The Zen Circus – Canzoni contro la natura

The Zen Circus - Canzoni contro la natura

The Zen Circus - Canzoni contro la naturaLa vita, a Pisa come in tutto lo stivale, deve essere fatta eccome a scale. Ma non necessariamente in termini di fortuna e sfortuna, bensì a proposito di quegli stati d’animo che si ripropongono una volta che si sceglie di intraprendere una nuova avventura. Se il passaggio dalla classica vita di quartiere (“Andate tutti affanculo“) al caos della città (“Nati per subire“) ha finito per sembrare quasi indolore, a cosa porterebbe la scelta di immergersi almeno per una volta nel verde, senza per questo tralasciare le proprie radici? Andrea Appino, Ufo e Karim Qqru, una volta usciti dalle reciproche vesti momentanee di cantante solista, dj e deus ex machina di un progetto tra punk, hardcore e sprazzi di elettronica, il pane di un anno sabbatico come il 2013, come dovrebbero sentirsi a tal proposito? Rinvigoriti, rinforzati, felici di far ripartire le danze, e certamente ancora più arrabbiati. Due anni e mezzo di attesa per questo “Canzoni contro la natura” servono anche a questo.

Non ci sono intenti di stampo ecologico: al contrario, è presente un connubio tra quella voglia di raccontare, senza scadere in un’indignazione qualunquista, lo specchio del proprio paese, prerogativa che da sempre anima il gruppo e che trova voce in capitolo in una Postumia che, tra disagi e tentativi di soffocare alienazione, precarietà e solitudine attraverso incontri di qualsivoglia tipo, fa da filo conduttore al Circo passato, la presenza di concentrati rock che vanno da Viva, potenziato ritorno ai tempi di “Andate tutti affanculo”, a Canzone contro la natura e No Way, con tanto di camei da una parte storico-culturali (Giuseppe Ungaretti) e dall’altra legati al proprio sconfinato ambiente (Giorgio Canali), e dei contatti sempre più marcati con certa canzone d’autore, come dimostrano L’anarchico e il generale, che sembra unire il Fabrizio De André de Il pescatore al Claudio Lolli di Aspettando Godot, e Mi son ritrovato vivo, dal sapore folk, riscontrabile nel violino di stampo irish, fino alla malinconia velatamente blues che caratterizza Sestri Levante. Allo stesso modo quello che è stato Franco all’interno di “Nati per subire” adesso è il Dalì che, in un quartiere tanto vicino all’essere un ipotetico selvaggio West, vive la sua condizione di maledetto tra il popolo, bramoso di vendetta, in contrasto all’invitante carica di Vai vai vai!. Ma il momento clou dell’opera va identificato nei sette minuti di dichiarazione cadenzata e poi scatenata di odio e amore dell’entità in formato vegetale che si cela dietro Albero di tiglio, la cui punizione finisce per manifestarsi in un’incalzante coda strumentale sospesa tra il drumming di Karim Qqru e la chitarra di Appino, lungo una sfumata facente da colpo di grazia e da passaggio attraverso l’oblio.

Come è vero che di album in album quel che viene fuori finisce sempre per rivelare un’identità propria senza mai giungere ad una continua ripetizione di clichè, al contempo, con molta probabilità, si potrebbe definire “Canzoni contro la natura” come l’album più grezzo, “resistente” realizzato dagli Zen Circus, che vengono ulteriormente consolidati come una delle garanzie di una scena tanto discussa come quello nostrana. O meglio, della sua parte “grande”.

Gustavo Tagliaferri

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