Edda – Stavolta come mi ammazzerai?

Edda - Stavolta come mi ammazzerai?

Edda - Stavolta come mi ammazzerai?Aprire un album di famiglia lasciato apparentemente in disparte da tempo. Estrapolare una foto in particolare, un ricordo che ritrae ogni singolo componente poco dopo la venuta al mondo del nascituro. Madre e figlio, così vicini tanto nel legame quanto nel nome, attraverso una freccia rossa che dice tutto: Edda. Stefano Rampoldi, questa l’identità del nascituro, lo sa più che bene, ora che ha superato i 50 anni. La fortuna della propria esistenza, per quanto travagliata e fatta di gioie e dolori, della propria svolta, attraverso l’incontro con gli Hare Krishna, e conseguentemente della propria rinascita artistica. Se “Semper biot“, con i suoi scarni arrangiamenti per chitarra e voce, è stato un piccolo germoglio i cui effetti si sarebbero manifestati con il tempo, “Odio i vivi” l’ipotetico e maggiormente riuscito concepimento di un’ensemble atta a dare vita alle proprie fantasie, l’interrogativo in esame lascia pochi dubbi: “Stavolta come mi ammazzerai?“. Un titolo, per il suo terzo album in studio, che rappresenta il compimento, il raggiungimento della maturità, il disco che lo stesso autore ha desiderato da tempo.

Per Edda il tutto e la relativa negazione, se non decostruzione, sono sempre state delle prerogative fondamentali, condizione vitale affinchè a risuonare sia un rock che non è mero rock, una canzone non d’autore che si diffonde attraverso 17 momenti, quasi interamente tra i due e i tre minuti di durata, oltre che accompagnati da una band di tutto rispetto, che spazia dal batterista e regista Fabio Capalbo al tastierista Luca Bossi (Dilaila), fino al chitarrista Davide Lasala (Vanillina). È qui che si ode una voce di donna, dentro e fuori quella stessa famiglia specchiata nel post-punk lo-fi di Coniglio rosa, che torna a ferire e a lacerare l’animo, abbandonando il semplice rapporto interpersonale a favore di una testimonianza materna come quella di Bellissima, dagli accenni no wave, che raggiunge lo zenith nella Mater contrapposta al crescendo dell’antipreghiera Pater, permeata da un sentimento suicida che, nel suo stream of consciousness, si fa cannibale nella ritmica serrata di Stellina e Mademoiselle, rispettivamente tra Alice in Chains e Afghan Whigs, tagliente e prossimo a percussioni industriali in Piccole isole, disilluso nella cruda Dormi e vieni, fino all’infernale ed istantanea Ragazza meridionale e alla controversa Ragazza porno, così apparentemente violenta nel descrivere una passione, eppure vera, dove ogni rischio di maschilismo viene fugato. Altrettanto coraggiosa è la scelta degli strumenti per quel che riguarda gli arrangiamenti, punto di forza dell’opera precedente, come dimostrano il contrasto tra trombone e feedback del nonsense funereo di Peppa Pig, gli isolati synth della cadenzata Puttana da 1 €, il vibrafono della dedica bluesy Tu e le rose e un mood che da ballata eterea e sospesa, quella di Mela, arriva alla ninna nanna di Yamamay, un carillon prossimo ad esplodere lasciando spazio a quei riff furenti che raggiungono il culmine nella sospirata HIV. Una dimensione dove non c’è chiusura più adatta che quella situata nell’intimità di Saibene, espressa tramite un pianoforte che delinea colui che, tra rantolii, ululati, follia e pazzia, sa cosa voglia dire confrontarsi con se stesso.

Se, come da apposito testo, “chi dice la verità non può chiamarsi Rampoldi” è altresì vero che, in certe circostanze, può accadere il contrario. Edda è un uomo, e in quanto tale comprensibile nei suoi errori. “Stavolta come mi ammazzerai?” in fatto di maturità esprime proprio questo, certamente necessita di più ascolti per essere capito a fondo. Ma, una volta arrivati a ciò, le soddisfazioni sono molteplici.

Gustavo Tagliaferri

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