Anime alla deriva: intervista ai Nero di Marte

nero di marte

Piacevolmente impressionati da Derivae, abbiamo deciso di intervistare i Nero di Marte. Un disponibilissimo Francesco D’Adamo ci ha aiutato a fare luce sulla creazione e l’evoluzione dell’album, nonché su certi spiacevoli eventi avvenuti, purtroppo, di recente.

La netta crescita in termini di stile avvertibile tra il primo (Nero di Marte, ndr) e il secondo album è dovuta solo alla maggiore esperienza, o è anche il frutto di un preciso impegno in tale direzione?

Il tempo trascorso tra le due uscite cela in realtà un periodo di lavorazione molto più lungo. La scrittura di Derivae è infatti iniziata più di tre anni fa ormai, con una continua rielaborazione di tutta la musica scritta. E nel tempo impari a conoscere meglio cosa vuoi fare e come farlo, soprattutto in relazione alle persone con le quali condividi questo progetto. Personalmente poi non pongo i due album realizzati in una classifica evolutiva di qualche tipo, penso solo che nel momento della loro realizzazione siamo entrambi stati ciò che stavamo cercando e che per entrambi abbiamo fatto il massimo nelle nostre reali possibilità per dargli forma.

Qual è il concetto dietro il titolo Derivae, lo si può considerare un concept album?

È un album molto coerente nelle sonorità e nelle tematiche, ma non è un concept”nel significato musicale che viene attribuito a questa parola. Il titolo dell’album è una ricerca, continua ed incessante, verso nuove forme, esperienze e pensieri (musicali), seppur a volte mossa da qualcosa che non siamo in grado di controllare. È un abbandono a qualcosa che sappiamo ci appartiene profondamente.

Per la registrazione vi siete affidati nuovamente a Riccardo Pasini e al suo Studio 73.

In realtà il nostro album omonimo è stato registrato con Michele Trasforini/Regrexion Studio e mixato e masterizzato da Riccardo Pasini. Per Derivae invece tutto il lavoro è stato svolto agli Studio 73. Conosciamo ormai Paso da tempo e abbiamo assoluta fiducia nelle sue capacità, soprattutto nel gestire certi tipi di suoni, quindi è stato del tutto naturale rivolgerci a lui. Il risultato è stato eccezionale ed in particolare nel master del vinile penso sia stata catturata in maniera estremamente dinamica e complessa l’essenza del nostro suono.

In Derivae la componente psichedelica è molto più accentuata rispetto all’esordio.

Senza dubbio, nei brani c’è maggiore spazio per atmosfere e motivi suggestivi, in grado di creare dei mood psichedelici, seppur questo elemento fosse già presente in Nero di Marte. La ridondanza di alcuni oggetti musicali è ancora più presente nel nuovo materiale che stiamo scrivendo.

Considerando l’approccio alle liriche e al cantato nella musica moderna, si possono individuare due tendenze generali e opposte: alcuni danno più importanza al messaggio trasmesso e altri non cantano invece assolutamente nulla di sensato, ma utilizzano la voce come se fosse uno strumento aggiunto – due esempi possono essere i Sigur Rós di ( ) e i Pan.Thy.Monium, seppur non c’entrino nulla musicalmente. Voi, nei vostri testi, badate più al significato o alla forza evocativa delle parole?

Penso che Sean (e noi con i nostri consigli) cerchi di considerare e miscelare tutti gli aspetti, ovvero il tipo di cantato, il significato delle parole e la loro sonorità o forza evocativa. Il brano Il diluvio penso sia in tal senso emblematico di quanto detto. Significato/suggestione e sonorità non sono elementi in contrapposizione a mio avviso, al contrario si inseguono e si completano.

Ad ogni modo, leggendoli, sembra sia possibile individuare un indirizzo generale che oserei definire nichilista; confermate?

Trovo la nostra musica e le nostre parole, seppur spesso tragiche, molto vitali ed in continua ricerca di un’alternativa rispetto ad un immobile nichilismo. Non c’è mai autocompiacimento, né rassegnazione, ma un forte e continuo desiderio di continuare a cercare, di andare oltre, di non fermarsi. E anche quando i testi sembrano porre uno stato ineluttabile delle cose, ti accorgerai che invece la musica spinge in altra direzione, dando quindi una risposta musicale al dramma proposto nel testo.

Avete mai pensato seriamente a cantare esclusivamente in italiano?

Probabilmente l’italiano sarà sempre più presente nei nostri brani. Ma è anche vero che Sean (voce e chitarra) è bilingue e per lui cantare in inglese non è farlo in una lingua esterna al proprio pensiero o alla propria vocalità. Siamo tutti concordi però nel trovare un maggiore coinvolgimento emotivo, una diversa profondità nell’usare l’italiano.

In Derivae, per esempio, cosa vi ha portato a decidere di usare una lingua piuttosto che un’altra?

F: il primo testo completo in italiano scritto è stato L’eclisse. Nel tradurlo in inglese le sue parole venivano a perdere la loro forza espressiva e Sean ha provato a tenerlo in italiano con un risultato che ci ha davvero convinto, sbloccando nuove possibilità per noi. Dopo questo esperimento Finis Terrae (presente nello split realizzato con i Void of Sleep) ed Il diluvio sono stati scritti per essere cantati in italiano, confermando ciò che i primi tentativi ci avevano suggerito.

Oltre ai Nero di Marte siete attivi anche in altri gruppi dalle sonorità più disparate.

Io ed Andrea (basso) abbiamo formato nel 2014 un altro progetto chiamato Nono Cerchio con il quale entreremo in studio per la nostra prima registrazione proprio a febbraio. Andrea inoltre suona nei Miotic, gruppo math/sperimentale attivo ormai da anni. Marco infine è anche il batterista dei Calista Divine, band post-rock che ha da poco pubblicato il suo primo album. Sean ha già troppo da fare con i Nero di Marte per potersi dedicare anche ad un’altra band al momento (sorride, ndr). Per tutti noi comunque i Nero di Marte sono la creatura prioritaria in assoluto.

Questo stesso anno, a marzo, dopo un concerto a Roma a cui eravamo presenti, siete stati vittime insieme ai Void of Sleep di un furto di strumentazione. La successiva raccolta fondi com’è andata? Immagino sia stato difficile tornare in studio dopo l’accaduto…

Sì, andare in studio non è stato semplice. Innanzitutto abbiamo dovuto rimandare le registrazioni di Derivae di qualche settimana, andando così a cadere in un periodo nel quale tra lavoro e altri impegni abbiamo dovuto frammentare la nostra presenza in studio e imporci delle scadenze non volute. E poi soprattutto dover ritrovare i propri suoni su altra strumentazione, prestata o ricomprata, proprio nel momento della registrazione può essere frustrante. Alla fine comunque tutto è andato per il meglio, anche grazie all’aiuto di molte persone che ci hanno prestato la loro attrezzatura. La raccolta fondi non ci ha dato un forte sostegno economico, ma è servita a reagire all’accaduto, trovando nel supporto che ci hanno mostrato tantissime persone una motivazione in più ad andare oltre e rafforzare la nostra identità come band.

Edoardo Giardina, Marco Gargiulo

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