My two cents#23

My two cents

In questo numero: OvO, Maria Antonietta, King of the Opera, Nicolas J. Roncea, L’officina della camomilla, Rumori dal fondo, JoyCut, Saluti da Saturno, Fargas, VeiveCura.

OvO - Averno/OblioOvOAverno/Oblio (CORPOC)

La caduta nell'”Abisso” è servita a rompere nuovamente le acque per quello che si è sempre rivelato come un percorso mai monocorde, caratterizzato da innovazioni e cambiamenti portati a compimento disco dopo disco e tali da portare al raggiungimento di una dimensione tanto spaventosa quanto avvincente. Ma cosa può succedere quando, in casa OvO, rimangono fuori, come già successo con quel “Festivalbug” molto caro ai Bachi da pietra, alcuni frammenti di questo processo? La mano di CORPOC è inconfondibile per due nomi come Bruno Dorella e Stefania “?Alos” Pedretti, da sempre cuore e cervello del progetto, nuovamente sostenuti dal contributo di Riccardo “Rico” Gamondi, e la dicotomia tra Averno ed Oblio è tale da costituire l’ideale fiammifero da accendere una volta giunti in procinto di attraversare dei sotterranei altrettanto lugubri, dove mentre la prima riporta alla luce, specialmente nella performance di ?Alos, le atmosfere da casa degli orrori in cui ha avuto luogo l’esperienza di “Cor Cordium” (chi ha detto Catacombecatombe?), la seconda risulta essere maggiormente cadenzata e di estrazione doom, accentuata da una parentesi sludge dove spicca il forsennato, luciferino ed ineccepibile drumming di Dorella, facente da clou di una via di fuga riuscita e dove a rimanere non sono i graffi, ma quelle sensazioni che hanno sempre caratterizzato i postumi di un’esperienza condivisa con il duo in questione. Per delle outtake che finiscono immediatamente tra le loro composioni di maggiore intensità. Gustavo Tagliaferri

maria antonietta - sassiMaria AntoniettaSassi (La Tempesta)

La pesarese a cui, già con l’album di debutto, era stato conferito l’appellativo di “pasionaria” (un tantino eccessivo) si è tolta gli occhiali da sole e ha lasciato i suoi Martini e aspirine, per guardare in faccia una realtà meno punk, meno garage e più cantautorale. Punk-rock e cattolicesimo. Per il nuovo disco, Maria Antonietta si è ispirata al libro dell’Ecclesiaste e non è neanche la prima volta che fa riferimento alla religione. Due anni dopo Letizia Cesarini torna meno fragile, sempre diretta, meno adolescenziale e più serena. Un disco dal sound minimale, testi autoreferenziali e semplici, un inno alle ragazze e alla fiducia in se stesse (Ossa); il resto dei temi sono gli stessi del disco precedente ma trattati con delicatezza e un’attenzione maggiore. A qualcuno potrebbe risultare sottotono rispetto al precedente, ma Sassi è da elogiare in quanto più maturo, con arrangiamenti migliori e nuove soluzioni sonore: dal punk alla ballata elettrica, dagli arpeggi di chitarra acustica ai silenzi accompagnati da rintocchi di piano. Cambiamenti positivi. “Ma naturalmente per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla.” (Pier Paolo Pasolini) Carmelina Casamassa

King of the Opera - Driftwood EPKing of the OperaDriftwood EP (La famosa etichetta Trovarobato)

È stato un segno del destino quello che ha portato Alberto Mariotti, con la morte di Samuel Katarro e l’uscita di “Nothing Outstanding“, ad un’evoluzione in cui il richiamo tra nuova anima e nuova pelle ha finito per consistere in primis nell’incontro tra un songwriting di stampo pop e folk e certa psichedelia di stampo 70’s. Un ideale inizio per l’identità che prende il nome di King of the Opera, ma a sua volta tale da costituirne solo una parte. Perché avere a che fare con “Driftwood” significa imbattersi in un autentico cambio di programma, un’esperienza riassumibile non tanto in un EP, quanto in una suite, un’avventura dove il feeling di ispirazione cosmica già respirato in parte nel repertorio passato è presente in misura maggiore, in sintonia con le atmosfere rarefatte, intricate, sommesse ed affascinanti che caratterizzano i suo tre momenti, che vanno dai Pink Floyd a metà tra la fase barrettiana e i primi vagiti gilmouriani ed arrivano ai King Crimson di “Islands”, ma anche della triade di inizio carriera. La sommessa e silenziosa Colours and Lights, un mare lontano le cui onde lambiscono il progressive andante di I Remember Something, fino alle lievi note di pianoforte di Counting Shadows, che introducono un crescendo dilatato, sempre più intenso, tipico di certi Mercury Rev, un ritorno al presente a cui non può seguire altro che il silenzio, dopo circa venti minuti. Viene da pensare che se “Driftwood” dovesse mai diventare un’ipotetica colonna sonora per qualche cortometraggio onirico, sarebbe il contesto più consono all’interno del quale inserirsi. Oltre ad essere, chiaramente, la grande conferma di come l’evoluzione di Mariotti si dimostri più produttiva che mai. Gustavo Tagliaferri

Nicolas J. Roncea - EightNicolas J. RonceaEight (Waves for the Masses )

Nell’epoca in cui spadroneggiano elettronica, computer e qualsiasi altro rinnovato della tecnologia c’è ancora qualcuno a cui basta una chitarra acustica per fare musica. Una musica semplice, calda e viscerale che sa emozionare proprio grazie alla sua immediatezza. Dopo l’apprezzato “Old Toys” torna Nicolas J. Roncea con un lavoro che ancora una volta sorprende. Otto brani totalmente acustici, con chitarra, cuore e voce che arrivano dritti nel profondo. Emergono Sand in My Eyes, capace di colpire già al primo ascolto; He’s Wrong, disperata quanto coinvolgente, è il brano che potrebbe riassumere tutto il disco. Nel finale invece December assume toni più delicati e introspettivi, con la conclusiva Animals Were si chiude lasciando sospesi e senza fiato. Un disco vero. Daniele Bertozzi

L'officina della camomilla - Squatter EPL’officina della camomillaSquatter EP (Garrincha)

Si è discusso molte volte della Garrincha Dischi, dei suoi pregi e dei suoi difetti, di quelli che possono essere considerati i suoi fiori all’occhiello, di coloro che contrariamente hanno finito per diventare le loro pecore nere e di come questi ultimi due fattori in più occasioni abbiano finito per non essere proprio combacianti, in relazione alla spinosa questione del successo di massa, se non addirittura estendendo il tutto oltre l’aspetto musicale. Purtroppo ascoltare L’officina della camomilla ed in particolare questo nuovo EP, “Squatter“, è un’ulteriore prova a favore della tesi di cui sopra. Saranno le conseguenze del passare del tempo, sarà che ripetere quasi all’eccesso determinate formule, contrariamente alla loro effettiva durata, è tutt’altro che producente, sarà che il cantato di Francesco De Leo necessiterebbe di qualche marcia in più per non risultare quasi sempre asettico, da canzone a canzone, ma il progetto, per quanto si sforzi, non riesce (più?) a decollare e i vari approcci tentati finiscono spesso per fare acqua, sia che riguardino il jangle-pop che ha sempre fatto da marchio di fabbrica dei ragazzi (Gommaragno, la nuova versione di Città mostro di vestiti), che quando si strizza l’occhio al rock (la title track) o ad una simil-dance istantanea ed isterica (Bambini che fumano). È presente qualche buona intuizione, soprattutto nel felice e dilatato arrangiamento della conclusiva Le foglie sui miei vestiti sono il sangue del parco, un’eccezione alla regola rispetto al lotto generale, ma L’officina della camomilla ne ha comunque di strada da fare per poter diventare un gruppo davvero degno di nota. Rimandati a settembre. Gustavo Tagliaferri

Rumori dal fondo - Amanti e reduciRumori dal fondoAmanti e reduci (Autoproduzione)

Un delicato e caldo soffio di sonorità pop si diffonde nell’aria, grande eleganza e tanta passione contraddistingue “Amanti e reduci“, ultimo lavoro del milanese Rumori dal fondo (al secolo Massimiliano Galli). La voce calda e pulita di Massimiliano Galli si intreccia splendidamente con gli arrangiamenti delle chitarre e della sezione ritmica per dare vita a dieci tracce davvero gradevoli, che devono tanto al pop italiano degli anni ’90 ma che vantano una maturità compositiva sopra la media, dove la collaborazione di Giuliano Dottori (Amor Fou) e Lele Battista (ex La Sintesi) non fa altro che accentuarne l’essenza. In un lavoro di pregevole fattura emergono Rivestirai l’inverno, forse la migliore traccia dell’intero disco, con un ritornello che cresce e convince sempre di più ad ogni ascolto, mentre Amanti e reduci è impreziosita da una coda strumentale di tutto rispetto. Se questi sono i rumori che arrivano dal fondo è il caso di tendere le orecchie al terreno come gli indiani. Daniele Bertozzi

JoyCut - PiecesOfUsWereLeftOnTheGroundJoyCutPiecesOfUsWereLeftOnTheGround (Irma)

Disgregazione, dissoluzione, abbattimento delle barriere. Un perenne raccoglimento dei pezzi effettuato con l’intenzione di dare il via ad un nuovo ciclo, un’evoluzione del proprio modo d’essere, forse il salto di qualità definitivo. E per di più praticarlo, malgrado le origini potentine, a Bologna. Il segreto di “PiecesOfUsWereLeftOnTheGround“, e di conseguenza l’evoluzione dei JoyCut, è situato in tutto ciò, nel passaggio dalla new wave ad un melting pot di influenze tale da sconfinare in un concept album dove tre macro-suites la fanno da padrona. C’è Berlino, Londra, persino l’Africa, solo per citare parte del bagaglio culturale di cui si servono i ragazzi per dare luogo a quindici momenti dove si amalgamano suoni caldi, vibranti ed eterei (Wireless, Drive), momenti situati a metà tra techno ed ambient (Dominio), post- rock dall’incedere quasi tribale (DarkStar, PiecesOfUs), Boleri raveliani ipotizzati in chiave EBM-drum’n’bass (1-D), colloqui tra Aphex Twin ed Autechre atti a dare luogo ad un rock dove emergono tendenze uplifting (ChildrenInLove), se non addirittura balearic trance (Neverland), mentre una voce, quella del deus ex machina Pasquale Pezzillo, ridotta all’osso, ma altrettanto efficace quando presente, come nella tromba che accompagna le atmosfere sospese di Funeral, una Save maggiormente vicina al post-rock inteso al giorno d’oggi e il soliloquio robotico di KidsKidsKids, un’HideAndSeek imogenheapiana maggiormente sognante. Questi sono i JoyCut, questo è un album che va fuori dai soliti schemi, questo è un viaggio da non lasciarsi sfuggire, da intraprendere dall’inizio alla fine. Gustavo Tagliaferri

Saluti da Saturno – Shaloma locomotivaSaluti da SaturnoShaloma locomotiva (Labotron)

Un disco di cover (più un inedito): da Endrigo a Battisti, da Casadei a Paoli. Una locomotiva percorre i binari del passato e li connette ai binari del presente. Un racconto che fa tenerezza, che rimanda a tanti momenti felici Mirco Mariani avrà vissuto e che, con questo lavoro, tende a cristallizzare per mantenerli intatti. Nonostante l’età possa essere diversa tra l’artista e l’ascoltatore, potrebbe accadere di ritrovarsi comunque a rivivere bei momenti di un tempo. Radici romagnole della band, balere che risuonano, aneddoti dell’infanzia spolverati e calore famigliare. Nei dischi di Saluti da Saturno e in queste cover è presente una componente che ormai li rende riconoscibili e li contraddistingue: l’utilizzo dei “soliti” (per Mariani) strumenti insoliti (per la composizione contemporanea) che arricchiscono il tutto con atmosfere vintage. “Shaloma locomotiva” porta indietro nel tempo e tra i ricordi ed è quindi, un bel disco di cover che ha senso di esistere. Carmelina Casamassa

Fargas - GaleraFargasGalera (Snowdonia/Private Stanze)

L’esistenza dei felici casi a parte nella corrente d’autore moderna nostrana spesso va salutata come un’adeguata forma di rivincita verso il rischio di cadere nel già sentito, morbo che sembra diffondersi a macchia d’olio tra diversi di quelli che sono diventati i suoi principali esponenti. Dalle parti di Modena è sempre più evidente come Luca Spaggiari, in arte Fargas, sia uno di questi, un cane sciolto che, una volta entrato in casa Snowdonia, ha dimostrato con “In balia di un dio principiante” di concepire un’autentica perla di stampo pop. Pertanto girare per le sue Private Stanze e ritrovarsi, con fare bucolico, in quella che oggi è una “Galera” è il passo più giusto da fare per continuare una trilogia iniziata con quanto sopra, dove la prima cosa che emerge è una lezione di base degli anni ’70 che assume una minore rilevanza, favorendo lo sviluppo di un moderno Luca Carboni che, tolta la title track e i suoi velati richiami all’Antonello Venditti prima maniera, sceglie di avvicinarsi a Flavio Giurato (Pubblica nudità, presente sia in una versione rock-blues che in una demo stilisticamente vicina al precedente repertorio, condivisa con l’amico Matteo Toni e favorita da un’armonica di stampo dylaniano ed un lavoro di slide non meno funzionante) tanto quanto l’artista bolognese aveva scelto di fare suo Claudio Lolli. Proseguire per le impennate floydiane della malinconica e cadenzata Stelle rotte e il rock di una dichiarazione d’amore arrabbiata come Tu qui e della pacata Mentre io entravo nelle tue ossa, fino ad arrivare a Mille nodi, ninna nanna per piano Rhodes cantata con la voce angelica di Francesca Bono degli OfeliaDorme, mentre scorre una tromba dal fare decadente la cui Apertura segna la dicotomia con le sole note di pianoforte dell’iniziale Chiusura, dà l’idea di come Spaggiari dimostri di fare suoi determinati stili senza risultare certamente un clone di questi, anzi, riuscendo pienamente nell’intento. A voler azzardare, uno degli album dell’anno. Gustavo Tagliaferri

VeiveCura - Goodmorning UtopiaVeiveCuraGoodmorning Utopia (La Vigna)

Dopo “Sic Volvere Parcas” e “Tutto è vanità”, “Goodmorning Utopia“: la trilogia è al completo. VeiveCura è un progetto che, fin da subito, è stato in grado di affascinare critica e pubblico, e non smette di farlo neanche con quest’ultimo lavoro, dove utopia e realtà si rincorrono in un mondo fatto di visioni e toni solari che sprigionano bellezza e incanto. Le atmosfere malinconiche del primo EP incontrano l’orchestralità del primo disco e ne vengono fuori suoni liquidi, guidati da un pianoforte leggiadro ed elegante, che vanno dall’ambient al post-rock, dall’elettronica alle sfumature pop. Le poche parole di Davide Iacono sono sussurri di un cantato rarefatto alla Bon Iver e non possono che contribuire a fare di questo un disco curato e brillante che riuscirebbe a far viaggiare chiunque. Meritano un ascolto particolare Ad astra, Nei tuoi occhi di legno e Utopia Pt. I-III (Baggio), in cui un assolo di sax rievoca gli anni ’80-’90 e rende tutto più energico e lunatico. La vita di questo disco cola dalle disfatte e dai sogni ad occhi aperti, da una bellezza suprema ma inafferrabile, lasciando due note a margine (la presa di coscienza e la voglia di riscatto) ed un solo finale: “Goodnight Utopia”. Carmelina Casamassa

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