Ephel Duath – Hemmed by Light, Shaped by Darkness

Ephel Duath - Hemmed by Light, Shaped by Darkness

Ephel Duath - Hemmed by Light, Shaped by DarknessSeguire il proprio istinto, una guida riconducibile allo spirituale come al materiale. Immaginare, costruire dalle macerie, rimodellare a propria immagine e somiglianza, non necessariamente basandosi su principi gnostici. Creare, ora come allora. Operando in un luogo che a primo impatto sembrerebbe un incrocio tra un dungeon e un castello delle meraviglie, ma che nel contesto generale ha poco a che fare con entrambi i casi. Un labirinto, un laboratorio di anime perdute, dove più che il dolore a farsi strada è la propria forza, la destrutturazione di molteplici contesti nella loro forma basilare a favore di un linguaggio proprio, originale, nell’universo metal. Del resto il chitarrista Davide Tiso, in quanto depositario principale della band Ephel Duath, non è nuovo ad operazioni del genere, e la ripartenza di tale progetto, avvenuta con “On Death and Cosmos“, lasciava ben intuire quali fossero le nuove vie da intraprendere. Luci ed ombre, tutto e il contrario di tutto. La necessità di ripensare un certo tipo di musica.

Difatti “Hemmed by Light, Shaped by Darkness“, ultima fatica in studio che conferma nuovamente alla voce Karyn Crisis e alla batteria Marco Minnemann e segna il passaggio da Steve DiGiorgio a Bryan Beller (Steve Vai, Dethklok, The Aristocrats) per quanto concerne il basso, in fatto di titoli non si basa affatto su un mero programma. Se a fungere da luci sono i momenti che portano Tiso a perseguire ulteriormente quella sinergia di influenze i cui natali sono avvenuti con il lavoro di cui sopra, le ombre, non certo nel negative, costituiscono l’equilibrio che con lo stesso musicista raggiungono la sezione ritmica e soprattutto la voce di Karyn, forgiata da una duttilità che non passa certamente inosservata, come dimostra il passaggio da un cantato graffiante, sporco, disperato, di ispirazione death, ad uno maggiormente pulito e sussurrato. Un brano come Feathers Under My Skin lo dimostra pienamente, oltre ad evidenziare l’ala progressive del disco, assieme a Tracing the Path of Blood, lungo un processo di ricerca del suono che passa proprio per l’avant-garde (When Mind Escapes Flesh, una Within This Soil che vede il suo punto di forza nel solo di chitarra presente sul finale, un’onda di energia che esce fuori dai banali stilemi tipici di certi presunti “chitarrismi”) e finisce con composizioni maggiormente cervellotiche, che enfatizzano la passata definizione di “jazz-metal” affibbiata ai nostri (Those Gates to Nothing, Through Flames I Shield). Contrariamente, la quasi-titletrack, composta dai due momenti che chiudono il disco, non è un mero sunto generale delle intenzioni di Tiso, ma è la convivenza di quiete e tempesta, lo zenith di una dimensione che si ripropone con una maggiore compattezza, tale da fare esclusivamente onore al gruppo.

È vero, dischi del genere certamente non appartengono ad una categoria di lavori facili da assimilare, anzi, potrebbero risultare molto ostici, ma il processo di perdizione che accompagna “Hemmed by Light, Shaped by Darkness” merita questo sacrificio. Per il linguaggio applicato, per la cura nei dettagli non fine a se stessa, per tutto.

Gustavo Tagliaferri

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