Fabrizio Giosuè | Folk Metal – Dalle origini al Ragnarök

Fabrizio Giosuè | Folk Metal - Dalle origini al RagnarökCrac, 446 p.

Fabrizio Giosuè, precedentemente redattore di Metallized.it, decide di condensare l’esperienza accumulata nell’ambito pubblicando il libro Folk Metal – Dalle origini al Ragnarök per Crac Edizioni.

Il volume si presenta come una sorta di enciclopedia, un flusso continuo di parole che analizza e disamina un numero esorbitante di formazioni che vanno dal folk metal ai suoi sottogeneri e/o generi correlati, quali, tra gli altri, pagan e viking. Dopo una breve parentesi su come la mitologia norrena e il folklore abbiano esercitato il loro fascino sul mondo rock e metal sin dai Led Zeppelin, l’autore si dedica giustamente alla definizione di queste correnti musicali. Sorvolando sul fatto che non trovo pienamente condivisibili queste catalogazioni – ma anni passati a scrivere su forum musicali mi hanno insegnato che non ci si troverà mai d’accordo su quale etichetta affibbiare ad un dato gruppo o stile, quindi poco male – è comunque un bene definire in anticipo il metro di giudizio che si userà nel resto dell’opera.

Ciò che invece è andato particolarmente storto in questo libro è l’incapacità di identificare l’indirizzo generale che vorrebbe assumere, lo strabismo con cui guarda alle sue stesse struttura e forma. Le sue pretese enciclopediche si intuiscono sin da subito, altrimenti sarebbe stato sostanzialmente inutile trattare di gruppi che hanno pubblicato giusto qualche demo, o di quelli che suonano viking metal in Puglia, o addirittura celtic metal in Argentina. E, sempre in questo senso, è una grave mancanza non aver trattato neanche minimamente della scena mediorientale, che ultimamente sta sfornando artisti sempre più interessanti, quali خلص (Khalas), Myrath, Sand Aura – citati solo di sfuggita – فرشيد اعرابی (Farshid Arabi) e Master of Persia. È possibile che l’unica band della zona di cui si parli siano gli Arafel, formazione di Tel Aviv che compone un concept album su Aleksandr Nevskij, e non citare mai, neanche per sbaglio, gli Orphaned Land? L’aggiunta, poi, di un indice dei nomi in coda al testo sarebbe stata indispensabile.

Tuttavia, se l’intenzione di Fabrizio Giosuè nello scrivere Folk Metal – Dalle origini al Ragnarök non fosse stata questa, a quel punto diventa innanzitutto superfluo trattare dei gruppi di cui sopra. Secondariamente, sarebbe stato auspicabile alleggerire il carico di informazioni fornite per rendere l’opera più scorrevole; dare al libro un taglio più storico-cronologico (presente giusto nelle primissime pagine), piuttosto che affrontare e commentare i gruppi e le loro discografie per Paesi o macroaree geografiche; e, infine, evitare le schede di approfondimento su Tolkien, strumenti tipici e rune, talmente scarne da poter essere sostituite da una veloce e distratta ricerca in internet – molto interessanti, invece, le interviste finali a Kris Verwimp, Trollmannen (TrollfesT), Fenriz (Darkthrone) e Hváll (Vreid, Windir), e l’approfondimento su Quorthon (Bathory).

Mentre, per quanto riguarda lo stile, risultano estremamente fastidiosi in primo luogo i refusi e gli errori che costellano l’intero testo; a volte anche sistematicamente, sì da farci trovare la parola full-length scritta sempre con le lettere “t” e “h” invertite e mai, neanche una volta, in modo corretto. Un altro esempio fin troppo eclatante è quando, trattando degli Аркона (Arkona) e del loro album “Goi, Rode, Goi!”, quest’ultimo viene scritto, nella stessa pagina, prima correttamente, poi “Goi, Rode, Roi!”, e infine “Roi, Gode, Roi!”. Si potrebbe contestare che ciò non va ad inficiare la lettura finale dell’opera, ma si ha la netta impressione che, dopo la fatica e il tempo spesi nella raccolta dei dati e nella stesura del volume, ci sia stata molto poca attenzione nella fase di editing – o che addirittura non ci sia stata una vera e propria fase di editing. Insomma, bastava una rilettura finale e si potevano evitare anche quelle orribili frasi doppie, dove la versione scorretta non viene cancellata, ma dimenticata affianco a quella corretta – ma cui la “colpa” si dovrebbe poter attribuire alla casa editrice, che non ha curato quasi per niente questo aspetto. Infine – senza voler fare il pedante sulle regole ortografiche non rispettate per le maiuscole nei titoli degli album – trovo assolutamente inutili e fastidiose le frotte di anglicismi usate dall’autore, anche quando esistono le corrispondenti parole italiane comunemente usate: singer al posto di cantante; drummer al posto di batterista; on stage al posto di sul palco; label al posto di etichetta; self titled al posto di omonimo e così via. Talvolta sembra quasi di leggere un trattato di economia.

Nel complesso, di apprezzabile ci sono il tentativo di rendere il volume multimediale attraverso i codici QR, e l’originalità dell’opera stessa, prima nel suo genere a trattare di folk metal e affini. Inoltre il lavoro è sicuramente stato immane e intenso ma, per il resto, sarebbe forse meglio pensare ad una nuova edizione dove sistemare un po’ di cose. Edoardo Giardina

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