11 cover per… gianCarlo Onorato

Musicista (con gli Underground Life e poi da solista), produttore discografico (l’esordio di Davide Tosches tra gli altri), pittore e scrittore (l’ultimo libro, “Ex”, promosso con una serie di concerti in coppia con Cristiano Godano, è di quest’anno): insomma, gianCarlo Onorato è quel che si può definire un artista a tutto tondo. Un artista autodidatta e antiaccademico, con alle spalle una carriera più che trentennale, che non ha certo bisogno della nostra presentazione. Godetevi quindi le sue scelte e le sue spiegazioni. Questa è la sua playlist, buona lettura e buon ascolto!

The SoundI Can’t Escape Myself (da “Jeopardy”, 1980)

La formazione inglese meno nota tra le più significative del post-punk. Almeno questo disco, “Jeopardy”, lascia il segno, con una declinazione malinconica del combo chitarra, basso, batteria, tastiere. Schivi, controcorrente, artistici, sottovalutati, emozionanti. Lasciate perdere i miti di quel periodo, lasciate perdere la pista rossa di discoteche alle due del mattino, riscoprite questo suono e questa verve. Il mio inno di quegli stramaledetti anni ottanta.

The BeatlesAcross the Universe (da “Let It Be”, 1970)

La prima volta che cominciai a capire l’importanza di The Beatles ricevetti questo messaggio di universale che buona parte della formazione inglese possiede. Indipendentemente dalle versioni del pezzo che si considerino, esso contiene credo tutta la portata di tale universalità, e la storia del pezzo, il senso cosmico che vi vibra al di là del titolo, e quello che Lennon intendeva attribuirgli, legato all’esperienza della meditazione trascendentale, sono nella sua sostanza elementare. Gli elementi che cantano in un brano come questo, la cui ispirazione è immediata, rapida, ignota allo stesso autore, rende assai bene il ruolo che il gruppo di Liverpool riuscì a ricoprire nel panorama mondiale in maturità, per rimanere: una grande forza che non desidera catalogazioni, come un pensiero collettivo che venga espresso con parole semplici e involontarie da un innocente. La voce innocente di The Beatles qui si fa universale.

SuicideGhost Rider (da “Suicide”, 1977)

La violenta, lurida e insanguinata bellezza delle strade di Harlem. Una formazione di prima grandezza, esempio per chi ha capito che l’arte può essere una drum-machine, due sintetizzatori e un microfono coi quali esprimere disperazione, rabbia, dolcezza e morte con la stessa grande disinvoltura. Immensi.

Gabriella FerriSempre (da “Sempre”, 1973)

Poche figure come quella di Gabriella Ferri hanno dato un senso al folk italiano. Se non fosse stato oscurato da un cattivo incontro con la storia, il nostro canzoniere popolare degli anni 1950-1975 troverebbe un posto di rilievo nel panorama internazionale. Così non è stato, e tocca a tutti noi studiarne, scoprirne e promuoverne le preziosità, fatte di nomi poco noti ai più, ma di prima grandezza artistica. Tra tutti, ne metterei in prima fila due: Laura Betti e Gabriella Ferri. Di quest’ultima si sono conosciute poco la potenza interpretativa, lo spessore umano e la verve creativa in grado di trasformare in leggenda anche il più elementare stornello. Questo brano ha conosciuto un certo successo popolare grazie al fatto di essere stato sigla di uno spettacolo televisivo di quelli che sapevano proporre del varietà spaccati di una certa dignità, appena prima che la televisione di stato divenisse soma per gli allocchi. Grande semplicità, grande pathos, grande voce, grande canzone popolare.

Queens of the Stone AgeNo One Knows (da “Songs for the Deaf”, 2002)

Una ballata rigorosa nel suo carattere quasi ludico e di certo di sapore ironico. Una formazione di satiri, la cui virilità genera energia e apre le danze degli anni duemila.

Léo FerréTu ne dis jamais rien (da “La solitude”, 1971)

Qualcuno di cui si può dire che è stato maestro, poiché non desiderava esserlo. Desiderava bensì essere incisivo, persino corrosivo, ma la sua poesia fatta del connubio tra testo e musica ha superato ogni steccato. Anarchico convinto e punk ante litteram, sensuale e rivoluzionario, intimo e pubblico allo stesso tempo, epocale ed eternamente commovente. Valido per ogni generazione pensante e desiderante, proibitivo per i senza midollo. Se Debussy lo avesse ascoltato, avrebbe detto di lui cose belle. Diffidate delle versioni dei suoi brani in cui si sono cimentati in tanti, la grandezza ieratica di Ferré non può essere replicata. La canzone è di quelle che lasciano un manto di melanconia, ma sia la progressione lenta e come di sereno dolore che la attraversano con il sostenuto degli archi e l’ostinato del pianoforte, sia nella sequenza formidabile di parole, vale da sola l’intera storia della canzone.

Nick CaveThe Mercy Seat (da “Tender Prey”, 1988)

Cave sa grattare il fondo di una vera coscienza, lo fa con disinvoltura, o forse meglio, con il talento di un esploratore di sentimenti. Ci sarebbe talmente da dire, che la cosa migliore è limitarsi a citare questa sintesi narrativa che è la sua potenza: dove parole e musica infilano la stessa contorsione, declinano e si piegano, per poi arrivare a una giustezza che è antica come la musica popolare, nuova come una vecchia filastrocca il cui senso ritorna con feroce bellezza. Nick Cave era un grande vecchio anche a trent’anni.

RadioheadJigsaw Falling into Place (da “In Rainbows”, 2007)

A mio parere, la più evoluta formazione del rock, dopo The Beatles e The Velvet Underground. Per argomentare tale convinzione, necessiterei di un intero trattato di musicologia. Qui basti che nessun altro grande gruppo, tra quelli che hanno goduto di un successo planetario, si è tanto impegnato per evolvere di disco in disco, abolendo lentamente tutti gli steccati di genere. “In Rainbows” io credo sia il vero capolavoro di Radiohead, quello in cui confluiscono le attente lezioni di musica attuale con le più sottili derivazioni del minimalismo del secondo novecento. E’ come io intendo la musica: libera gestazione di idee, in continuo confronto con tutto. Pare che il compositore Steve Reich la pensi alla stessa maniera. Ne sono soddisfatto. Non mi stiperei mai a uno dei loro affollati concerti, ma non mi posso perdere l’evoluzione che la loro musica ha saputo dare alla musica ex-pop-ora-musica.

NicoJanitor of Lunacy (da “Desertshore”, 1970)

Capolavoro assoluto della scura regina Nico, una ballata senza tempo, che si mette per traverso nei secoli. Il brano, come tutto il disco, prodotta da un John Cale, che ha qui la possibilità di dimostrare prima di tutti a se stesso, fuori dagli ambiti lourediani, il proprio vigore di compositore consapevole di ciò che la musica da sola può dire, anche volendo fare a meno delle parole. Ma le parole ci sono, e quelle di Nico, come la sua voce, sono superiori a quanto si potesse fino a qualche tempo prima riconoscere a una ex diva. Nico è una fioritura al buio, l’ineffabile disegno di un destino che sfugge a ogni catalogazione.

Sergio EndrigoVia Broletto 34 (“Sergio Endrigo”, 1963)

Endrigo e la narrativa. Endrigo e il nostro Paese com’era e come risuonava nelle canzoni prima che le canzoni si facessero come espedienti da intrattenimento. In questa ballata maledetta, risuonano la vita di quartiere, il peccato, l’amore violento e il senso di colpa. Un esempio di come si potesse pubblicare per tutti, senza chiusure, una canzone che parla di un assassinio. Seguire la malinconia del testo, per arrivare a capire il colpevole, la vittima e il movente. Ne ricordo una versione struggente e magistrale resa dal vecchio Lauzi, quello degli ultimi mesi di vita, dalla voce più pastosa e narrativa. Che elegante semplicità e che narrazione.

The Velvet UndergroundBlack Angel’s Death Song (da “The Velvet Underground & Nico”, 1967)

Il più intenso delirio lirico-armonico che si ricordi nella letteratura rock. Un brano che non vuole etichette, né collocazioni nella costellazione sonora del novecento. Un brano che non è più rock, ma non è masturbazione colta e non è elogio delle accademie. E’ musica nella sua più torbida condensazione, laddove un testo pulsante di materia onirica si mescola a un’idea ossessiva e magmatica di armonia. Si noti l’assenza di ritmica, una scelta che già denotava la precisa volontà di inseguire evoluzioni creative a discapito della forma tutta battiti, refrain e metrica dell’imperante scenario rock di allora, già avviato verso un confezionamento. A Lou Reed e compagni va infatti riconosciuto il merito universale di avere avvicinato la musica più alta ed estrema alla strada.

Foto di Fabrizio Fenucci

a cura di Christian Gargiulo

11 cover per… funziona così: un(a) musicista sceglie le undici, altrui canzoni che inserirebbe in un suo personale album di cover e per ogni scelta fatta ci spiega il motivo. Senza alcun tipo di limite: né di genere né di nazionalità né di periodo storico.

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