Risalendo dall’abisso: intervista ai buioingola

buioingola

Per un gruppo come i buioingola, autori magistrali di un black-metal venato di sfumature doom e elettro-noise, l’utilizzo di parole, di frasi, è uno spreco subordinato all’ascolto e alla contemplazione. Tuttavia, essendo composti da personalità poliedriche e profonde è doveroso un approfondimento “tête-à-tête”, in questo caso, sottoforma di intervista.

La domanda sulle origini di un gruppo, per quanto banale, è necessaria per inquadrare il contesto in cui ci si muove. Come e quando nascono i buioingola?

Fine estate 2011, ci siamo trovati fra Thomas (batteria) e me (Diego, chitarra/voce) in un progetto precedente che però non andava come volevamo, abbiamo cercato altri membri per una nuova band e così nel giro di un mese abbiamo trovato Alessio (basso) e Marco (precedente chitarrista/cantante del gruppo). Di fatto ci siamo conosciuti più o meno tutti attraverso questo progetto.

Tanto banale e inflazionata quanto necessaria è anche quella sul nome. A prescindere dal fortissimo legame con le tematiche e le caratteristiche sonore delle vostre composizioni, come è nato e che significato cela il nome “buioingola”?

Dici bene quando parli del legame fra le tematiche e il nome; solo che è forse più il nome ad avere influenzato l’approccio dal punto di vista lirico che non il contrario, anche perchè è ovviamente arrivato prima della stesura dei vari testi che hanno poi composto “Dopo l’apnea“. Si è rivelato effettivamente una fonte d’ispirazione per tutte quelle metafore legate al corpo, alla respirazione, che hanno uno spazio molto forte nell’album. Comunque è andata così: esistevamo da qualche mese, avevamo preparato una scaletta da quattro pezzi (di cui tre sono stati pubblicati nel demo del 2012, il quarto non ce l’ha fatta), eravamo pronti per i primi live, ne avevamo già fissato una manciata, e ci mancava il nome da mettere sulla locandina. Nella mia esperienza di gruppi trovare il nome è forse la cosa più complessa, noi eravamo alle strette coi tempi, avevamo scartato un sacco di idee, poi Thomas se n’è uscito con questo nome… Forse lì per lì non eravamo tutti convintissimi, poi col tempo s’è rivelato molto azzeccato.

Il passaggio fra il “demo” (tra virgolette vista la notevole qualità di registrazione) del 2012 e il lavoro maturo e completo del 2013 è ricco di elementi. Quali sono i punti su cui il gruppo ha maturato ed ha riflettuto maggiormente in questo arco di tempo?

Beh, è successo qualcosa di fondamentale, subito dopo la registrazione del demo Marco è uscito dal gruppo, ci siamo ritrovati allo stesso tempo con una sola chitarra anzichè due, e senza cantante. Abbiamo valutato la possibilità di cercare un quarto elemento, possibilità scartata comunque rapidamente, io mi sono cimentato dietro il microfono, abbiamo dovuto fare diverse considerazioni in termini puramente sonori e compositivi dettati dalle minori opzioni a livello di arrangiamenti. Sostanzialmente abbiamo dovuto imparare quali fossero i punti di forza del trio e lavorare su quelli. Da un altro punto di vista, il sound di “Dopo l’apnea” era un seme che era già stato piantato nei tempi del demo, vedi un pezzo come A morsi, abbiamo fondamentalmente esplorato e ampliato da quel punto di partenza. Poi parlare di riflessione per quel periodo è forse un parolone, la situazione era la seguente: esistevamo da circa sei mesi, avevamo fame di live (la nostra vera dimensione, credo, come d’altra parte è per la maggior parte dei gruppi che fanno rock e derivati), ma con la perdita di un membro c’eravamo ritrovati senza una scaletta, per l’impossibilità di suonare la maggior parte dei pezzi con una sola chitarra. Credo avessimo quell’urgenza espressiva, termine un po’ abusato secondo me, ma che in questo contesto calza perfettamente, avevamo idee e avevamo bisogno di buttarle giù, rimetterci in moto. Poi i pezzi sono venuti fuori uno dopo l’altro in un arco di tempo relativamente breve… Credo che questa fase sia ravvisabile nella tracklist dell’album, i brani sono stati ordinati in un criterio quasi cronologico di composizione, e andando più avanti nella scaletta si sente come siano stati progressivamente sperimentati approcci diversi alla materia (non che l’ordine fosse volutamente cronologico, ci piaceva come struttura per l’album).

La musica che si apprezza in “Dopo l’apnea” è qualcosa di  particolare, in cui si percepisce un lavoro di contaminazioni stilistiche davvero notevole. Immaginandovi come artisti molto poliedrici, da che tipo di influenze avete attinto per la realizzazione di questo disco?

Abbiamo la fortuna di provenire da ambienti musicali diversi, Thomas prima di quest’esperienza non aveva avuto a che fare con i suoni “post” e comunque poca esperienza in ambito metal/punk, proveniendo invece da territori più vicini al dark, industrial, etc. Ha imparato molto rapidamente ad approcciarsi al tipo di sound che cercavamo, e al tempo stesso ha dato la sua impronta più vicina agli anni ’80 che ha in un qualche modo caratterizzato la nostra musica. Alessio ed io, seppur con gusti non sempre aderenti, abbiamo più esperienza in campo di “musica pesante” – Alessio più vicino alle correnti crust, io allo sludge, black-metal e in generale alla musica più atmosferica -, poi fra tutti quanti abbiamo un range di ascolti abbastanza ampio che ci ha permesso di trovare un connubio valido fra le diverse influenze.

In tutto il disco emerge molto forte il concetto dell’acqua, declinata in varie forme e sfaccettature. Che tipo di legame unisce il gruppo a questo elemento?

Sostanzialmente l’acqua è l’elemento vitale per eccellenza, ma allo stesso tempo sicuramente non il nostro habitat ideale. In realtà dal punto di vista metaforico è più centrale il concetto di respirazione, l’oceano è il luogo dove non puoi respirare, dove sei seppellito sotto milioni di metri cubi d’acqua, nei cui abissi la luce non filtra… Ti avvolge e ti uccide.

Le sonorità di “Dopo l’apnea” sfiorano (sino a violare palesemente) il limite con il territorio drone–noise-lo-fi. Che tipo e che quantità di lavoro c’è alla base di tutto questo? Spontaneità o certosino lavoro tecnico?

Personalmente ho lavorato molto sul mio suono, con diversi tentativi, combinazioni di strumentazioni, soprattutto dal punto di vista effettistico, cercando un suono di chitarra che fosse a metà fra l’ambient, il noise e il “metal”. Thomas con il suo pad che usa in sede live ha portato con sé la sua attitudine industriale, con l’uso di percussioni noise, synth etc. Da un lato abbiamo fatto una ricerca, poi quello che è uscito dalla nostra ricerca penso ci abbia a sua volta guidato nella formazione del nostro suono, perciò direi che siamo a metà fra la spontaneità e la ricerca lucida di cui mi domandi.

È disarmente la perfezione con cui la frase finale della presentazione al vostro lavoro (“Through fears, conflicts, uncertainties and discomfort, ‘Dopo l’apnea’ tells of a journey that leads nowhere, but which finds its meaning in its own becoming”) si adatta al disco. Come si rapportano i Buioingola a questo tipo di ciclicità, visione di un viaggio che conduce al nulla?

Il disco parla di vita vissuta, rapporti umani e come questi si riflettono sull’esperienza interiore, in questo senso il “viaggio che conduce al nulla” è molto banalmente la vita stessa, almeno dal mio punto di vista non particolarmente spirituale (non sono molto propenso a pensare ad una “vita dopo la vita”). La ciclità… Beh, è un tema che sto approfondendo nella stesura dei nuovi pezzi, perciò rimando l’argomento alla prossima volta!

I testi del disco sono tutti in italiano. Da che cosa è dettata questa scelta?

Già Marco, il precedente cantante, utilizzava l’italiano nei pezzi del demo perciò questo è stato sicuramente un elemento che ha influenzato la scelta, d’altro canto anch’io sono sempre stato propenso a questo tipo di scelta per le maggiori possibilità espressive di una lingua come l’italiano rispetto alla fortissima sintesi dell’inglese.

L’artwork di collima perfettamente con quanto trasmesso dalla musica. La scelta è avvenuta o posteriori, è stata una creazione contemporanea o, addirittura, l’immagine è stata personaggio del processo creativo?

L’artwork è arrivato dopo la stesura dei pezzi, nella fase di ultimazione delle registrazioni. Perciò direi che è stato più un coronamento visuale dell’estetica dell’album. Si tratta di un lavoro fotografico a opera del nostro amico Virgilio Rospigliosi (i suoi lavori sono visionabili qui: http://www.virgiliorospigliosi.it/), che è stato in una seconda fase trattato graficamente.

Uno dei supporti fisici che avete scelto per rilasciare “Dopo l’apnea” è il nastro. Com’è nata questa scelta? Volontà precisa di resa sonora, fascino dell’oggetto?

In realtà l’idea è stata del ragazzo che porta avanti l’etichetta che si è occupata di produrre questa edizione, la Sentient Ruin Laboratories, scelta dettata da credo più di un fattore; l’oggetto è effettivamente uscito molto bello, sicuramente dedicato ad un pubblico di collezionisti, dall’altro lato le spese nella produzione sono piuttosto ridotte, e per Mattia (Alagna, cantante degli Abstracter e titolare dell’etichetta) questa era solo la seconda uscita, perciò giustamente ha cercato di mantenere bassi i costi e di conseguenza i rischi.

Sia nel disco che nel precedente demo si apprezza l’utilizzo di sample vocali da svariate fonti. Da cosa nasce questa scelta?

Questi sono input che ha dato Thomas, grande appassionato di cinema. Sono proposte che credo abbiano favorito il lato “immaginifico” della nostra musica.

Qual è stato il percorso che vi ha portato alla scelta di un genere musicale così complesso e stratificato? Quali sono le esigenze artistiche che vi si celano dietro?

Mah, ad essere sincero non so bene come rispondere a questa domanda. C’è stata come spiegavo prima tanta spontaneità, abbiamo fatto con quello che musicalmente siamo, le già citate differenze in termini di background musicale hanno senz’altro dato la necessità di “investigare”, cercare un approccio nostro, perciò neanche volendolo saremmo stati in grado di essere un gruppo clone. Poi personalmente proprio non mi vedo a suonare cercando di ricalcare pedissequamente il lavoro di altri, faccio fatica ad ascoltarli i gruppi cloni, figurarsi a suonare in quella maniera.

Qual è il processo creativo di una vostra canzone? Il testo, il concetto, guidano la musica o è il contrario?

99 volte su 100 prima nasce la musica, dopo arriva il testo. È capitato che avessi già dei testi da parte che hanno ispirato un punto di partenza per un pezzo, ma non è una procedura abituale per noi.

Che tipo di influenze e riferimenti artistici guidano i buioingola al di fuori dell’aspetto prettamente musicale?

Altra domanda a cui faccio fatica a rispondere… Come già detto prima la passione per il cinema di Thomas ci ha portato ad inserire campionamenti tratti da film di vario genere, per il resto non saprei proprio… Nei miei testi non ci sono riferimenti letterari né cinematografici, ti posso dire che la principale influenza dal punto di vista tematico è, scusa il francesismo, la figa.

Quanto è importante l’attività live per un gruppo come il vostro?

A mio modo di vedere nella musica pesante, quella con fabbri che martellano sulla batteria, gente che urla etc, la registrazione è più un surrogato, un palliativo per l’ovvia impossibilità di poter usufruire in qualsiasi momento di un concerto del gruppo che vuoi ascoltare. Anche solo per le vibrazioni che il corpo riceve dallo spostamento di alti volumi d’aria. La mia idea di un concerto dei buioingola, o almeno quello che vorrei ottenere, è quello di un’esperienza soprattutto corporea. Perciò il punto, almeno per me, è il concerto. Il disco va bene, senza quello è difficile fare i concerti, ma il live è la dimensione principale.

Che spazio occupa il progetto all’interno delle vite dei suoi membri?

Occupa il tempo libero, né più né meno. Va da sé che la nostra proposta musicale sommata al fatto di vivere in Italia, paese non proprio famoso per l’attenzione nei confronti della musica, non permette alcun tipo di prospettiva lavorativa.

Essendone partecipi in prima persona qual è la vostra impressione sulla scena musicale sotterranea della penisola?

Abbiamo un sacco di ottima musica, il tasso medio è molto alto, il tutto è soffocato dal disinteresse generalizzato, e quando c’è interesse solitamente è proiettato verso fenomeni che io trovo discutibili. Noi quando abbiamo iniziato questa “avventura” eravamo ben consapevoli di tutto questo, perciò ci dobbiamo scendere a patti, lo facciamo giorno per giorno, concerto per concerto.

La continuazione del percorso, da un punto di vista completamente esterno, ipotizza una nuova evoluzione e maturazione. Su cosa si stanno focalizzando i Buioingola in questo momento?

Come dicevo prima, “Dopo l’apnea” è figlio di una certa urgenza, a questo giro ci siamo fermati a pensare un po’ di più rispetto a prima. Dal materiale ultimato finora ti posso dire con una certa sicurezza che la prossima pubblicazione non ricalcherà la precedente, non parlo nemmeno di rivoluzione totale perchè gli elementi centrali del nostro sound rimarranno comunque conservati; sviluppati, reinterpretati, ma ci saranno. Dall’altro lato stiamo “investigando” potenzialità poco approfondite di “Dopo l’apnea”. Anche dal punto di vista lirico non ci sarà totale discontinuità con il passato, anzi, si sta delineando una prosecuzione del concept, da un punto di vista diverso.

Foto di Sebastiano Bongi Toma

Fabio Fiori

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