Behind the Records: DreaminGorilla

Behind the Records

Com’è nata, com’è strutturata e quali sono gli aspetti che differenziano la DreaminGorilla dalle altre etichette indipendenti italiane?

Il nome DreaminGorilla Records è nato sul finire del 2005. In partenza, anche se la parola “Records” faceva pensare a un’etichetta, non rappresentava un’etichetta. Prima era un blog, poi una pagina MySpace, poi è stato usato per distinguere una serie di concerti. È solo dal 2010 che ha cominciato ad avere l’attuale significato. Diciamo che i cinque anni precedenti al 2010 sono serviti per chiarirsi le idee, capire come funzionava la scena musicale indipendente italiana e a imparare ad organizzare concerti. È stato come rimettere insieme un puzzle decisamente complesso e vario. Una volta fatto questo, tutto è venuto di conseguenza, con relativa semplicità.

Per quanto riguarda il come è strutturata, la questione si risolve con facilità: non c’è una struttura. Nonostante spesso DreaminGorilla comunichi utilizzando il plurale “noi”, in realtà poi dietro ci sono solo io. Il “noi” lo uso perché mi fa abbastanza paura pensare di aver creato tutto questo baraccone ed esserne l’unico responsabile, diciamo che mi permette di nascondermi un po’. Detto questo, è anche un modo per coinvolgere idealmente anche tutte le persone che hanno ruotato e ruotano intorno alla DreaminGorilla.

Non saprei dire che cosa differenzia effettivamente la DreaminGorilla dalle altre etichette. Di sicuro c’è questa cosa del non aver struttura e del creare, quindi, contatti diretti. C’è che, solitamente, mi tengo un numero ridotto di copie fisiche, perché preferisco che siano le band a venderle e a guadagnarci (in fondo le canzoni sono loro e, spesso, sono loro che ci hanno messo tutti i soldi per la stampa). C’è che, praticamente, mi occupo sempre anche della parte promozionale, facendo da ufficio stampa.

Perché “DreaminGorilla”?

È una storia stupida e da nerd. Nel 2005 mi annoiavo e giocavo a un gioco online che mi pare si chiamasse “Ogame”, una roba dove avevi dei pianeti e, in sostanza, dovevi star lì a guardare una serie di numeri che cresceva. Avevo deciso di battezzare ogni pianeta che avevo col nome di un animale e un verbo inglese. Dreaming Gorilla era, banalmente, quello che suonava meglio. Poi per renderlo più compatto ho attaccato le due parole ed eliminato la “g” di Dreaming. Credo che quel nome contenga un ampio numero di errori grammaticali, ma poco importa, a me interessava che suonasse bene. Il logo attuale l’ho fatto io partendo da scarabocchi. Il logo iniziale, invece, era la mia faccia e faceva un po’ schifo

Quando hai fondato l’etichetta, avevi uno o più modelli?

Tolto che l’idea di usare la mia faccia come logo è nata dal fatto che mi ha sempre affascinato un casino la faccia che compariva sui primi dischi degli Incubus, direi che non ci sono mai stati grossi modelli di riferimento. L’unica etichetta che ho sempre ammirato è la Green Fog Records. Il fatto che fosse a Genova e, quindi, dannatamente vicina, mi ha fatto realizzare che il concetto di “etichetta discografica” non fosse poi così astratto, lontano e irrealizzabile. Sembra una banalità, ma, quando ho iniziato, avevo l’impressione che tutto fosse lontanissimo e irraggiungibile, quasi fosse su un mondo parallelo. Scoprire che dietro casa potessero esserci cose come la Green Fog Records o, ad esempio, la sede di Rockerilla (a Cairo Montenotte, tipo a 20 km da dove abito), ha aiutato a rendere tutto più concreto e vicino. Quando poi l’anno scorso ho cominciato a collaborare con la Green Fog Records è stato come realizzare un sogno. Robe che non avrei mai pensato che sarebbero potute accadere.

Qual è la filosofia generale dell’etichetta?

Semplice e lineare: facciamo un po’ quel che ci pare. Detto questo, di sicuro c’è la volontà di tirare fuori da Savona il maggior numero possibile di realtà che riteniamo interessanti e la voglia di arrivare il più lontano possibile. Altre cose molto importanti sono il collaborare con persone che riteniamo valide (sia dal punto di vista personale che professionale), il dare vita a una rete il più fitta e ampia possibile e il ricollegare Savona con il resto dell’Italia.

Fate tutto Da Soli? O vi avvalete dell’aiuto di qualcuno?

Di solito facciamo tutto da soli insieme alle band. Capita, però, che a volte, ad esempio, si scelga di fare riferimento ad uffici stampa esterni. Una cosa che ricerchiamo ormai da un bel po’ è una agenzia di booking (ma credo che sia così per la maggior parte delle etichette italiane). Non siamo collegati a nessuna distribuzione.

Come selezionate gli artisti da accogliere nel roster?

Abbiamo un occhio di riguardo nei confronti delle band savonesi, nel senso che loro hanno la priorità. Prima vengono le band di Savona e poi tutte le altre band. Certamente teniamo anche conto del fatto che vogliamo avere a che fare con gente valida (personalmente e professionalmente), che abbia voglia di impegnarsi a fondo, che prenda le cose con serietà e che, ovviamente, faccia musica che ci piaccia veramente tanto.

Siete più voi a cercare, o siete soprattutto cercati? Qual è il tuo metodo per cercare nuove band da pubblicare?

Fino ad ora, non abbiamo cercato praticamente mai. Al massimo siamo andati a concerti e, per caso, abbiamo conosciuto chi suonava. Da lì poi si è partiti per fare un disco. Solitamente siamo cercati. Ricevo un buon numero di mail a settimana da parte di band che si propongono. Spesso sono cose che non mi piacciono per niente, altre volte, invece, ne nasce qualcosa di positivo. Un esempio positivo sono gli Athene Noctua: in autunno faremo uscire il loro primo disco. Anche per quanto riguarda le coproduzioni vale la stessa regola. Fino ad ora non siamo mai stati noi a proporre una coproduzione, ma siamo sempre stati contattati. Se dovessi definire un metodo per cercare nuove band, quindi, l’unico che al momento ho è quello di ascoltare quello che mi viene proposto. Solitamente le etichette non ascoltano mai le band che si propongono e non rispondono mai alle loro mail, io cerco di fare l’opposto (ecco, forse questa è una cosa che differenzia la DreaminGorilla dalle altre etichette).

Che tipo di accordi vengono stipulati con gli artisti? E come vengono suddivisi investimenti, lavoro ed eventuali profitti?

Gli accordi variano da situazione a situazione, dipende sempre da ciò di cui ha bisogno la band. Di certo c’è che si cerca di trovare accordi che vadano il più possibile a favore della band e non dell’etichetta. La DreaminGorilla non ha tra i propri obiettivi il voler lucrare sulla pelle delle band, ma lo spingere musica che ritiene valida. Ci sono, però, un paio di cose che per me sono fondamentali. La prima è che non devono essere le band a ruotare intorno alle etichette, ma il contrario. La seconda è che se un musicista è convinto della propria musica, non ha senso che poi chieda ad altre persone di metterci soldi al posto suo. Per questo credo che le spese e i profitti debbano essere in maggioranza della band e non dell’etichetta. L’etichetta è un’entità che da’ un qualcosa in più alla band, sia per il prestigio (se l’etichetta è prestigiosa), sia dal punto di vista dell’esperienza o, per esempio per determinate competenze (ad esempio la DreaminGorilla si muove bene anche come ufficio stampa). La DreaminGorilla è un’etichetta che trattiene sempre poche copie di ogni disco perché preferisce lasciarle alle band (appartengono a loro ed è giusto che ci guadagnino loro).

In media, quanto vende un titolo? E qual è stato il vostro best seller?

Non ne ho la benché minima idea. Come detto la maggior parte delle copie le hanno le band, quindi le vendono loro. Non mi è mai interessato sapere i risultati di vendita. Non mi interessa farci soldi o sapere quanti soldi abbia fatto la band. Mi basta sapere che, in media, tutte le nostre uscite sono state accolte molto positivamente da riviste e webzine. Comunque, andando un po’ a braccio, probabilmente il titolo che ha venduto di più è “Dasvidanija” de iVenus.

Qual è il tuo album preferito tra quelli pubblicati? E quello più sottovalutato?

Tolto che tutti i dischi DreaminGorilla mi piacciono (altrimenti non li avrei fatti), ho almeno sei album preferiti (sì, sono tanti): “Dasvidanija” de iVenus perchè siamo cresciuti insieme e vedere fin dove sono arrivati è stata una grande soddisfazione; “Humoresque” dei Novadeaf perchè contiene il pezzo che nel 2012 ha vinto il Premio Amnesty Emergenti; “Here It Comes, Tramontane!” dei CRTVTR perchè c’è la collaborazione in un paio di pezzi di Mike Watt (robe per me impensabili); “Un cuore in pasto a pesci con teste di cane” degli Oslo Tapes perchè c’è di mezzo Amaury Cambuzat (idolo); “L’inverno della civetta” perchè ha messo insieme la scena savonese e genovese, cercando di abbattere un bel po’ di barriere; la ristampa di “Pneuma” dei Cardosanto perché sono una band clamorosa. Il disco più sottovalutato è sicuramente “Pit-A-Pat” dei Madame Blague. Sicuramente è uno dei dischi più decentrati rispetto al “suono” DreaminGorilla, però non so ancora spiegarmi come mai siano uscite così poche recensioni e, in generale, sia stato abbastanza ignorato.

In percentuale, quante copie si vendono nei negozi, quante attraverso il vostro sito e quante ai banchetti dei concerti?

Non siamo distribuiti, quindi, escluso quando siamo coinvolti in coproduzioni (in cui altre etichette si appoggiano a una distribuzione), nei negozi si vendono 0 copie. Attraverso il sito si venderà un 10% di copie. Ai banchetti il restante 90%.

Come vedi in prospettiva “l’oggetto” disco? Pensi anche tu che il futuro sia nei file da scaricare, con la “fisicità” di vinile e/o cd ad appannaggio di una ristretta cerchia di cultori e nostalgici?

Credo che “l’oggetto” disco non scomparirà mai come credo che la musica abbia una forma concreta che non è di certo quella del file da scaricare. Il file digitale è sicuramente comodo, rapido, immateriale, ma è più facile da perdere, è di minor qualità ed è terribilmente privo di calore. Il fascino del vinile e/o del cd è troppo forte per poter scomparire. Si, la “fisicità” probabilmente sarà appannaggio di una ristretta cerchia di cultori e nostalgici, ma non escludo che questa cerchia si possa allargare. Sta a chi lavora all’interno del mondo della musica riuscire a trovare il modo migliore per riavvicinare le persone al supporto fisico. Ad esempio, per assurdo, credo che il download gratuito sia uno dei modi migliori per avvicinare nuove persone.

C’è qualche altra etichetta italiana con la quale ti trovi in sintonia?

A dire il vero ce ne sono un bel po’. Di sicuro c’è da sottolineare l’amicizia con Mattia Cominotto, Green Fog Records e Taxi Driver Records. Anche Dischi Bervisti e DeAmbula Records sono molto importanti (ci hanno coinvolto di loro spontanea volontà in progetti veramente belli). Poi c’è il legame con Bergamo tramite Neverlab e Fumaio Records. Qui ha avuto un grande ruolo Luca Barachetti (ex Bancale, ora Barachetti/Ruggeri). Infine, W//M e V4V con cui non abbiamo mai collaborato effettivamente, ma che prendo spesso come metro di misura e che sono gestite da persone che stimo.

Che cosa dobbiamo aspettarci da voi nei prossimi mesi?

Bè, ovviamente dei dischi. Nei primi mesi dell’Autunno uscirà il primo album degli Athene Noctua, band di Mondovì che fa musica strumentale a metà fra post-rock, psichedelia, jazz e kraut-rock. Poco dopo dovrebbe arrivare il nuovo album di Captain Mantell (siamo stati coinvolti nella coproduzione da Dischi Bervisti) e in inverno, invece, il secondo album dei Mondo Naif (anche qui c’è lo zampino di Dischi Bervisti).

a cura di Marco Gargiulo

Behind the Records: la parola alle etichette discografiche.

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