Behind the Records: Flying Kids

Com’è nata, com’è strutturata e quali sono gli aspetti che differenziano la Flying Kids dalle altre etichette indipendenti italiane?

Renato: FKR è nata per caso, perchè quattro persone che si conoscevano, più o meno di vista, da un po’ sono diventate amici, hanno cominciato a girare per concerti, comprare dischi, magliette, supportare band, il passaggio successivo era uno solo, diventare etichetta, fare dei dischi, non solo ascoltarli.

Federico: È nata dopo un concerto al Leoncavallo, siamo in quattro e tutti fanno più o meno tutto. E ci prendiamo meno sul serio degli altri.

Philip: Io vivevo a Berlino quando le cose sono successe per davvero. Prima, ne parlavamo e basta. Quando poi sono tornato gli altri tre mi hanno detto che le cose erano successe e che l’etichetta esisteva. Per il resto ha ragione Renato, penso che per tutti noi FKR sia l’approdo di un percorso come appassionati di musica, se mi passate la definizione.

Tommaso: Eravamo ubriachi. Brilli, meglio. Siamo al Leoncavallo e ascoltiamo i First True Primavera, che non hanno mai fatto uscire qualcosa (e chissà se mai lo faranno. Non sarebbe male). Guardo Renato e ci chiediamo se sia giusto che roba del genere non esca. Così nasce un’idea. Tre mesi dopo mangiamo qualcosa e chiamiamo Federico, perché è quello con la testa sulle spalle, noi siamo due entusiasti del cavolo. Poi, quando torna da Berlino, chiamiamo Philip perché è quello che sa come va il mondo. E in quel momento – tutti e quattro – ci siamo accorti che non ci voleva nessun altro, e che era il momento giusto perché tutto quello che avevamo fatto fino a quel giorno nella musica, con la musica e per la musica facesse un passo avanti.

Perché “Flying Kids”?

R: Perchè ai concerti vedevamo questi ragazzini volare, fare stage diving e divertirsi, mi è sembrato di tornare ragazzo, quando ragazzo non lo sono più da un bel po’, è un omaggio ad alcune persone che sono oggi importanti per le nostro vite, ed è un bel nome per un’etichetta.

Quando avete fondato l’etichetta, avevate uno o più modelli?

R: Potrei dirti la Sub Pop, ma non sarebbe vero, Luca Benni è un amico e fonte di ispirazione per la passione enorme che mette in tutto quel che fa, se mai abbiamo avuto un esempio sul quale costruire FKR è sicuramente To Lose La Track.

T: Mi piacciono molto le etichette “comunità”. Tutti nella stessa direzione, ci si manda i demo, ci si confronta, cose così. È il modo di lavorare che (immagino, non ne ho le prove) credo abbia un mondo come Border Community. La mia idea, per alcune cose, era riproporre quel senso di comunità e di lavoro. E, posso ammetterlo, era un’idea tanto tenera quanto improponibile (in Italia, oggi), per tutti i provincialismi di cui siamo capaci.

Qual è la filosofia generale dell’etichetta?

R: Nessuna in particolare, se non la totale libertà, sia di scelta, sia di approccio, non ci prendiamo mai sul serio e non vogliamo che la gente ci prenda sul serio, ci stiamo solo divertendo, in fondo.

F: Cerchiamo di essere tutti d’accordo sulle scelte, e di pubblicare tutto quello che ci piace senza limitarci solo a generi precisi.

Fate tutto da soli? O vi avvalete dell’aiuto di qualcuno?

R: Facciamo tutto da soli e tutti ci aiutano, la sena “alternativa” italiana è talmente piccola che ci si conosce tutti e ci si dà una mano, abbiamo da poco iniziato a collaborare con l’amico Emanuele Chiti di Cut Press come ufficio stampa, siamo contenti. Ah, poi diciamo che senza i ragazzi di Legno sarebbe stato tutto più difficile.

T: Sì, Legno è fondamentale per vivere e per andare avanti. Per noi più che per molti altri, per cui “fare i dischi” è più un mestiere. Normalmente abbiamo idee, abbozzi, niente di chiuso. Loro prendono tutta la nostra beata incoscienza (“Come? Volete fare 300 copie di un LP gatefold in quadricromia con centrino colorato? Ma siete imbecilli o cosa?”) e provano a mettere delle pezze definibili come “sanità mentale”. Se avete a casa un vinile di Rainbow Island, potete capire che ogni tanto vincono loro, ogni tanto noi.

Come selezionate gli artisti da accogliere nel roster?

R: Semplice, ci arrivano 100 mail a settimana, tra quelle difficile esca qualcosa che ci colpisca, ma se capita si impostano discorsi, altrimenti andiamo ad intuito, vediamo in media 100 concerti per uno all’anno, qualcuno che ci colpisca lo si trova.

F: Ti scrive chiunque, a caso, roba lontanissima, mandano chiaramente mail a 50 etichette per volta. Infatti per ora l’unica cosa davvero interessante che sia mai arrivata via mail è un gruppo strano che ci ha scritto espressamente che apprezza i Rainbow Island!

T: Ragionissima a Federico. Non pretendo di trovare un demo di qualcuno che ha già comprato tutto quello che abbiamo fatto, che si sente “vicino” a noi (di nuovo, il discorso di comunità che non sta in piedi). Ma almeno delle affinità. Facciamo musica con forti radici nel Rock anni ’90, o elettroniche deragliate e con forte impatto ritmico. Se vuoi proprio mandarmi il tuo progetto indietronica simil-Morr in cui canti che sembrano I Cani (è successo) o l’ennesimo “ei, provo a salire anche io sul treno del nuovo-cantautorato-italiano” (succede tutti i giorni), mi devi dare un buon motivo per ascoltarti.

Siete più voi a cercare, o siete soprattutto cercati? Qual è il tuo metodo per cercare nuove band da pubblicare?

R: Per come è impostata la fase di scouting direi che siamo più noi a cercare.

F: Come da risposta sopra, ci scrivono. Ma poi alla fine abbiamo pubblicato soprattutto gruppi che conoscevamo già, o amici, o che ci hanno colpito dal vivo, o suggeriti da altri amici…

P: C’è un aneddoto divertente che completa quanto detto dagli altri: una volta mi è capitato di comprare un disco su Discogs e di ricevere, insieme, un promo di una band. Un promo che ci è piaciuto. Magari se ne farà qualcosa in futuro. Questo è un mondo davvero minuscolo.

T: Agganciato alla domanda di sopra: se vi raccontiamo come abbiamo tirato dentro le persone attualmente a roster, secondo me smettete tutti di mandarci mail. Giuro.

Che tipo di accordi vengono stipulati con gli artisti? E come vengono suddivisi investimenti, lavoro ed eventuali profitti?

R: Ripeto, non siamo seri e non vogliamo ci si prenda sul serio, gli accordi sono semplici, io ti faccio il disco perché mi piaci, ti regalo una percentuale delle copie, poi se le vendi me le compri, se no il rischio è mio, mi sei piaciuto, giusto che me lo prenda, no?

F: Il disco cerchiamo di promuoverlo sia noi (per quanto possibile, e adesso con Cut Press) sia direttamente il gruppo. Quello che entra viene reinvestito nelle spese successive.

In media, quanto vende un titolo? E quel è stato il vostro best-seller?

R: Lascio la risposta a Tommaso che è il maestro di numeri, la media è di 80/90 pezzi a disco, per ora, il nostro best-seller dovrebbe essere “Natural Herbal Pills” dei Clever Square, smerciato in 170 copie, più o meno, seguito di poco da Machweo con il suo “Leaving Home“.

T: Tutto confermato. I Clever Square girano (parecchio) e vendono bene, e anche Machweo si difende alla grande. Niente che ci sia rimasto sul groppone al 100%, va detto (siamo fortunati, o, se vuoi, facciamo cose “vendibili”), ma il mercato in sé è davvero un discreto delirio.

Qual è il vostro album preferito tra quelli pubblicati? E quello più sottovalutato? Renato: non posso rispondere, non sono obbiettivo.

F: Sono tutti figli, però se mi devo sforzare: quelli di Clever Square e Machweo sono i più “album”, e i più accessibili e quelli che ci hanno fatto conoscere di più. “RNBW“, la nostra prima uscita, è veramente un disco della Madonna ed è stato meno cagato di quanto meritasse. In generale i Rainbow Island per me sono meglio di vari gruppi più noti nel loro ambito. Ma sono anche convinto che se Caizzi fosse americano sarebbe già stato in copertina su The Wire.

P: I Rainbow Island sono davvero di una categoria superiore e sono un po’ vittime delle carenze strutturali solite. Forse l’album di Machweo è quello più vicino alle cose che ascolto di più in questo periodo. Sono anche molto affezionato ai disegni che Kekko ha fatto per l’album degli Ogni Giorno.

T: Rainbow Island. Sono tecnicamente una delle cose migliori di tutta una scena, dietro a ogni mossa c’è tutta una cultura per quel suono che è immensamente più alta di qualsiasi media, dal vivo sono delle bestie. E non vivono in tour per i (soliti) limiti strutturali di cui ha detto anche Philip.

In percentuale, quante copie si vendono nei negozi, quante attraverso il vostro sito e quanto ai banchetti dei concerti?

R: Nei negozi pochissimi, non abbiamo una vera e propria distribuzione, preferiamo vendere ai concerti o sul nostro Bandcamp/sito.

Come vedi in prospettiva “l’oggetto” disco? Pensi anche tu che il futuro sia nei file da scaricare, con la “fisicità” di vinile e/o cd ad appannaggio di una ristretta cerchia di cultori e nostalgici?

R: Io sono un collezionista da quando avevo 16 anni, per me l’oggetto fisico avrà sempre importanza e valore, infatti anche per i cd, che ora sono considerati il supporto “povero” noi cerchiamo di curare nei minimi dettagli “l’oggetto” contenitore, i nostri cd sono molto belli.

F: Ci stiamo già rivolgendo a una ristretta cerchia di cultori e nostalgici, e siamo a nostra volta degli amanti dei dischi. Infatti facciamo cose poco ragionevoli come esordire con un gatefold coloratissimo e lucido, fare cd cartonati con il formato di libri, allegare cartoline illustrate…

P: Penso che l’oggetto disco sia già un prodotto per una cerchia molto ristretta di appassionati “militanti”. Il grande pubblico è già migrato verso una fruizione non fisica. Sono abbastanza convinto che il futuro complessivamente sia dello streaming.

T: Il futuro è dello streaming, ma quando si parla con chi la musica la fa scatta l’anatema. Tutti vogliono il disco fuori, molti lo preferirebbero in vinile (anche se han registrato il rumore del sifone della doccia con un registratore a cassette, e poi ci han messo su un riverbero di Ableton), eccetera. La fortuna è che rivolgersi a una cerchia di appassionati aiuta, ma sappiamo benissimo di essere a un passo dalla vetrina degli antiquari. E va bene così.

C’è qualche altra etichetta italiana con la quale vi trovi in sintonia?

R: To Lose La Track, come detto in precedenza.

F: A livello di musica ognuno fa le cose a modo suo; umanamente Tllt, 42, Fallo, Solo, Holidays, Die Schachtel… Tante.

Che cosa dobbiamo aspettarci da voi nei prossimi mesi?

R: Il revival “alternative-rock” anni ’90, no?

F: Un libro bellissimo (sorpresa!) (“Non ti divertire troppo“, ndr)

P: Il nuovo inno della Sampdoria, scritto e suonato da Giacomo dei Clever Square.

a cura di Marco Gargiulo

Behind the Records: la parola alle etichette discografiche.

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