Sólstafir – Ótta

Sólstafir - Ótta

Sólstafir - ÓttaChi vedesse una foto dei Sólstafir per la prima volta, senza averli mai ascoltati, avrebbe tutte le ragioni di domandarsi perché mai un gruppo islandese debba tenere un look così… western. Si chiederebbe anche, probabilmente, cosa abbiano a che fare stivali e cappelli da cowboy con quell’isola dimenticata dai più. Se poi, però, si pensa agli ottimi artisti che da lì sono venuti e alla loro eccentricità, allora forse si comincia a capire qualcosa.

E i Sólstafir, difatti, non si discostano molto da quell’eclettismo e da quella sorta di postmodernismo che ha contraddistinto la musica islandese degli ultimi due decenni. Certo, il richiamo vichingo del nord ha avuto i suoi effetti sugli esordi puramente metallari della loro carriera, fino a “Í Blóði og Anda”. Cionondimeno, il gruppo di Reykjavík ha presto intrapreso una via più originale, dedita a una sorta di post-metal con influenze rock, psichedeliche, atmosferiche e sludge – per gli amanti delle etichette.

Ótta” si presenta, inoltre, come un concept album basato su un vecchio sistema islandese di computazione del tempo, il quale divideva la giornata in otto parti di tre ore ciascuna, chiamate eykt. La giornata iniziava a mezzanotte, con l’ottavo chiamato lágnætti (notte bassa, dalle 0:00 alle 3:00), e terminava con náttmál (notte, dalle 21:00 alle 0:00). Inutile specificare, a questo punto, che l’album è composto esattamente da otto tracce, la prima delle quali s’intitola Lágnætti. L’album-giornata si dipana poi per la title-track, Rismál, la bellissima Dagmál, l’irriverente Miðdegi (ai limiti del punk-rock); Nón e l’intermezzo di pianoforte di Miðaftann sono un’ottima pausa riflessiva prima di concludere l’esperienza con gli undici minuti di Náttmál.

Nel complesso, questa loro nuova fatica è più tendente al rock rispetto alle precedenti pubblicazioni. Ma d’altronde ciò non dovrebbe spiazzare eccessivamente, poiché nel corso della loro carriera le loro sonorità si erano già addolcite, album dopo album – ne è un perfetto esempio il bellissimo per quanto sigurrósiano singolo Fjara, estratto dal precedente “Svartir Sandar”. “Ótta” rappresenta piuttosto un tassello inevitabile di un’evoluzione, di un progresso costante e coerente, presagibile sin dal debutto discografico. Che poi i ritmi si siano fatti più baldanzosi, la presenza dei violini sia aumentata esponenzialmente, e l’islandese sia ormai l’unica lingua in cui il gruppo si esprime, non fa altro che aggiungere della poesia all’ennesimo, distinto album dei Sólstafir. Non hanno ancora sbagliato un colpo.

Edoardo Giardina

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