Frankie Hi-NRG MC – Essere umani

Frankie Hi-NRG MC - Essere umani

Frankie Hi-NRG MC - Essere umaniScegliere di mettersi a confronto, comprendere quanto possa essere stata giusta la scelta di allungare il brodo, in quanto ad attesa che separa album in studio e l’altro, vista anche la propria attività paramusicale, non è solo lecito, è dovuto, oltre che necessario per una resa generale dei conti di se stessi. Ma se tutto ciò riguarda Francesco Di Gesù, in arte Frankie Hi-NRG MC, tanto amato per le sue passate performances basate su un hip hop intellettuale ma mai banale, e noto anche per le sue non proprio brevi attese facenti da separazioni ai suoi dischi, allora viene da chiedersi perché. Sì, perché? Perché un disco del genere? Perché doversi trovare amaramente davanti alla conclusione che certe riduzioni all’osso di se stessi, del proprio repertorio inedito, delle idee aventi a che fare con la sfera musicale, partite dopo il tanto discusso eppure di grande impatto “Ero un autarchico”, finiscono per essere controproducenti? Duole ammetterlo, ma le sette tracce che compongono “Essere umani”, quinto album in studio, appaiono come lo specchio di un uomo stanco, che se in “DePrimoMaggio” si era semplicemente seduto sugli allori ma ancora con la forza di sparare una serie di cartucce, qui manca il bersaglio, a partire dai due brani portati nella spirale sanremese di quest’anno, Pedala e Un uomo è vivo, rispettivamente un goffo tentativo di dare vita ad un singolo d’impatto alla Rap lamento, con l’ausilio aggiuntivo di un battito in levare di stampo reggae, ma senza il feeling e persino la goliardia di quest’ultima, e il suo punto più basso di sempre (anche se un po’ se la gioca con L’ovvio), adatto più al Jovanotti post-“Buon sangue” che al Frankie che tanto era stato apprezzato con Potere alla parola e Quelli che benpensano. Deboli sono i tentativi di riscattarsi, precisamente una title track che, per quanto abbia dalla sua parte l’arrangiamento, fa sì che a rovinare il gioco sia il rispettivo refrain, e un Elefante che non riesce adeguatamente nel suo compito di brano di denuncia. Tant’è che suona come un paradosso la constatazione che le due occasioni in cui si manifesta la voglia di alzare la testa siano le maggiormente vicine alla dimensione pop: da una parte un Atteso imprevedibile con un caldo sax a fare la parte del leone, dall’altra Cortesie, j’accuse leggermente memore della Non mi chiedermi dell’amica Paola Cortellesi. Forse il giusto fanalino di coda per un disco che non è pessimo, ma più lo si ascolta e più ci si chiede se lo si possa considerare o meno inutile nella carriera dell’artista. Forse sono le dirette conseguenze di quei Pugni in tasca che più che per marciare sono serviti per sprofondare nel vuoto tanto caro a dei lemmings qualsiasi? Molto probabile. Purtroppo, c’è da aggiungere.

Gustavo Tagliaferri

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