Caparezza – Museica

Caparezza - Museica

Caparezza - MuseicaStrano tipo Michele Salvemini. Altrettanto strano lo scorrere dei fatti, degli eventi, del tempo. Il rischio di rimanere Mikimix scongiurato dopo un Sanremo e con la nascita di una folta chioma riccia facente da marchio personale di fabbrica, secondo un processo che, per quanto di massa, se non frainteso dalla stessa, si è rivelato caratterizzato da una continua evoluzione, specialmente in fatto di sonorità. Risulta facile, pure troppo, se non anche comprensibile, bollarlo come un mero fricchettone uscito da un manicomio o un luogo comune da festival di San Giovanni, per quanto un discorso del genere possa valere anche per altri non necessariamente appartenenti alla stessa dimensione. Ma al giorno d’oggi quella di Caparezza è una maturazione più che evidente, dal boom di “Verità supposte” fino a “Il sogno eretico”. A tre anni di distanza da quest’ultimo fa molto piacere trovarsi nuovamente a che fare con un suo lavoro in studio, dal titolo nuovamente esemplare: “Museica“.

I riccioli a mò di foglie d’albero in copertina sono un diversivo, il gioco di parole in bella vista è un biglietto da visita che cela un vortice in cui, una volta dentro, risulta immediato il risucchio all’interno di un concept album sospeso tra Modigliani, Magritte, Dalì, il Cabaret Voltaire, manga ed anime. E là dove tornano in auge alcuni elementi che hanno costituito diversi dei punti di forza del lavoro precedente dell’artista di Molfetta, dalla cavalleria di Georges Jacques Dalton de La ghigliottina che lascia spazio alla marcia russa di Avrai ragione tu (Ritratto) ad un mood più serio, tipico dell’arringa Non siete stato voi, che si ripropone nella malinconica ode bambinesca all’inchiostro di una ballata come China Town, ci si fa trascinare facilmente dal clima da prova d’orchestra della scanzonata Non me lo posso permettere e della caleidoscopica Canzone a metà, anticipazione di una veste rock burlesca per Figli d’arte e Sfogati, fatta di ossessive trame tracciate dai synth per Mica Van Gogh e condivisa con l’amico di sempre Diego Perrone (Medusa) per la cadenzata Fai da tela o con il misterioso Roddy Rock per la lievemente settantiana Cover, con tanto di coda fatta di sfumature western per un tuffo nella storia a mò di Velvet Underground, Frank Zappa e Depeche Mode. Oppure l’esplosiva Teste di Modì, Argenti vive, un galvanizzante dubstep sinfonico che trasforma la rivalità tra Dante Alighieri e Filippo Argenti in una violenta baruffa di quartiere, Giotto Beat e il suo yé-yé giocherellone di matrice 60’s, l’aura misteriosa e spiritata, come da apposito scenario, di Kitaro, persino quel rap dal quale ha cercato in tutti i modi di distaccarsi, come in Troppo politico e nella parentesi funk di È tardi, con Michael Franti. Una vasta gamma di proposte che va di pari passo con quanto proposto dalle gallerie che si stanno attraversnado.

Certo, come per ogni museo arriva sempre il momento di chiudere, anche se per una determinata fascia oraria, prima di recarvisi nuovamente il giorno dopo per godere di quanto visionato fino ad allora. E forse è meglio così, dal momento che di “Museica” rimane un ricordo gustosissimo, quello di un lavoro che, a voler azzardare, conferma Caparezza come un personaggio molto più genuino di diversi esponenti dell'”altra” scena italiana dei giorni nostri, rinchiusi come ricci su loro stessi.

Gustavo Tagliaferri

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