Tra evoluzione e coerenza: intervista a The Niro

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Continuando a percorrere la sua strada di songwriter, The Niro si cimenta con la lingua italiana per dare vita ad un nuovo disco, “1969“. Passione, coerenza e determinazione caratterizzano anche questo quarto lavoro che segna un po’ un nuovo debutto (visto il cambio dell’idioma). Lo abbiamo contattato per toglierci qualche curiosità.

Dopo tre dischi in inglese, è arrivato un disco in italiano. Ho letto che ti riesce meglio scrivere i testi in inglese e vorrei mi spiegassi questa cosa: come mai un italiano riesce a scrivere spontaneamente in una lingua che non è la sua?

Ancora oggi non so dare una risposta esauriente a questa domanda. Probabilmente sarà stata la musica quasi esclusivamente anglofona che si ascoltava a casa. Ho iniziato a scrivere da subito in inglese senza alcuna imposizione o suggerimento. Semplicemente è accaduto. I riscontri immediati avuti all’estero poi mi hanno convinto che fosse quella la strada giusta. Per tre album non ho mai voluto cambiare. Paradossalmente la scrittura di “1969” in italiano è iniziata invece come una sperimentazione, quindi razionale. Poi ci ho preso gusto ed è subentrata la passione.

La bellezza sta anche nella forza della musica di trasportarci altrove con la mente, nella diversità delle persone e della loro percezione. Tra lo sbarco sulla luna, Newton, Pindaro e Darwin, l’ascolto di questo disco mi ha portato a ricordare i tempi del liceo. Se tu dovessi collegarlo a un periodo della tua vita, a cosa penseresti?

Sono felice che ti abbia suscitato questi ricordi. Pindaro soprattutto l’ho scritta pensando ai tempi felici dell’adolescenza. Mi sembrava ieri quando marinavo la scuola per andare a suonare in completa solitudine a Villa Ada. A quei tempi m’innamoravo una volta al giorno.

Qual è, a tuo avviso, il punto forte del tuo progetto?

Forse che non sono cambiato rispetto agli altri album. Lingua a parte.

Ci racconti una cosa che non ti è piaciuta dell’esperienza sanremese?

Sicuramente non mi è piaciuto cantare con la febbre alta e non aver potuto portare sul palco dell’Ariston la mia chitarra.

Hai cercato qualcosa (se cerchi qualcosa) per la realizzazione di questo disco che non hai cercato nei precedenti tre dischi?

Ho cercato di essere più leggero, ma non so se onestamente ci sia riuscito. Suonare alcuni di questi brani dal vivo mi fa particolarmente male.

All’età di cinque anni hai iniziato a suonare la batteria, un bimbo che oggi è diventato cantautore e polistrumentista. Com’è cambiata la tua concezione di musica nel corso del tempo? Cos’era per te la musica e cos’è adesso?

I primi anni era pura curiosità. Volevo assorbire tutto: tecniche, suoni, ascolti. Da un certo momento in poi ho iniziato a scrivere più che ascoltare. Per diverso tempo non ho portato più musica di altri artisti in macchina. Così mi costringevo a scrivere ogni giorno nuove canzoni pur di non ascoltare le stesse cose. Tantissime sono state le volte in cui ho cantato dal vivo brani scritti anche poche ore prima. Tornando alla domanda, la musica per me è tutto.

Sei nel 1969 e puoi scegliere di essere un artista di quell’epoca. Facci un nome.

David Bowie.

Come riesce un ragazzo timido a salire su un palco e a comunicare con un pubblico italiano ed estero?

Con l’incoscienza e anche un po’ di sano masochismo. È come se in quelle due ore di concerto facessi una specie di terapia. Ogni brano è un file che apro in cui rivivo per tre minuti pezzetti di vita vissuta, dolori, frustrazioni, emozioni. Anche per questo parlo poco tra un brano e l’altro. Faccio fatica a staccarmi dallo scorrere delle diapositive che mi portano costantemente ovunque.

Abbiamo letto che stai per incontrare (o hai già incontrato?) Brian Eno, vorremmo sapere cosa bolle in pentola o quantomeno che ci lasciassi un indizio per tirare a indovinare.

Ancora non posso dire nulla, ma appena lo incontro sicuramente sarete tra i primi a saperlo!

Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Carmelina Casamassa

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