Estra – Init, Roma 23/04/14

Qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, il concerto romano lo conferma ulteriormente: il ritorno degli Estra era necessario. Te ne accorgi osservando le persone presenti in sala, i ventenni e i trentenni di ieri che li hanno conosciuti ‘in diretta’, che sono cresciuti con loro e che per dieci anni hanno fronteggiato, o almeno ci hanno provato, il vuoto della loro assenza. Te ne accorgi osservando la reazione che provocano in te, (quasi) trentenne di oggi, che i quattro di Treviso li hai scoperti quando erano fermi/sciolti già da un po’ e, anche per non alimentare speranze mal riposte, mai avresti immaginato che un giorno te li saresti goduti dal vivo. E magari dissimulavi il desiderio dicendoti: che bisogno c’è, che può aggiungere un concerto a un capolavoro come “Alterazioni”?

Sbagliavi. Le due ore che infiammano l’Init te lo urlano in faccia. I quattro cowboy del Nordest – a parere di chi scrive – liberano un’intensità dieci volte superiore a quella che un loro disco sia mai riuscito a catturare. E sarà stata la mia prima volta; sarà stata la loro non ancor scemata adrenalina del tornare a suonare insieme (quarta volta dopo oltre 3mila e 600 giorni di digiuno); sarà stata la drammatica autenticità di Giulio “Estremo” Casale per il quale un concerto sembra non essere una semplice esibizione, ma un doloroso quanto necessario (e a volte finto, per quanto eccessivo, almeno questa è la sensazione) mettersi a nudo, un lasciarsi trafiggere dalle parole: un’auto-crocifissione, con tanto di auto-deposizione (leggi: stage diving) sulla coda musicale de L’uomo coi tagli; sarà stato un mix di tutto ciò, ma l’esperienza rientra tra quelle emotivamente più dispendiose mai vissute. E questo nonostante un’acustica indegna che Casale maledice in più d’una occasione.

L’aver sbirciato su Internet la scaletta della data precedente al Viper di Firenze mi toglie un po’ di effetto sorpresa su quali canzoni avrebbero suonato. Poco male, ché c’è più di un motivo per rimanere spiazzati. La nuova pelle di Signor Jones per esempio. Lenta, lentissima. Sul punto di esplodere senza farlo mai. E sofferta. Con i riff di armonica (?) ad accentuare il lirismo dei versi. Idem per Passami da dentro (personalmente inutili però, e fastidiosi, gli innesti di flauto) e “Nordest cowboy”: il cantato quasi parlato di Casale dona una maggiore enfasi alle parole. Miele, scritta in una notte del 1996 a Catania, è il modo scelto per omaggiare il compianto Francesco Virlinzi. E poi via, tutte d’un fiato, quasi senza pause (in ordine sparso): Preghiera Risveglio Puoi distruggere Hanabel Fiesta etcetera. C’è spazio per vecchi amici come Lorenzo Corti che inspessisce il muro sonoro del Risveglio con la sua chitarra. E per presentare alcune, nuove composizioni: VelenoKamikaze politico. Sì, ce n’era davvero bisogno. Bentornati ragazzi!

Christian Gargiulo

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