Hands of Orlac – Figli del crepuscolo

Hands of Orlac - Figli del crepuscolo

Hands of Orlac - Figli del crepuscoloCD/LP/MC – Terror from Hell/Horror – 7 t.

Il nome della band, Hands of Orlac, è tratto dal titolo di un romanzo scritto nel 1921 da Maurice Renard, reso noto al grande pubblico per mezzo di un’orrorifica trasposizione cinematografica del 1924.

Il gruppo, italo-svedese, è chiaramente orientato ad offrire un ulteriore sviluppo della storia, fornendo tracce mefistofeliche avvelenate dalle più dense tenebre musicali attraverso il loro ultimo lavoro, “Figli del crepuscolo”.

Questo, almeno, sarebbe l’intento, ma pare che non sempre i propositi combacino con gli obiettivi raggiunti. L’ottima tecnica della band, la cui line-up attuale non ci è stata segnalata, tende ad ingolfare il respiro affannoso del demonio, portandolo a dover soffocare, e conseguentemente perire, sotto l’ampollosa costruzione di una struttura musicale fin troppo elaborata.

A metà tra i Goblin e i Mercyful Fate, gli Hands of Orlac dimostrano ottime capacità, ma anche una rielaborazione un po’ confusionaria della maestria di Simonetti e King Diamond, appesantita da una certa piattezza di fondo, molto influenzata dalla voce sempre uguale a se stessa del singer, pulita, discretamente maligna, ma ben lontana dal falsetto malato del Re Diamante, a chilometri dalle lugubri e cavernose sofferenze di un’anima malinconica, ad anni luce dalle urla strazianti delle anime tormentate. Ben venga la scelta di non scimmiottare un’icona del metal sulfureo, ma la marcata identità vocale del cantante, il cui timbro si ripete monocorde per sette tracce, non sfocia mai in un dinamismo funzionale all’ascolto.

All’interno di un genere complesso come il doom, tale scelta può avere un senso profondo, quasi filosofico, ma in questo caso la strada percorsa non sembra essere quella adatta.

Nel complesso, con “I figli del crepuscolo” ci troviamo di fronte ad un disco molto distante dalla qualità delle produzioni alla quale la Svezia ci ha abituati negli ultimi anni, ma anche dinanzi a prospettive rosee per un gruppo che, snellendosi d’inutili orpelli, potrebbe, in futuro, aprire una finestra sull’inferno che ognuno di noi cova in seno. Adrian Nadir Petrachi

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