Hellfest 2014 – Val de Moine, Clisson

Mai come quest’anno l’Hellfest ha dimostrato di essere all’altezza del monumentale Wacken. A dirla tutta, a livello di headliner, si è riusciti a fare persino qualcosa in più dei colleghi tedeschi, presentando, tra le varie cose, 120 band di primissimo piano, in ben sei palchi tematici, ognuno con una sua utenza di riferimento. In questa carrellata di autori, le maggiori emozioni sono giunte da quei gruppi inaspettati, taluni perché dati per spacciati da una trentina di anni, altri perché fuori da ogni forma di mainstream, altri, ancora, perché alle primissime pubblicazioni discografiche. Lasciamo stare le ovvietà su Maiden, Slayer, Behemot, Emperor ecc., e passiamo direttamente agli “sfizi”.

Le sorprese (inaspettate).

Status Quo: grandi vecchi del rock, hanno rispolverato un repertorio emozionante, facendo saltellare, con Whatever You Want, diverse decine di migliaia di giovinastri, ancora neanche nei pensieri dei loro genitori, quando Francis Rossi & soci erano sulla cresta dell’onda.

Skid Row: dati per finiti dai tempi di “Slave to the Grind”. Ebbene, questi eterni ragazzini hanno colorato di glam i toni cupi di Clisson, trasformando il mainstage in un’arena datata 1989. Johnny Solinger non sarà figo come Sebastian Bach, ma non lo fa rimpiangere minimamente.

Angra: pompati a dismisura dall’incredibile voce del nostro Fabio Lione, fiore all’occhiello della formazione brasiliana. Diamogli una bandiera e facciamoci rappresentare nel mondo da lui, perché ne vale davvero la pena.

Nefarium: unica band italiana del festival. Senza alcuna soggezione, hanno ribaltato il palco, scatenando suggestioni demoniache al pari delle più blasonate band black mondiali.

Gorgoroth: precisione tecnica e malvagità, di fronte ad una bella croce rivoltata. Non pensavo fossero così forti, dal vivo.

Blues Pills: con il loro elegante retro-rock e una cantante che incarna, nella voce, e nelle squisite fattezze, i migliori stereotipi freak anni ’70. Della serie, facciamoci d’oppio, suoniamo la chitarra, e amiamoci in questo prato fiorito. Un melodioso tuffo nel passato, brillante e per nulla anacronistico. Promossi.

In Solitude: faranno parlare di sé, e non è un caso che “Sister” sia stato l’album rivelazione del 2013. Non solo sono forti, ma anche creativi, e dal vivo hanno una qualità eccezionale. Tra pochi anni saranno sul mainstage.

Le delusioni.

Phil Anselmo: che fine ha fatto? Non azzecca più un attacco, neanche per sbaglio. Parla, parla, parla, ormai non canta quasi più. Ultimamente dal vivo risulta disastroso. Bisogna dire che anche in studio, con il suo ultimo disco con i The Illegals, è davvero mediocre e scadente. Perdere qualche kg e drogarsi di meno potrebbe garantirci qualche prestazione decente. Vinnie Paul ti odia e, fidati, neanche a me stai particolarmente simpatico. Che tristezza.

Soundgarden: una performance legnosa e statica. Un suono orribile, impastato, con le chitarre che non emergono mai, e un Chris Cornell che segna il passo, e che sembra ben lontano dal poter raggiungere, nuovamente, le vette di un tempo. Ho un amico, grande amante dei Soundgarden, che io, invece, mal sopporto. Aveva le orecchie basse ed una immaginaria coda, proprio tra le gambe. Deludenti.

Lez Zeppelin: ma perché esistono le Lez Zeppelin? E perché suonano sul mainstage? Fossero belle, almeno. Le regine dell’inutilità, sotto forma di cover band, come se le cover band non fossero già abbastanza inutili. Se potessi dar loro un voto, meriterebbero quell’N.C. (non classificato) che torniva tutte le mie pagelle del primo semestre.

Aerosmith: Niente da eccepire, ma perché erano presenti al festival? Mi sembrano completamente fuori contesto, nonostante la grande quantità di fan in attesa di strapparsi i capelli, di fronte a quei classiconi commoventi, che tanto mi fanno ribollire il sangue di odio.

Avenged Sevenfold: non che abbiano toppato la prestazione, ma hanno organizzato uno show esageratamente visivo, dove le fiamme e le illuminazioni pirotecniche hanno fatto tornare la luce nel cuore della notte. Non siete i Rammstein, queste cose lasciatele a loro. Detto tra noi, credo che la voce di M. Shadows sia una delle cose più irritanti di questo mondo.

Megadeth: dove eravate? Vi ho aspettato invano, ma mi avete dato buca, come a Roma. Se non venite al Wacken, vi mollo.

Deep Purple: grandi, intoccabili, uno dei gruppi più importanti della storia. Ma, rispetto allo scorso anno, li ho trovati scarichi, e Gillan leggermente fuori forma. L’età avanza, per tutti. Mi aspettavo un 9, ho ricevuto un 6.5, quindi, più che di una delusione, si tratta di una mezza delusione.

Il miracolo.

Black Sabbath: Il mondo deve ai “ragazzi di Birmingham, molto più di quanto debba ad un qualsiasi papato della storia, da Pietro a Francesco. Mi aspettavo di dover piangere in un angoletto, di fronte alla disfatta dei miei eroi, ma così non è stato. Io c’ero, li ho visti, ed è stato incredibile. Un Ozzy che sembrava uscito dagli anni ’90, Iommi al top nonostante i problemi di salute, e Butler come una conifera sempreverde. Non poco è stato importante l’ingresso del mostruoso Tommy Clufetos, dopo l’abbandono di Bill Ward. Di fronte a 150.000 persone, i Black Sabbath hanno cantato la storia, rappresentando il fiore all’occhiello di un festival spaziale.

Adrian Nadir Petrachi

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