BettiBarsantini – s/t

BettiBarsantini

BettiBarsantiniI media, i giornali, le piattaforme sedicenti “di informazione”, il faraonico potere di comunicazione che detengono. Che grande danno, che grande piaga, specie al giorno d’oggi, passare dall’uso all’abuso di tutto ciò. Come un altrettanto grande danno è, al contempo, lucrare su questo malcontento, dando vita ad un golem con un tasso di pericolo maggiore. Eppure trovare in questo denso e catramoso mare magnum una via di fuga, uno spiraglio, una musa, qualcosa che faccia da figura di stampo punk in mezzo al conformismo è ancora possibile. Se per tutto questo c’è da frugare nelle reti regionali e di conseguenza chiedere consiglio a Betty Barsantini allora ciò non è solo lecito, ma doveroso, tale da non basarsi su semplici interrogativi alla “Signorina, permette questo ballo?”. Del resto da Alessandro Fiori e Marco Parente, voci e talenti più unici che rari nel panorama d’autore italiano degli ultimi quindici anni, c’è da aspettarsi di tutto e di più, sempre con la stessa curiosità e mai finendo per rimanere a bocca asciutta. Fuori la Y, dentro la I. Ecco i BettiBarsantini.

Una sinergia che, pur con qualche contributo aggiuntivo da parte del chitarrista Alessandro “Asso” Stefana, fa sì che un incontro del genere possa dare luogo a quello che Cochi e Renato sarebbero in caso di teletrasporto in un’era post-moderna, spogli di quella spirale decadente che da galline intelligenti e Valpadana è passato a fallacissimi spot di Compro oro, ma immersi in un tentativo di studio antropologico futuristico, che passa dal moog di Dissocial Network, frenetico inno contro l’asocialità e il quotidiano rincorrersi di metodologie atte ad una ripetitiva produzione di vuoto, all’amara spensieratezza che in Terza guerra mondiale genera uno sguardo assente, quello dei nostri, che con veemenza e maestosità, in particolar modo una volta giunto il momento del refrain, si impone su una massa inebetita. Oppure una Bologna ieri sfavillante di idee ed oggi più povera, attraverso linee di basso e drumming cadenzati, nella figura di Lucio Dalla, le preghiere rese corpose dall’utilizzo di legni, metalli ed organi, come nel caso di Le parole, l’instant anti-punk elettronico e truculento di Puzza di sangue, di “Delicatessen”iana memoria, delle Pavoni ed Amleto che da ipotetici outtakes delle rispettive carriere soliste (Fiori l’una, Parente l’altra, con testo di Carlo Cuppini) trovano in questo disco la loro giusta dimensione, se non addirittura l’insegnamento di certi Talk Talk, presente in Qualcuno avrà pur le idee chiare, che nella sua sottigliezza rimanda all’era “Laughing Stock”. Questo è Il linguaggio dei due musicisti, tipico di una fantasia che è dono dell’infanzia e che ha luce in particolar modo nell’omonimo brano e nella conclusiva Buon compleanno (all’universo). Generando amore immediato.

L’altra televisione c’è, non è in una scatola quadrata, è la realtà. E la realtà non si può cambiare, non ha bisogno di talk-show. Ha bisogno di fatti, di musica, di obiettivi portati a termine. Gli stessi che Fiori e Parente hanno portato nuovamente a termine tanto quanto ci erano riusciti nei loro classici panni. Betty Barsantini c’è, i Betti Barsantini anche. Le canzoni sono lì a dimostrarlo, chi di dovere, e non solo, apprezzerà.

Gustavo Tagliaferri

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