Lantlôs – Melting Sun

Lantlôs - Melting Sun

Lantlôs - Melting SunNegli ultimi anni grazie alla sua fresca formula Neige è stato una figura molto influente nel panorama musicale estremo, anche solo per il fatto che ha collaborato con numerosi progetti – quando addirittura non li ha creati direttamente. Una critica che spesso ho sentito indirizzargli (quando, ovviamente, non è stato idolatrato) lo ritraeva come una sorta di intruso, pronto a modificare le sonorità di ogni gruppo in cui entrava verso un minimo denominatore comune più affine ai suoi gusti e, quindi, alle coordinate del suo progetto principale e pressoché solista: Alcest. Tuttavia ho sempre apprezzato parecchio il binomio tra lui e Herbst (titolare del progetto Lantlôs), trovando che il secondo, grazie alla sua personalità creativa abbastanza forte, riuscisse a controbilanciare la spinta del collega francese, creando un interessante equilibrio.

Ora che Neige ha lasciato i Lantlôs e constatando che la direzione della sua spinta porta (anche con l’ultima fatica degli Alcest) verso una meta post-rock/shoegaze, ci si potrebbe aspettare che il gruppo tedesco abbia subito un’involuzione, tornando quantomeno ai tempi dell’omonimo debutto. E invece, similmente alla copertina che smette di portare il nero come una vecchia vedova in lutto da tre anni, Herbst sembra essersi dimenticato del black-metal che impregnava precedentemente la sua proposta. Rivisita il suo sound come se Neige avesse continuato ad influenzarlo anche dopo aver lasciato il gruppo: elimina lo scream e rende il tutto più leggero, tendente verso ambientazioni talvolta puramente dream-pop. Non che questo sia di per sé un male ma, a parte i primi capitoli di “Melting Sun”, dove si può risentire qualche atmosfera del precedente “Agape” – e che risultano comunque mediocri – l’ultima fatica dei Lantlôs suona per la maggior parte scialba e noiosa, per niente accattivante. E non basta quel po’ di distorsione al basso per riuscire a donare un po’ di groove ed energia all’insieme.

Essendo poi pensata l’opera in questione come un continuum, diviene impossibile estrapolare qualche canzone dal contesto generale, per elevarla a singolo o a miglior traccia. Ma il peggior difetto di quest’album e del lavoro di Herbst rimane l’aver posizionato in chiusura d’album due tracce che potrebbero essere uscite direttamente da “Shelter” di Alcest. In questo modo ciò che infine resta all’ascoltatore di un’opera che, altrimenti, si sarebbe potuta considerare accettabile sono otto noiosi minuti del tutto spenti e suoni ipnotici e ripetitivi.

Edoardo Giardina

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