King Buzzo – This Machine Kills Artists

King Buzzo - This Machine Kills Artists

King Buzzo - This Machine Kills ArtistsNon credo servano presentazioni o intricati giochi di parole per descrivere la figura di Buzz Osborne. Una volta, qualcuno più “famoso” di me ha detto che i Melvins sono “il presente, il passato e il futuro della musica”. Considerando l’incredibile impronta stilistica, musicale e, per certi contesti, anche culturale, che il gruppo ha lasciato in un certo ambiente artistico, direi che aveva ragione (almeno in parte, tanto per accontentare anche i detrattori). I Melvins hanno esplorato praticamente qualunque genere musicale heavy, senza mai cadere nell’estremo, senza mai cedere a compromessi e sopratutto riuscendo incredibilmente a non essere (quasi) mai scontati e banali.

Perché parlare dei Melvins se la recensione recita “King Buzzo”? Siamo onesti, questo non è un disco di Osborne, è un disco dei Melvins. Nonostante questo (semplicemente al primo ascolto) banale assioma, è altrettanto scontato capire come gli elementi distintivi del suono melvisiano per eccellenza non sono presenti. Ricordiamoci che è un disco acustico, dopotutto. Questo insolubile paradosso (è un lavoro del gruppo o del suo leader?) ci fa riflettere su un particolare del processo artistico di King Buzzo che, effettivamente, solo un disco del genere poteva palesare: il capelluto chitarrista e la sua creatura a sei (o otto, dipende dalla formazione) mani, non hanno un confine così netto. E questo non è in alcun modo un punto a sfavore. Immaginate un disco a caso dei Melvins, magari il vostro preferito (occhio a non esagerare però), magari uno “Stoner Witch”: staccate la corrente e bucate le pelli a Crover, costringendo il viraggio verso un set acustico ad una voce. Avete ottenuto un ottimo surrogato di questo “This Machine Kills Artists”, e dico surrogato perché questo preciso disco non è acustico per necessità ma per scelta.

Così come un Re non è nulla senza il suo regno, così King Buzzo nulla è senza i Melvins (e viceversa) e questo disco, che può entrare a pieno diritto come successore del “Tres Cabrones” datato 2013, ne è la dimostrazione.

Fabio Fiori

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