Nada – Occupo poco spazio

nada

Nada - Occupo poco spazioStare in disparte, cercare la propria intimità, preferire il silenzio al caos circostante, nascondere momentaneamente la faccia, ma non necessariamente per la perenne esistenza di gente vuota, quanto per il bisogno di racchiudere i sentimenti di più persone nella stessa maschera. Una donna ha bisogno anche di questo per essere capita fino in fondo, in base ad una forma di trasformismo che cela la vita tanto sua quanto di altre donne come lei. La psicologia, il senso di stare al mondo, il vivere quotidiano sono solo alcuni dei punti essenziali che collegano storie del genere, e allo stesso tempo cose che per Nada Malanima vogliono dire molto: come è vero che ogni sua nuova uscita è un ulteriore passo avanti relativo alla svolta rock d’autore intrapresa dagli anni ’90 fino ad oggi, è altrettanto vero che, dopo l’ottimo “Vamp“, ci si sarebbe aspettato di tutto e di più dalla nostra. Specialmente per quel che riguarda gli arrangiamenti, atipici e tali da raffigurare la figura costruitasi lungo tutto questo tempo.

Perché in primis “Occupo poco spazio“, sua ultima fatica in studio, è un lavoro dove a svettare è un’anima prettamente orchestrale, appartenente a quella fetta dell’attuale ambiente musicale nostrano che è tutt’altro che meramente catalogabile in cotanta fascia: Rodrigo D’Erasmo, Paolo Raineri, Sebastiano De Gennaro, Daniela Savoldi, Giuseppe Mondini, persino Alessandro Grazian, per fare solo alcuni dei nomi di quello che tale ensemble, con la direzione generale di Enrico Gabrielli, ha da offrire. Dei presenti che, nell’obiettivo di dare vita ad un suono lontano dai classici stilemi, riescono su tutti i fronti. C’è il cadenzato singolo L’ultima festa, specchio di un funerale dove linee di basso e chitarre di matrice new wave seguono di pari passo la stessa banda atta ad onorare i diretti interessati, il disagio della ruvida title-track, il punk di Il tuo dio, la malinconica ballata Sonia, il mood da operetta di Auguri, la paura e lo sgomento visibili nel ritratto de La terrorista, tra spoken word e lievi influssi di matrice elettronica, oppure la riscoperta della propria gioventù in chiave moderna, un resoconto della propria esistenza riscontrabile nel surf di Questa vita cambierà o in una Gente così che potrebbe essere l’ideale seguito di quella Ma che freddo fa mai rinnegata dall’artista, tanto da continuare a proporla in sede live. Ma in particolare due momenti come La mia anima e Sulle rive del fiume, un incedere sospeso atto a delineare il proprio io, tra fiati e vibrafoni, ed un tripudio di strumenti a percussione e atmosfere rurali, con qualche richiamo alla The Rip di portisheadiana memoria, che nella loro funzione di apertura e chiusura di sipario risultano decisamente funzionanti.

Di ascolto in ascolto ne consegue come questo album, nei suoi dieci atti, risulti importante, tanto per la voglia di uscire fuori dagli schemi quanto perché ennesima prova inconfutabile del fatto che il tempo non costituisce di certo una spina nel fianco della signora Malanima, anzi, funge da fonte progressiva di ispirazione, tale da mantenerla nuovamente come quella felice eccezione nella musica italiana che con il tempo si è finito per amare. Uno spazio che finisce per ampliarsi sempre più, anche quando giunge la parola “fine”.

Gustavo Tagliaferri

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: