Metallica – PostePay Rock in Roma, Roma 01/07/14

metallica

Se vi è piaciuto questo live siete sordi e senza una coscienza critica.

Sinceramente, non ho mai avuto nulla contro i Metallica, ma conosco decine di persone che pagherebbero per poterli appendere a una croce rivoltata. La buona notizia è che, pagando una giusta somma, questa fantasia potrebbe diventare realizzabile. Ho capito, guardando gli eletti seduti a ridosso del palco, forti di un biglietto acquistato con sovrapprezzo, che per poter torturare, insultare, o molestare Hetfield e soci, può bastare infilargli un paio di centoni nella cinta borchiata, come si fa con le spogliarelliste che arrotondano con qualche marchetta. Se avessi un po’ di pelo sullo stomaco, probabilmente affitterei i Metallica per farli suonare al compleanno di mia nipote ma, conoscendola, pretenderebbe di suonare la batteria al posto di Lars Ulrich.

Questo live, al Rock in Roma, rappresenta il fallimento di un’ideologia musicale, nata nel 1983 grazie ad un’opera dal titolo “Kill ‘Em All”.

Come tutti sanno, o dovrebbero sapere, questo primo album è nato in risposta al glam-metal, considerato un genere da femminucce, troppo commerciale, centrato unicamente sull’apparenza e sul guadagno. Esteticamente, i primi Metallica facevano veramente ribrezzo. Erano orrendi, e sfoggiavano la loro bruttezza come un vessillo da opporre alle chiome profumate dei vari Motley Crue, Hanoi Rocks e Quiet Riot, consapevoli di rappresentare una grande porzione di metallari, troppo brutti, virili, sporchi e cattivi per potersi strappare i capelli di fronte allo sguardo languido di Vince Neill. I primi metallica erano davvero rabbiosi, degni membri del Big 4, la lista delle quattro band che hanno dato inizio al movimento thrash, con Slayer, Megadeth e Anthrax (ai quali andrebbero aggiunti Dark Angel, Hirax ed Exodus). Di tutta questa gloria, non è rimasto granché.

Oggi, nel 2014, i Metallica hanno ancora il coraggio di suonare Seek and Destroy, senza provare un naturale senso di inadeguatezza, dovuto all’odierno aspetto patinato ed all’atteggiamento da broker, più che da rocker. Siamo di fronte ai moderni Kiss, un’azienda musicale strutturata sulla commercializzazione di un brand globale, come la Coca-Cola e la Disney.

Sia chiaro, tante band si sono arricchite, ma non tutte hanno letteralmente perso l’anima, la coerenza ed il talento, come i nostri ex rappresentanti del trash-metal, che per qualche spiccio venderebbero anche il report foto-documentato del loro primo amplesso, magari proiettandolo nelle sale cinematografiche, in 3D, col titolo “La nostra prima volta, yeah”.

Questa nuova attitudine commerciale, iniziata nel 1991 con il “Black Album”, è stata amplificata dal contesto del Rock in Roma, dove ogni cosa costa di più e vale di meno, dalla birra al biglietto. Nonostante i prezzi esageratamente gonfiati, parte dello staff del festival è gratuitamente incazzato e sgarbato, e ostenta un atteggiamento ai limiti del provocatorio, arrivando a generare momenti di inutile tensione con alcuni degli utenti del festival.

Detto ciò, le poche emozioni sincere della serata sono state riservate al pacchetto di preservativi gratuitamente offertomi all’ingresso, ai boccoli di una bella moretta che saltellava al centro dell’arena, e all’intro del concerto, dedicato al mitico Eli Wallach, indimenticato Tuco de “Il buono, il brutto e il cattivo”.

Dopo i 30 minuti accademici che i divi losangelini hanno deciso di riservarsi, hanno iniziato a succedersi le canzoni della scaletta. La partenza, a bomba, ha visto il trittico Battery, Master of Puppets e Welcome Home (Sanitarium), mentre la chiusura è stata delegata al classico sopracitato, Seek and Destroy, esaltando una moltitudine di fan decisamente poco esigenti, viste le condizioni della resa sonora. Assistere all’esibizione di una band, presso l’ippodromo delle Capannelle, è come sentire un concerto dalla buona acustica, ma ascoltandolo in apnea, sotto tre metri d’acqua. Tutto rimbomba in modo indefinito, la qualità è talmente pessima da far pensare che sarebbe possibile ascoltare l’esibizione da fuori la struttura, senza perdere più di un 30% della resa. A conti fatti, l’organizzazione del Sonisphere sta a quella di un festival serio, come Mirabilandia sta a Disney World.

Dunque, in questa roboante area dalla tremenda acustica, è partita una carrellata di emozioni preconfezionate, un teatrino che avrebbe fatto inorridire il grande Cliff Burton, troppo geniale e creativo per questo serata da animatori di lusso, ma anche Dave Mustaine, l’unico vero, grande chitarrista che la band abbia mai avuto. Ce lo vedete, il rosso Dave, che si priva del gusto di scegliere la propria scaletta, accettando di inserire solo brani precedenti al 1991?

L’aria paga Hetfield, Ulrich e Hammett, così compiaciuta e sazia, fa ricordare gli scontri tra wrestler ultra-cinquatenni, in quei match benefici organizzati per far divertire i nostalgici paganti, interiormente consapevoli che, a scontrarsi sul ring, ci sono solamente le ombre, dei giovani guerrieri che furono. Mi chiedo cosa pensino, i Metallica, del fatto che siano stati richiesti solamente brani precedenti al 1991. Una domanda, del tipo “Forse, 23 anni fa ho smesso di suonare?”, io me la sarei fatta.

L’unico che sembra non c’entrare niente, è il povero Trujillo. Picchiava con violenza e maestria il suo basso ma sul palco sembrava in completo stato confusionale, quasi non avesse niente a che fare con quei tre dietro di lui. Ma perché non torna a suonare con Zakk Wylde, ricomponendo la coppia basso più chitarra più vichinga del metal? Almeno Zakk è ancora un grande musicista, e Trujillo merita più di esibizioni da cover band.

Fortunatamente, il thrash-metal non si lascia soffocare dall’ego ipertrofico del quartetto di Los Angeles, ma continua a vomitare astio e musica, per bocca degli Slayer, Death Angel, Megadeth, Anthrax, Overkill, Kreator, Testament, Violator, Annihilator, Toxic Holocaust, Sepultura, i Soulfly di Cavalera e molte altre band, ancora integre, e ancora capaci di rompere gli schemi e fregarsene del mainstream.

Grazie a Dio ci sono stati i Volbeat e gli Alice in Chains, non esattamente il tipo di musica che metterei nel mio iPod, ma capaci di scaturire una gran dose di emozioni, grazie ad esibizioni sincere e di grande impatto.

Per quanto riguarda il resto, “kill ‘em all”.

Adrian Nadir Petrachi

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