11 cover per… Sara Ardizzoni (Pazi Mine, Dagger Moth)

Come sarebbe un album di cover pubblicato da Sara Ardizzoni? “Pura schizzofrenia musicale” ci assicura. “Trasversale chitarrista (per scelta) e cantante (per caso)” (così leggiamo nel suo sito personale) – nonché architetto nelle ore diurne – Sara è attualmente impegnata nel suo personale progetto a nome Dagger Moth – “una specie di one-woman-band con chitarra elettrica, voce ed elettronica, che miscela loop, noise e melodia in bilico fra caos e struttura” (qui un assaggio della sua musica). L’album omonimo è datato 2013 ed è prodotto da Giorgio Canali. Senza dimenticare la sua militanza nei Pazi Mine, quartetto nato duo attualmente in stand-by. Questa è la sua playlist, buon ascolto!

Roy Buchanan – The Messiah Will Come Again (da “Roy Buchanan”, 1972)

È stato uno dei primi brani che ho eseguito dal vivo davanti ad un “pubblico”… Se non ricordo male ero ancora teenager e avevo deciso di interpretare il brano di uno dei miei chitarristi preferiti al saggio di fine anno della scuola di musica che frequentavo all’epoca: ansia alle stelle, ma pure divertimento alle stelle in quei giorni… Tuttora amo profondamente il tocco di Buchanan e lego questo pezzo ad un periodo e ad amicizie che, col senno di poi, hanno avuto un peso fondamentale sulla mia crescita,umana e musicale.

Art Ensemble of ChicagoTheme de Yoyo (da “Les Stances a Sophie”, 1970)

Questa è una cover che faccio regolarmente dal vivo! è un brano stupendo, almeno in originale lo era, spero di avergli reso un po’ di giustizia anche con la mia reinterpretazione. Mi ricordo che una sera – ormai più di anno e mezzo fa – lo stavo riascoltando e mi son resa conto che poteva avere una struttura perfetta per essere rielaborato con una loop station. Poi ovviamente nella cover c’ho messo del mio! E del “marcio”. Fontella mi perdonerà.

Black FlagSpit It in (da “Spit It in”, 1984)

Anche questa è una cover che avrei pronta , ma ancora dal vivo non mi è capitato di eseguirla. Sono una grande fan dei Black Flag e tuttora seguo in maniera a dir poco devota le gesta del buon Henry Rollins. Non sapendo urlare come lui, ne darei una versione più rockenrolleggiante.

Marc RibotRomance (da “Marc Ribot Plays Solo Guitar Works of Frantz Casseus”, 1993)

Come dico sempre Ribot è probabilmente il chitarrista che sento più vicino come tocco e sensibilità, anche se qui è in una veste insolita. È un album interamente strumentale e molto particolare: sono tutte composizioni per chitarra classica scritte da quello che fu il suo maestro, l’haitiano Frantz Casseus. Non prendo in mano una classica da secoli e sarebbe bello rimetterci le dita per studiare uno qualunque di questi meravigliosi brani.

Hüsker DüDon’t Want to Know If You Are Lonely (da “Candy Apple Grey”, 1986)

Anche gli Hüsker Dü sono un pilastro per me (anche se il loro disco che preferisco è “Zen Arcade”). Da anni mi riprometto di fare una cover di questo pezzo, per un motivo molto semplice: ogni volta che lo sento, arriva diretto a stomaco e cuore.

Depeche ModeI Feel You (da “Songs of Faith and Devotion”, 1993)

Non sono una devota totale dei Depeche Mode ma li ascolto sempre molto volentieri e “Songs of Faith and Devotion” è uno di quei dischi classici dove non c’è un brano brutto, almeno per i miei gusti. Mi piacciono le frequenze basse e le voci calde, le belle melodie. Qui ci sarebbe da sbizzarrirsi per una reinterpretazione.

Nina SimoneFour Woman (singolo, 1966)

Pur continuando a non sentirmi una “cantante” (ma sapendo che quello della voce è anche un ambito dove vorrei migliorare) quando devo pensare ad una voce femminile che colpisce al cuore mi viene subito in mente lei. In quella voce c’era tutto, colore , forza, fragilità, carisma… e questo è uno dei suoi brani più intensi. Cosa avrei dato per vederla dal vivo…

SnakefingerYou Sliced up My Wife (da “Manual of Errors”, 1982)

L’istrionico Snakefinger me lo fece scoprire un caro amico chitarrista qualche anno fa. Come non apprezzarlo? Ritengo l’autoironia una delle qualità più importanti nella vita. E il suo tocco caustico la dice lunga sul personaggio. Sarebbe bello preparare una versione “garbatamente demenziale” di questo brano, così per dare un tocco di sana “ignoranza” al mio set.

The StoogesGimme Danger (da “Raw Power”, 1973)

Beh, pionieri e grandi sopravvissuti. Soprattutto Iggy, un uomo che dovrebbe donare il suo corpo alla scienza. È un brano scuro, scarno e sensualissimo che mi ritrovo spesso a canticchiare. Prima o poi proverò a metterci mano.

Captain Beefheart and the Magic Band – This Is the Day (da “Unconditionally Guaranteed”, 1974)

Non mi dilungo sul personaggio perché non ce n’è bisogno, né tantomeno sul brano. Magari non sarà il più rappresentativo della follia beefhartiana ma, appena entra la voce, la pelle d’oca è garantita, può scatenare la vena romantica di chiunque.

John FruscianteGoing Inside (da “To Record Only Water for Ten Days”, 2001)

La carriera deviata – in tutti i sensi – di John mi ha sempre incuriosito. Questo è uno dei brani che preferisco da “To Record Only Water for Ten Days”, uno dei suoi lavori da solista a cui sono più legata. L’ho apprezzato come chitarrista più tecnico ed hendrixiano nei primi dischi dei RHCP, quand’era praticamente un ragazzino. E dopo mi ha affascinato anche la vena visionaria,sghemba e vagabonda (per generi e stile) che caratterizza i suoi dischi da solista; a livello compositivo ci sono cose che sento molto vicine. Infatti non nego che lui sarebbe fra le “collaborazioni impossibili” a cui aspirerei, in un mondo di pura fantasia, purtroppo.

a cura di Christian Gargiulo

11 cover per… funziona così: un(a) musicista sceglie le undici, altrui canzoni che inserirebbe in un suo personale album di cover e per ogni scelta fatta ci spiega il motivo. Senza alcun tipo di limite: né di genere né di nazionalità né di periodo storico.

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