Retrografie: Santa Sangre – Ogni città avrà il tuo nome

Santa Sangre

santa sangre - ogni città avrà il tuo nome

Da una costala dei Carnival of Fools, nel 1995 nascono i Santa Sangre. Abbandonate le cupe atmosfere berlinesi del gruppo che annoverava alla voce il futuro La Crus Mauro Ermanno Giovanardi, i Nostri si dedicano a sonorità ispirate alla cinematografia, come testimonia il monicker preso in prestito da uno dei film più celebri di Alejandro Jodorowsky. “Ogni città avrà il tuo nome” è il loro primo album. L’immaginario di riferimento è latino, religioso e cruento. Pubblicato sotto l’egida del Consorzio Produttori Indipendenti nel 1997, è premiato con il “Fuori dal Mucchio” come miglior opera prima. Con Luca Talamazzi abbiamo ripercorso la storia, breve ma intensa, dei Santa Sangre.

Inizierei chiedendoti questo, ripercorrere il periodo che intercorre tra la fase finale dei Carnival of Fools e la nascita dei Santa Sangre.

Al termine del periodo Carnival of Fools, con Joe ormai duramente impegnato nel suo lavoro con La Crus, decidiamo di proseguire con lo stesso nucleo di musicisti ma con un progetto nuovo. Io resto alla chitarra ma passo anche alla voce, entra un altro chitarrista, Alessandro Ragni, e Massimiliano “Mox” Cristadoro  e Maurizio Raspante continuano ovviamente come batterista e bassista, rispettivamente.

Stessi musicisti, stessa mano, ma immaginario differente e soprattutto lingua differente. Riprendiamo in mano i testi in italiano, non in controtendenza con il momento visto che è il periodo in cui gli investimenti delle etichette impongono in un certo senso l’uso della lingua italiana. Non più le cupe atmosfere berlinesi ma un immaginario più latino, religioso e cruento. Ecco perchè abbiamo rubato il nome dal titolo del film di Jodorowsky, “Santa Sangre”.

Quella delle “Soniche avventure” (compilation curata da Oreste Zurlo di Fridge) è la nostra prima uscita ufficiale ed è servita al gruppo per trovare la fiducia necessaria al prosieguo dell’attività. Le ottime recensioni raccolte ci indussero ad accelerare i lavori. Completammo la pre-produzione nello studio di Maurizio, I 400 colpi, e poi ci trasferimmo al Bips per la chiusura del lavoro.

Con il master in mano cominciammo il giro delle etichette. La risposta positiva arrivò da Gianni Maroccolo in persona per conto del Consorzio Produttori Indipendenti e precisamente da Sonica, l’ala fiorentina del consorzio. Telefonando a Maurizio, Maroccolo espresse il desiderio di incontrarci per arrivare a contrattualizzare l’uscita di “Ogni città avrà il tuo nome”. CPI con distribuzione Polygram. Non ci pensammo due volte, non ci sembrava vero.

Prima il tuo ruolo era limitato a suonare la chitarra, poi ti sei ritrovato anche a scrivere i testi e a cantare. Com’è stata questa transizione?

Difficile. Non sono un cantante, e all’inizio abbiamo valutato diverse soluzioni in alternativa. Ma lo scrivere canzoni e farle cantare ad altri avrebbe riproposto ugualmente il problema di trovare qualcuno che avesse ben chiara la direzione e la sensibilità con cui ci muovevamo.

In questo paese il canto è spesso stato impostato seguendo canoni tradizionali, e noi non stavamo cercando virtuosi del canto ma interpreti con discrezione e con l’idea di lasciare alla voce un ruolo non predominante. Insomma un cantante “poco” cantante. Infine, cosa neppure tanto trascurabile, non volevamo una figura da “leader” quale spesso viene attribuita al cantante di un gruppo. L’idea di trovarci sul palco con un bullo al microfono che si atteggia a rockstar ci impensieriva terribilmente. Forse la mia innata timidezza si è adattata bene a questo ruolo.

Sulla scrittura dei testi ti confesso che l’ho sempre vissuta come una maledizione. Se avessi potuto cantare con un gramleau, con una sorta di suoni articolati e senza senso lo avrei fatto più che volentieri. Non ho mai ritenuto importanti le parole delle canzoni, e credo che nella maggioranza dei casi i testi siano decisamente trascurabili.

Però questa operazione “di senso” è necessaria e, per quanto possibile, abbiamo cercato di adattarla al nostro immaginario, molto influenzato dal cinema. Non riesco a trovare altre modalità di scrittura se non quella di procedere per immagini. Fotografie raccontate con poche parole, perchè un’altro elemento che mal sopporto dei testi è l’eccessiva prolissità che porta i cantati a scansioni ritmiche innaturali.

Degna di nota nel disco è la cover strumentale in chiave surf del classico di Adriano Celentano 24.000 baci.

A proposito di riferimenti cinematografici. C’era un film che ci aveva colpito moltissimo, “Ti ricordi di Dolly Bell?” di Emir Kusturica. L’interprete, un ragazzo, canticchiava sovente 24.000 baci. L’immagine un po’ sgangherata di quella Sarajevo (dove viene ambientato il film) e quella canzone cantata approssimativamente come noi avremmo potuto cantare che so, I Get Around dei Beach Boys, ci sembrava l’ideale per farne una cover un po’ surf e molto molto squinternata.

Che cosa succede dopo l’uscita del disco?

Succede che iniziamo a promuovere il disco, grazie all’agenzia con la quale lavoriamo, la romana Tour de force. Suoniamo in giro per l’Italia, ovviamente dove ci chiamano, rodiamo il live. Pur essendo musicisti con già alle spalle diversi concerti in varie band dobbiamo mettere a punto il nuovo live. In questo senso diventano fondamentali i ruoli di Gabriele Canzi alla chitarra e Paolo Pischedda (che continua la sua carriera da musicista nei Marta sui tubi). Cerchiamo di costruire un live piuttosto fedele alle atmosfere del disco, cosa non semplicissima perché è piuttosto duro per un gruppo esordiente giocare sulle atmosfere rarefatte dei brani dal vivo.

Suonare davanti ad un pubblico che non ti conosce o che ti conosce appena e “costringerlo” a seguirti con attenzione su atmosfere sfumate e dilatate non è il massimo. Questo ci porta a fare live più o meno convincenti. Ci accorgiamo anche che suonare nei piccoli club, come è facilmente prevedibile, ci permette di gestire molto meglio la situazione dal vivo.

Nel ’99 cominciamo a lavorare sul secondo disco, raccogliendo le prime tracce e cominciando a ragionare sul nuovo lavoro assieme a Maroccolo del CPI.

Contemporaneamente, il Consorzio chiude i battenti.

Sì. Non so spiegarti bene la questione. Quello che ho capito è che il cambio al vertice della Polygram ha determinato una nuova direzione negli investimenti della major. In pratica hanno smesso di sostenere le piccole etichette indipendenti, molte delle quali sono state messe in difficoltà da questo cambio di registro.

Avevamo compreso che c’erano dei problemi, il nostro disco ne è rimasto coinvolto.

Quando abbiamo preso la decisione di abbandonare il CPI ormai avevamo un progetto a metà strada. Toccava decidere se e come portarlo avanti ma alla fine abbiamo capito che nel CPI non l’avremmo concluso mai.

Abbiamo saputo poco dopo che il consorzio stava chiudendo i battenti. Mi è dispiaciuto molto, il nostro rapporto era partito con i migliori auspici ma si era deteriorato progressivamente col tempo. Poi ci è stato chiaro comprenderne i motivi, col senno di poi, quando vedi che le difficoltà economiche sono tali che causano la chiusura dell’intera baracca… Peccato.

Passano sei anni, esce per la sarda Desvelos Records “La pelle muta”, il secondo, ed ultimo al momento, album dei Santa Sangre.

È il secondo ma non è detto che sia l’ultimo! Comunque “La pelle muta”, uscito per Desvelos, è stato un album un po’ particolare. Credo abbia goduto di uno sforzo apprezzabile nella scrittura dei brani ma la produzione dell’album indubbiamente non è stata centrata. Abbiamo perso un po’ il nostro sound e le “nostre” atmosfere, il risultato è stato quello di appiattire il disco su sonorità rock che ci appartenevano poco. Ad ogni modo non cerco giustificazioni, rivendico anche questo lavoro, ma letto a distanza credo che il giudizio sia questo.

È stato un disco che ha risentito anche della fine del rapporto con il CPI che ha ritardato di molto li lavori dell’album e che alla fine ci ha messi di fronte al dilemma: uscire raccogliendo quelle idee che erano state abbozzate nel frattempo o demandare tutto a tempi migliori? Abbiamo deciso di uscire e rischiare, è tutto.

Ma qualcosa stava cambiando anche nei Santa Sangre. Mox lascia il gruppo. Non riusciamo neppure a conciliare i nostri tempi di vita (nessuno di noi ha mai scelto la musica come professione) con quelli necessari a formare una line up per suonare dal vivo. Il risultato è che il disco, oltre a non aver avuto una accoglienza trionfale da parte della critica, non ha avuto neppure un po’ di promozione da parte nostra. Mi è dispiaciuto soprattutto per Giuseppe Pionca, ottima persona e la sua Desvelos, un’ottima etichetta alla quale non credo lasceremo un grande ricordo. Non credo sia l’ultimo dico dei Santa Sangre. Abbiamo in programma con Maurizio una nuova uscita. Vedremo.

a cura di Marco Gargiulo

Retrografie, la nostra nuova rubrica dedicata alla riscoperta di album italiani minori. Minore non nel senso di scarso valore, ma di non conosciuto/diffuso presso il grande pubblico. Italiano nel senso di musica fatta in Italia, non necessariamernte cantata in italiano. Retrografie cerca di indagare su quel che si cela dietro questi album dando la parola agli autori.

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