Giancarlo Frigieri – Distacco

Giancarlo Frigieri - Distacco

Giancarlo Frigieri - DistaccoNon è certamente facile essere uno come Giancarlo Frigieri, ma neanche impossibile, come per tutti coloro che si possono considerare i “cani sciolti” della musica italiana degli ultimi 20 anni. Anche quando si tratta di farsi vedere tutti i giorni, apparentemente difficili da notare tra la massa, eppure inconfondibili in quanto estraneo ad essa. Alieni, ma forse neanche tanto. E neanche uomini fatti da soli. No, Frigieri non ha bisogno di appartenere a catalogazioni che lasciano il tempo che trovano, e dischi come “I sonnambuli” e “Togliamoci il pensiero” hanno dato su tutti i fronti delle prove della sua versatilità, della necessità di dare una nuova chiave di lettura alla corrente “cantautoriale”, prendendo dal passato e portandolo al presente senza risultare scontati. Ed è il passato il fulcro di questa nuova uscita in studio. A primo acchito, difatti, “Distacco” potrebbe essere il suo album “militante”, in quanto caratterizzato da una manciata di storie di vita, d’Italia, di denuncia, illustrate con il tono di chi non le manda mai a dire.

Ripensare a Kurt Cobain mentre, fuori, procede l’alacre operare del Taglialegna significa a tutti gli effetti questo: gridare le sensazioni derivanti dal passare del tempo e provate oggi come ieri, la perdita di un ideale al quale si è creduto fino alla fine. Un evidente presagio che consente al continuo tagliare e spaccare di farsi batteria prima e tamburo possente poi, diventando strumento musicale a tutti gli effetti, adeguato accompagnamento per la voce di un artista sempre più conscio della propria maturazione, testualmente parlando non meno rilevante di diversi suoi colleghi dei giorni nostri, se non addirittura di qualche ulteriore nome di rilievo della corrente d’autore passata e presente, fuori e dentro il rock, come dimostrano il contrasto tra materia ed illusione di una Fotografie austera come Federico Fiumani e toccante come certi Pink Floyd dell’era gilmouriana (verrebbe in mente Mother, a tal proposito) e una Le donne del trentunesimo secolo dove il Roberto Vecchioni a cavallo tra ’70 e ’80 stringe la mano a Goran Kuzminac. Accostamenti che non intaccano certamente quanto trasuda dai ricordi delle vecchie foto di famiglia presenti nell’alt-folk de L’ultimo nato, la Grande Guerra del primo ‘900 che rivive nelle parole di una Gorizia che potrebbe essere la versione elettrica di quella O Gorizia tu sei maledetta di stampo anarchica, il college-rock della title-track, l’hard-blues de Il fruttivendolo con la maglietta dei Metallica, le divagazioni di stampo jazz e vagamente progressive che caratterizzano la coda della pacata Neve. Un discorso a parte lo meritano i quasi quindici minuti conclusivi di Terra, un po’ Ambulance Blues, un po’ Hurricane, per quanto maggiormente vicina al modello di Young che a quello di Dylan, anticipati dal catatonico mood fatto di note di piano Rhodes dell’intermezzo strumentale Strisce pedonali, specchio del rumore del mare, del brusio della realtà circostante, dell’anima di un uomo arrabbiato, ora più che mai.

Lotta, memoria, necessità di ripartire dal passato per costruire un futuro fatto su misura per tutti. È con questi punti di riferimento che Giancarlo Frigieri riesce in un compito non sempre portato a termine con successo, soprattutto negli ultimi anni, da altri: quello di artista impegnato, fautore di un “Distacco” che rompe gli schemi e getta ulteriori basi alla rinascita di quelle prese di posizioni mai fini a se stesse e prossime a clichè tutt’ora in voga. Chapeau.

Gustavo Tagliaferri

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