Ne Obliviscaris – Citadel

Ne Obliviscaris - Citadel

Ne Obliviscaris - CitadelCD/LP – Season of Mist – 6 t.

I Ne Obliviscaris, formatisi nel 2003 a Melbourne, erano saltati fuori dal nulla con un demo nel 2007, il quale gettava delle ottimi basi, pienamente confermate successivamente dal debutto discografico, Portal of I, nel 2012. Sembrava proprio uno di quei gruppi che arriva come un lampo, lascia una piacevole e inaspettata sorpresa e poi sparisce, per tornare, forse, dopo molti anni, quando tutti se ne saranno dimenticati. Ma per fortuna la prospettata attesa di cinque anni prima di un’altra uscita è stata delusa e, complice forse una raccolta fondi, gli australiani pubblicano il secondo album nel 2014.

La sostanza di Citadel è praticamente la stessa del suo predecessore. Molti si divertono a chiamarla extreme progressive metal e, entrando nei particolari, la si può definire progressive metal con influenze black e death decisamente melodiche. Ciò che cambia sensibilmente tra i due album, tuttavia, è la loro forma. Il debutto era di per sé molto arzigogolato, più tendente al black metal e, volendo, anche un po’ più sperimentale, con sprazzi di flamenco che spuntavano ogni tanto. Il problema era che talvolta risultava dispersivo e che presentava tutti i rischi e le difficoltà del genere: ridondanza, prolissità e un pizzico di pedanteria, tra gli altri. Citadel, invece, lascia da parte l’eccessiva ricercatezza (le melodie di violino sono comunque estremamente interessanti e particolari) senza per questo diventare banale. Ne guadagna, anzi, in pathos e groove, dando alle varie tracce un’energia che prima era loro sconosciuta. L’epicità di Pyrrhic e di Painters of the Tempest (Part II): Triptych Lux (a sua volta divisa in tre movimenti) è inappagabile, per esempio; e nulla di quanto composto in passato ne regge il confronto. Inoltre, i tre intermezzi di giusto un paio di minuti – prima e terza parte di Painters of the Tempest e Devour Me, Colossus (Part II): Contortions – riescono nell’intento di non far pesare troppo le tre tracce vere e proprie del disco, tutte parecchio lunghe.

Nel complesso Citadel è decisamente più equilibrato nonché diretto rispetto a Portal of I, ed essere passati da un album di settantuno minuti a uno di quarantotto non può che avere aiutato. Le carte in tavola sono state dunque migliorate ulteriormente e perfettamente rimischiate; e non ci troviamo davanti al miglior album dell’anno solo perché Triptykon e Sólstafir han deciso di far uscire i rispettivi album proprio nello stesso anno.

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