo continuato nelle inquadrature successive fanno il resto creando l’illusione. Tutte queste “inquadrature impossibili” (che possono essere considerate come il quarto elemento) ritornano in altre situazioni: nei vertigo shot nell’ufficio, nei jump cut legati alla ritmica delle parole, nell’inquadratura dal basso e dall’alto della scala dalla quale il protagonista si sporge, e nello stop motion finale quando i vestiti si muovono da soli sul corpo di Raffaele che dorme steso in mutande sulla spiaggia, rivestendolo di tutto quello che lui aveva deliberatamente cacciato via. Nonostante questi piccoli salti mortali visivi, complessivamente il videoclip mantiene uno sguardo statico e ben definito. La videocamera è (quasi) sempre ferma e immobile e il punto di vista, seppure mai costante, è sempre ben definito.

Se proprio si vuole trovare il pelo nell’uovo, una nota negativa può essere di non aver voluto mescolare meglio tutte queste tecniche visive, preferendo una messa in sequenza quasi ordinata di tutti gli effetti speciali che il regista ha saputo creare. Questa scelta tuttavia permette di non annoiarsi anche quando sembra che le situazioni messe in scena iniziano a ripetersi in maniera troppo ripetitiva e ossessiva. Ma d’altra parte, non è proprio questo il senso della vita del dipendente espresso dalla canzone? Nel complesso, quindi, il risultato finale è un ottimo video al servizio di un brano e di un progetto (“Apocalypse Town”) altrettanto fantastici.

Viene quasi da dire che il vecchio termine “videoclip” inizia a stare stretto per un certo tipo di lavori.

a cura di Jacopo Maresca

VideoVisioni: analisi, visioni, impressioni. Critica e recensioni dei videoclip contemporanei.

Suono, scrivo e faccio video. A Milano per studiare il cinema e i nuovi media.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *