In ricordo di Francesco: intervista ai Têtes de Bois

Têtes de Bois

Manca?” “”. La risposta è secca, ma lo lo sguardo che l’accompagna – gli occhi che si chiudono, il sorriso accennato, la voce che quasi non esce dalla bocca – dice più di mille parole. E dato che non riusciremmo mai a rendere quel momento nel pieno della sua dolcezza e commozione, vi rimandiamo direttamente al video fatto durante l’intervista (che trovate qui). Prima di proseguire però, facciamo un po’ di chiarezza.

Sabato 20 dicembre, poco dopo il soundcheck del concerto che i Têtes de Bois hanno tenuto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, intervistiamo il loro cantante e leader, Andrea Satta. La nostra chiacchierata si conclude ricordando un loro grande amico, scomparso tragicamente lo scorso febbraio. “Con questo concerto l’omaggio che voglio fare è per Francesco Di Giacomo, il cantante del Banco del mutuo soccorso”. Più di un semplice compagno di avventure. “Per noi forse è stato un po’ un papà. Ci ha aiutato, ci ha incoraggiato. Ci ha voluto molto bene. Ce lo siamo portato dietro tante volte, in tante situazioni: rocambolesche, surreali, divertenti. Perché lui era un uomo molto divertente. E quindi questa serata è certo una dedica a lui, come anche il nostro disco. Diciamo che stasera lo mettiamo in cima a tutti”.

I Têtes de Bois lo ricorderanno anche durante il concerto, proiettando una sua esibizione avvenuta un anno e mezzo fa, sempre all’Auditorium. Satta e compagni festeggiavano i loro vent’anni di concerti tra “scale mobili, camioncini e metropolitane” e Di Giacomo regalava agli amici una sublime interpretazione di una canzone con cui si era già misurato qualche anno prima in “Ferrè, l’amore e la rivolta” (che potete ascoltare qui).

Già, Leo Ferrè. Come è noto, dodici anni dopo, i Têtes de Bois hanno sentito l’esigenza di tornare sul loro personale luogo del delitto, regalandoci Extra, il loro nuovo disco, una raccolta di dieci canzoni dell’artista monegasco, da loro reinterpretate e riarrangiate. Il perché ce lo dice lo stesso Satta: “Penso che sia un artista strepitoso, poco conosciuto. Noi che l’abbiamo amato tanto abbiamo un dovere di farlo conoscere di più. Penso che sia un autore così libero, cosi coraggioso, così visionario, che è necessario oggi”. Soprattutto, abbiamo a che fare con un autore ancora attuale, in virtù di un arte, la sua, “straordinaria”, e di una “capacità di saper intercettare le inquietudini interiori, di farsi domande scomode”.

I Têtes de Bois, dodici anni dopo, lo hanno affrontato in maniera differente, “più piena sicuramente. Più macerata, più maturata”. Un approccio diverso per un Ferrè “diverso” da quello presente ne “L’amore e la rivolta”: “[Quello presente in “Extra”] È un repertorio diverso, più intimo, più poetico. C’era anche questo [in “Ferrè, l’amore e la rivolta”] ma c’era anche un altro Ferrè: quel disco andava da Jolie môme a Gli anarchici. [In “Extra” invece] C’è un’intimità, un’interiorità, una visceralità, una solitudine che collega tutto quello che succede nel nostro disco e quindi – allargando il discorso anche al tour di supporto all’album – nel nostro spettacolo”.

Nel discorrere con Andrea Satta non possiamo che fargli notare quello già rilevato in sede di recensione. Vale a dire la musicalità – pazzesca – che i versi conservano nella traduzione italiana: “Questa era la grande sfida che dovevamo provare a vincere. Riuscire a far vincere la canzone, intanto con il cambio di lingua e poi anche con il cambio d’epoca. Perché noi siamo nel 2014 e soprattutto non siamo Leo Ferrè. Noi siamo i Têtes de Bois, siamo una band di questi anni, facciamo un’altra vita, abbiamo un altro contesto. Nel rapportarci alle canzoni abbiamo provato a viverle con una condivisione viscerale, senza metterci mai al posto di Ferrè. È stato un percorso maturato molto dentro, spero che arrivi”.

Il rischio, nel riproporre canzoni altrui, dedicandoci non un album, ma ben due, è di passare per una semplice cover band. Sul tema, la risposta dell’artista romano, pediatra di professione, è gentile, ma ferma: “Non possiamo essere una cover band perché abbiamo scritto moltissime canzoni nostre. Sappiamo che ci sono tante cose, che ci piacciono e che abbiamo cantato – Ferrè in particolare – ma per il resto abbiamo cantato moltissime canzoni nostre. Abbiamo scritto inciso suonato tante volte, in tutti questi anni. La stessa domanda uno se la farebbe se parlasse di Albertazzi? Penserebbe che si tratta di un cover attore perché fa uno spettacolo che hanno fatto mille altri attori prima di lui, e che non ha scritto lui? Penso di no. Se uno fa Shakespeare fa il cover attore di Shakespeare? No. Deve per forza fare le cose che ha scritto lui? No. Se uno fa il jazzista fa il cover musicista perché rifa Duke Ellington? No. Però nella canzone si può tirare fuori la parola cover. E non capisco il perché. Noi ci siamo avvicinati a Ferrè come un attore si avvicina al grande autore”.

Chiarito questo punto, Andrea ne chiarisce anche un altro. La trasversalità del pubblico, del loro pubblico. “C’è un pubblico molto diverso, di giovani e di meno giovani. È una linea diversa, non è una questione di età, di generazioni. Di target. È un fatto di inquietudini interiori, di passioni. Di amori viscerali. Sarebbe come dire: chi è inquieto? Un giovane o un anziano? Un undicenne o un novantenne? Ha senso? Chi è che vive un urgenza dell’arte? Un ventenne o un ottantenne? Chi può vivere una passione viscerale, l’amore, la disperazione, la solitudine? Che senso ha farsi questa domanda? I temi che vengono vomitati in questi versi non hanno un destinatario commerciale. Non sono commercialmente prevedibili”. Per fortuna.

Christian Gargiulo

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: