Falloch – This Island, Our Funeral

Falloch - This Island, Our Funeral

Falloch - This Island, Our FuneralGeneralmente il secondo album è sempre il passo più difficile per un gruppo che voglia affermarsi: deve dimostrare di non essere un fuoco di paglia e di avere costanza e continuità – se non addirittura di essere già maturato rispetto alla prima release. In particolare, gli scozzesi Falloch si erano distintamente presentati nel 2011 con il loro debutto, “Where Distant Spirits Remain”: un concentrato di elementi post-rock, folk e black metal. Questo settembre, tre anni più tardi, arriva il momento dell’auspicata conferma del loro secondo colpo in canna, “This Island, Our Funeral”.

Effettivamente le carte in tavola sono state quantomeno mescolate: i capisaldi rimangono sempre gli stessi, ma i punti di riferimento sono cambiati profondamente. A partire dal loro folklore che, mentre prima si manifestava in una maniera talvolta quasi danzereccia, ora si fa più riflessivo e onirico, quasi spirituale; come se avesse perso la sua dimensione più propriamente popolare (e populista), per assumerne una più personale e malinconica. I tratti più baldanzosi del post-rock degli esordi, poi, lasciano spazio ad un post-metal più simile a quello degli *shels, così come gli scozzesi si allontano dall’ombra onnipresente di Alcest e compagnia bella, la quale cede il passo a quella un po’ meno ingombrante degli Agalloch. Talora vi si può sentire, specialmente in Tòrradh, anche qualche eco dei Lantlôs di “.neon” e “Agape” – non per nulla intraprenderanno presto un tour insieme ai tedeschi, reduci del deludente “Melting Sun” di questo maggio. Ma la cosa forse più sorprendente è che tutti questi intrecci introspettivi vengano ricamati su una base carica di groove, spesso molto cadenzata e al limite del doom, creando un piacevole ossimoro.

Sicuramente lo sconvolgimento della formazione occorso due anni fa ha influito parecchio su questi cambiamenti sonori. Da un duo che erano si sono prima divisi: Andy Marshall si è unito agli Old Silver Key e ha formato i Saor, mentre Scott McLean ha tenuto in piedi i Falloch insieme ad altri tre nuovi membri. E da un punto di vista il più possibile obiettivo (sempre che esista), si può affermare che una certa maturazione c’è stata – che poi la nuova strada imboccata piaccia o meno è una questione squisitamente soggettiva – e ha comportato l’abbandono di certi sentori infantili mutuati dal primo Alcest. È altrettanto vero che ciò ha portato gli scozzesi ad avvicinarsi alle sonorità di altri gruppi importanti, ma mica tutti possono essere degli innovatori, no?

Edoardo Giardina

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