A caccia di impressioni: intervista ai Falloch

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Gli scozzesi Falloch si sono affacciati sulla scena musicale europea nel 2011 con il loro debutto discografico, “Where Distant Spirits Remain”. L’album si inseriva bene o male nelle tendenze musicali degli ultimi sette anni, alle quali diede il la, nel 2007, Souvenirs d’un autre monde degli Alcest. Nel frattempo lo stesso Neige ha abbandonato quell’unione tra post-rock, shoegaze e black metal, e nei Falloch sono avvenuti profondi sconvolgimenti nella formazione, i quali hanno portato all’uscita di “This Island, Our Funeral“, un album estremamente maturo. Vogliamo tirare le somme di questo periodo con Scott McLean, frontman del gruppo.

Partiamo proprio da “This Island, Our Funeral”, potete spiegarci qual è il significato del suo titolo? Ci sono implicazioni filosofiche, politiche o magari sociali?

Preferiamo lasciare il titolo all’interpretazione dell’ascoltatore. L’album rappresenta il viaggio, la progressione e i cambiamenti che abbiamo dovuto affrontare come gruppo negli anni appena trascorsi. E, mano a mano che la musica si sviluppa lungo la durata di tutto l’album, suona sempre meno simile a ciò che suonavamo precedentemente. Il titolo rispecchia tutto ciò in molti modi.

Sempre riguardo alla vostra nuova uscita, c’è un concetto che la ispira, una continuità tra i vari brani, un significato che li accomuna?

Non è un concept album. I testi sono basati su diversi aspetti della vita e della morte, con una focalizzazione complessiva sul viaggio della vita e i cambiamenti cui si va incontro durante essa. Non c’è nulla di particolare che le ispira tutte: alcune canzoni sono ispirate dall’esperienza personale, altre sono influenzate dall’ambiente in cui siamo cresciuti. L’album è stato scritto per funzionare nel suo insieme, come un album; non volevamo semplicemente scrivere sei canzoni e incollarle una all’altra. Abbiamo passato molto tempo ad assicurarci che l’album scorresse correttamente, proprio come volevamo che le sonorità e le idee si sviluppassero, affinché l’album procedesse riflettendo la crescita della band.

Indubbiamente “This Island, Our Funeral” differisce molto dal vostro debutto. Secondo voi quali sono le loro principali differenze?

Ci sono così tante differenze… “Where Distant Spirits Remain” era stato fatto con uno scopo completamente diverso. Era stato composto concentrandoci semplicemente sull’atmosfera e sulle emozioni, ed era stato composto da me e Andy, non da un gruppo al completo. Con “This Island, Our Funeral” volevo creare un album che suonasse come se un gruppo intero vi ci avesse lavorato. Dà più importanza alle voci, alle chitarre, al basso e alla batteria, con qualche eccezione, però, dove sentivo che un altro strumento era necessario. L’album è più oscuro e anche più pesante di quello precedente, sebbene non lo sia nel senso propriamente “metal” del termine. Gli elementi scozzesi delle nostre sonorità sono più basati sul sentimento piuttosto che sulla sua anima più “turistica”, con le cornamuse, i tin whistles (flauto dolce a sei fori tipico delle isole britanniche, ndr) e altri stereotipi dell’essere scozzese. Abbiamo un nuovo cantante, non usiamo più nessun blast beat (tecnica di batteria usata principalmente nel metal estremo, ndr) né nessuno strumento a corde, ma queste sono differenze veramente superficiali.

In sede di recensione abbiamo notato, per quanto riguarda “Where Distant Spirits Remain”, una vicinanza alle sonorità degli Alcest mentre, per quanto riguarda “This Island, Our Funeral”, una maggiore affinità con le sonorità degli Agalloch – senza volere assolutamente intendere con ciò che siete derivativi. Voi che ne dite? Chi vi ispira maggiormente (in generale)?

In realtà trovo abbastanza difficile condividere ciò: la nostra musica è così lontana dagli Agalloch… Non li ho mai ascoltati molto, se non The Mantle una volta. Non intendo mancare loro di rispetto, ma non sono una band cui mi ricollegherei affatto. In Where Distant Spirits Remain gli Alcest erano invece effettivamente influenti: a me e Andy erano piaciuti molto il loro album “Souvenirs d’un autre monde” e il loro EP “Le secret”, quindi indubbiamente hanno avuto qualche influenza sul nostro debutto. Fare una lista della musica che mi ispira probabilmente non significherà molto in relazione alle sonorità dei Falloch: posso trovare musica che mi piace in ogni genere quasi senza eccezioni. Penso che la musica scaturisca dallo stesso posto all’interno di ogni persona, indipendentemente dal fatto che sia hip hop o black-metal. Questo mi ispira principalmente, in qualsiasi momento io ascolti musica a cui riesco a sentirmi legato e che mi fa provare qualcosa. Della musica che sto ascoltando recentemente includerebbe il gruppo danese dei Mew, in particolare il loro album “And the Glass Handed Kites”. Un altro artista che raccomanderei assolutamente, soprattutto live, è Ben Frost. I suoi concerti sono qualcosa che non avevo mai sentito prima. Un EP che ho sentito giusto qualche giorno fa e che mi è piaciuto molto è di Rejjie Snow; l’EP si chiama “Rejovich“.

Troppo spesso la critica musicale e gli ascoltatori non tengono conto di ciò che il gruppo voleva comporre, ma solo di ciò che loro avrebbero voluto. Voi cosa volevate comporre dopo “Where Distant Spirits Remain”? Vi soddisfa il vostro nuovo album o avreste preferito altro?

Dopo “Where Distant Spirits Remain” ho scritto quasi un intero album di canzoni per i Falloch, ma sentivo che gli erano troppo simili; ed è stato mentre scrivevo quelle canzoni che ho deciso la direzione che avrei voluto prendere con “This Island, Our Funeral”. Volevo comporre un album che suonasse come se una vera e proprio band lo avesse suonato, poiché era una cosa che non avevo mai fatto prima. Volevo provare a catturare qualcosa da ciò che stavamo suonando piuttosto che “creare” un’atmosfera su una registrazione; e direi che questa è probabilmente la principale differenza tra i due album. Il primo tenta di creare un’atmosfera e “This Island, Our Funeral” tenta invece di catturare un’impressione. Ovviamente sono felice del nostro nuovo album, altrimenti non l’avrei mai registrato o pubblicato! Una delle cose che mi attrae particolarmente della musica, però, è che puoi sempre imparare e migliorarti. Penso che le persone spesso guardino agli album come fossero qualcosa di definitivo, ma in realtà ognuno di loro è solamente una breve istantanea nel viaggio di una band attraverso la musica.

Nel periodo di tempo tra i vostri due album, uno dei membri fondatori, Andy Marshall, è uscito dal gruppo, si è unito agli Old Silver Key e ha formato i Saor: prima eravate un duo e ora siete in quattro. Che cos’è cambiato, sia a livello di sonorità che a livello di dinamiche di gruppo, dopo il suo abbandono?

Ho già parlato dei cambiamenti riguardanti le sonorità. Per quanto riguarda le dinamiche di gruppo le principali differenze sono che al momento Falloch è veramente un gruppo, piuttosto che un semplice progetto studio tra due persone.

Sappiamo che a breve comincerete un tour coi Lantlôs e arriverete anche a Roma. È la prima volta che venite in Italia? Avete grandi aspettative?

Effettivamente siamo appena tornati dal tour. È stato un periodo favoloso. I due show (Bologna e Roma) in Italia sono stati veramente belli, la folla era fantastica ed è stato carino incontrare qualche patito della nostra musica!

Edoardo Giardina

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