Io e il mio amore: Alessandro Zanotti

Alessandro Zanotti

Alessandro Zanotti, emiliano, suona la chitarra nei The Death of Anna Karina (tre album: “s/t”, “New Libelaristic Pleasures” e “Lacrima/Pantera“, più due split) e Ornaments (un album all’attivo, “Pneumologic“), progetti di cui è anche membro fondatore.

Descrivi il tuo lavoro attuale.
Dopo svariate peripezie lavorative e molte circumnavigazioni dell’Emilia sono approdato ad una piccola azienda a pochi chilometri da dove abito. Faccio un lavoro d’ufficio, sono un impiegato. Ho studiato ingegneria e mi occupo di progettazione meccanica. Al momento faccio “project management”. In pratica seguo lo sviluppo di componenti e macchinari che vengono prodotti industrialmente, con compiti di gestione di progetto, coordinamento fornitori, gestione commessa in tutto il suo percorso (dall’idea di partenza allo studio di fattibilità, dalla progettazione di massima a quella dettagliata, fino alla messa in produzione e alla gestione dei processi). Spesso mi sembra alquanto noioso parlare del mio lavoro (tranne che con Theo dei Chambers). La progettazione (l’ingegneria in generale) non fornisce enormi spunti per l’impostazione di un discorso edificante, piuttosto che brillante o divertente, con persone che non abbiano avuto la stessa formazione. Diciamo che normalmente preferisco parlar d’altro, probabilmente per una semplice questione di capacità comunicativa.

Hai mai pensato di lasciare il tuo lavoro per la musica?
Certo che si. Ovvio. Non che si sia mai presentata l’occasione concreta di poterlo fare, o almeno non con i presupposti ideali che mi avrebbero permesso di sentirmi adeguato nella posizione del “musicista di professione”. Ho iniziato a suonare a 14 anni (a 16 ero in tour). Ho iniziato a lavorare da assunto a 17 anni (prima lavoravo sporadicamente, poi ho iniziato un lavoro part-time già dalla quarta superiore). Lavoro e passione sono sempre andati avanti parallelamente. Senza lavorare non sarei mai riuscito a suonare, senza suonare non avrei mai sopportato il mio lavoro. È un discorso estremamente pragmatico. Lavorare mi ha permesso di poter accedere all’acquisto di strumenti, suonare mi ha dato e mi dà obiettivi e stimoli che mi aiutano ad affrontare con maggiore decisione ed entusiasmo la vita lavorativa. Più volte nel propormi questa intervista hai parlato di coraggio. Non penso sia coraggio, è necessità, sopravvivenza. Quello che vivo io ogni giorno è un compromesso che mi permette di mantenere il cervello a pelo d’acqua e il cuore un po’ più in alto. Coraggioso sarebbe portare il cervello al livello del cuore, unire intenzione quotidianità e pensiero razionale, spendendo tutte le proprie energie nel portare avanti una passione indipendentemente dal resto.

Come concili il lavoro e la passione per la musica?
Ho in parte risposto a questa domanda qualche riga più in su, spiegando il lato motivazionale ed emotivo della coesistenza lavoro/passione per “il suonare”. Dal punto di vista strettamente quotidiano… Beh, sudare in due band, fare dischi, date, prove, chilometri su chilometri seduto su sedili sporchi (non sempre eh) di furgoni noleggiati, caricare scaricare ricaricare svariati chilogrammi di strumentazione… Concilio tutto correndo come un pazzo, dormendo poco e a volte male, ma vivendo molto. Un paio di mesi fa parlando con mia madre che mi stava aiutando a sistemare il garage di casa mia, e che mentre passava lo straccio sul pavimento mi chiedeva ripetutamente di rallentare, di calmarmi, le dissi: “Vedi mamma, se morissi domani all’età di 36 anni non potresti dire che non ho vissuto abbastanza.” Penso sia così. Ah ok, chiedevi “passione per la musica”: nelle giornate tranquille in ufficio ho sempre le cuffiette e lo streaming avviato. Fatto.

Quali scelte cambieresti nel tuo percorso professionale?
Oddio non so se ho molta voglia di rispondere a questa domanda perché si aprirebbe una voragine. “Se potessi girare il mondo sopra a un dito, lo fermerei e cambierei ogni cosa”. Affrontavo questo discorso ieri sera, sai? Stimo molto le persone che perseguono le proprie passioni anche in ambito lavorativo, anche se ciò mette molto in discussione la loro prospettiva di vita dal punto di vista della sicurezza economica (ad esempio). È molto più “pericoloso” per l’anima il percorso che ho intrapreso io, forse distrattamente o forse al contrario in maniera troppo lucida e razionale. Ho sempre pensato che il lavoro dovesse garantirmi un’indipendenza e una base di sicurezze. Ho dedicato ad esso parte della mia vita mantenendo le passioni sempre al di fuori delle otto/nove/dieci ore che passo in ufficio. Questo mi permette di affrontare con serenità quello che è il mio “percorso artistico” (esagerazione in termini) ma assicuro che di tanto in tanto è frustrante. Il venerdì pomeriggio le gambe fremono sotto la scrivania e non vedo l’ora di montare in furgone, il mio livello di attenzione a ciò che accade attorno, in quelle ore lunghissime, è pari a quello di un bradipo costretto a guardare una corsa di F1 (a caso).

Massima soddisfazione/delusione raggiunta in ambito musicale.
Senza tanti buonismi ne polemiche inutili. Soddisfazioni e delusioni sono a portata di mano per me rockettaro confinato in un paese nel quale “la musica rock” non ha spazio né cultura né riconoscimento. All’interno della cosiddetta “scena indipendente” intravedo (e a volte spero che siano distorsioni della mia immaginazione fervida) un approccio realmente nazional-popolare (e non mi riferisco alla definizione attribuita a Gramsci del termine) al desiderio di ascolto o di fruizione di un evento live. Questo mi lascia spesso attonito e incredulo. Sbigottito. Forse sono intriso di presunzione nel pensare che questa ormai sdoganata “musica indipendente” mantenga carattere e sia ancora in grado di offrire ricerca, cultura, pensiero e comunicazione, sottraendosi a dinamiche becere, ridondanti e a parer mio fallimentari (per il significato stesso che io attribuisco alla musica). Questo afflato romantico mi spinge a presupporre che la musica continui ad essere un veicolo comunicativo, e fa sì che quando per una qualsiasi congiunzione di eventi si stabilisce questo legame emotivo tra “musicista” sul palco e fruitore tra il pubblico (e io ho scelto di voler stare in entrambe le posizioni ad occasioni alterne), o tra musicista e musicista sul palco stesso o in una lurida sala prove… Beh, in quel momento vivo una sorta di epifania. Ecco, non volevo fare un discorso perbenista, ma sono inguaribile. È questa energia che mi divora e mi trascinerà lontano!

a cura di Marco Gargiulo

Io e il mio amore: storie quotidiane di musicisti coraggiosi. Racconti in prima persona di successi e fallimenti di chi si mette in gioco per lavorare di, con e per la musica.

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