Death – Leprosy

Death - Leprosy

Death - LeprosyDare un parere su un disco di tale portata storica è quanto di più complesso si possa fare, nell’ambito della critica musicale.

Leprosy“, per chi non lo sapesse, è il secondo album dei Death di Chuck Schuldiner , una pietra miliare del death-metal, registrato con una pulizia sonora quasi impensabile, almeno per gli standard ai quali i fruitori di questo genere erano abituati.

Veder risplendere “Leprosy”, a distanza di cinque lustri, con la sua bella ed inquietante copertina, firmata da Ed Repka, non può che far palpitare i cuori di ogni “Schuldiner’s fan” degno di questo nome: un untore, con il corpo segnato dalla lebbra, affacciato su un mondo arido e desolante. Altro non è che l’immagine metaforica di come i mali della società deteriorino l’individuo nella sua umanità, prosciugando la linfa vitale della terra, privandola della diversità, del pluralismo, del colore.

Le B.C. Rich di Schuldiner e Rozz strutturano atmosfere claustrofobiche, impreziosite dall’alternanza di cali di tensione e successivi picchi ritmici, rendendo l’ascolto un’esplorazione ricca di imprevisti ed inaspettate sorprese.

L’attributo di maggior valore associabile a questo album è rappresentato dai primi spiragli di melodia, un tratto che si può leggere come l’alba della trasversalità musicale del grande Chuck, sempre più affascinato dalle relazioni apparentemente antitetiche, dalle libere associazioni e dal potere inglobante del death-metal, capace di dominare e gestire qualsiasi altra influenza musicale.

Il tributo ai Venom, meno marcato rispetto a “Scream Bloody Gore”, rimane comunque presente, quasi ad omaggiare ulteriormente l’eroe adolescenziale Jeffrey Dunn, alias “Mantas”, nome utilizzato dalla prima formazione dei Death.

Oltre al naturale omaggio alla First Wave of Black Metal, si sente la stima nei confronti dei più che promettenti Slayer, tanto che alcuni passaggi melodici sembrano esser frutto dell’inventiva di Kerry King in persona che, dopo aver pubblicato, nel 1986, “Reign in Blood” aveva appena dato alla luce il più melodico “South of Heaven”.

Non si esclude che la nuova scelta compositiva di Schuldiner, orientato ad un approccio meno brutale e più accessibile, possa esser stata dettata anche da quest’ultimo album degli Slayer, caposaldo del passaggio dalla totale frenesia oppressiva del passato ad una nuova sperimentazione armonica.

Questa edizione offre la possibilità di ascoltare diversi documenti sonori inediti, tra i quali i demo di “Leprosy” e ben quindici tracce live, presenti nel terzo disco di questo sfiziosissimo pacchetto. Le registrazioni, operate al Backstreets e al The Dirt Club, sono innegabilmente dedicate a quegli ascoltatori talmente innamorati della band da riuscire a cogliere la vivida meraviglia delle sfuriate chitarristiche e del tormentato growl di Chuck, all’interno di una registrazione caotica e opprimente.

Ciò nonostante, persino i limiti di un live mal registrato sembrano alimentare l’aura di sacralità di questo album, talmente importante da render preziosa ogni testimonianza del suo passaggio sui palchi.

Adrian Nadir Petracchi

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