La strada del cambiamento: intervista agli About Wayne

about wayne

Abbiamo ascoltato con piacere Rushism, il loro primo disco. Li abbiamo visti nella loro lenta ma inesorabile ascesa. Abbiamo ascoltato i loro brani nella web serie Freaks!, dove Giampaolo Speziale (cantante del gruppo) interpretava Gabriele. Dopo quasi cinque anni dall’uscita del loro album d’esordio, ecco tornare gli About Wayne tornare con Bagarre.

Da Rushism a Bagarre cos’è cambiato? Cosa significa questo secondo disco per voi?

La tua domanda mi suggerisce un’analisi dei titoli, e da questa mi viene da riflettere sul fatto che di certo non si sia raggiunta una condizione di calma, anzi, che si sia in piena tempesta. Bagarre è stato un disco molto atteso, nato in ritardo. “Il nostro bambino difficile”, per usare le parole di qualcun altro. Ma sa farsi amare molto dai suoi genitori.

Bagarre vuol dire zuffa, scontro acceso. Perché chiamarlo così?

Ricordo che quando Jacopo (Antonini, chitarrista, ndr) la suggerì, derivatagli nella mente per uno strano gioco di assonanza da bug, parola che in un periodo di nervosismo cronico pronunciava spesso, fummo tutti subito d’accordo. È un termine che descrive bene una buona percentuale degli avvenimenti che, come band, abbiamo vissuto negli ultimi quattro anni.

Parliamo del singolo che ha preceduto Bagarre, The Story to Tell Our Child. Per il video del brano avete scelto di rappresentare Lee Oswald, perché? Questo video inoltre contiene immagini riguardanti droga e sesso, vi ha dato qualche problema nella sua diffusione?

Si, in TV non poteva andare per via di queste cose. Ma lo sapevamo, e non ci interessava granché. Nell’ultimo periodo abbiamo capito che è un bene dare totale fiducia alle persone che lavorano con noi. Marco Missano ci ha proposto il plot, partorito nell’arco di una notte, che noi abbiamo subito accettato. Non so perché il pezzo gli avesse evocato l’assassinio di Kennedy. Comunque credo che quell’evento volesse costituire solo il colpo di scena finale, il concetto portante del video è la discesa nella pazzia del protagonista, che non è Lee Oswald ma un ipotetico altro uomo coinvolto nell’omicidio. Quel testo risale a un mio momento di grave delusione, l’interpretazione fantasiosa e il linguaggio di Marco sono molto efficaci.

Perché avete scelto una gazza ladra come immagine di copertina?

A dir la verità l’uccellino è un Cyanocorax chrysops (un nome italiano non credo ce l’abbia), che esiste solo in Sud America. Lo ha fotografato Francesco (Maras, batterista, ndr) durante un suo viaggio in Argentina un paio di anni fa. La sua espressione ci ha sempre suscitato una sensazione a metà tra simpatia e squilibrio. Sembra sia attonito nell’osservare qualcosa. Era proprio quel qualcosa che a noi interessava sottolineare, credo.

All’interno del disco vi è una foto in cui stringete tra le mani i fiori “Uccelli del Paradiso” nell’atto di coprirvi il volto. C’è qualche significato particolare dietro quest’immagine?

Abbiamo scattato con Ilaria Magliocchetti Lombi, super fotografa, fu una giornata bellissima. L’idea della componente floreale ce la propose Davide, il nostro manager. Inizialmente avremmo dovuto fare degli scatti all’aperto, con un grande telo bianco come fondale in ambiente urbano. I posti disponibili però non ci convincevano e Ilaria propose il suo studio. Ottima idea perché non avevamo ancora scelto la copertina del disco e quelle foto credo ci abbiano aiutato molto. Ilaria ci lasciò molto liberi, mi pare di ricordare che fui io a mettermi il fiore davanti al viso. Sicuramente Davide disse “ci volo“, che per noi è un’espressione di forte approvazione, e si tenne l’idea.

Le prime tracce dell’album hanno un ritmo veloce, poi arriviamo a Riverside che sembra quasi una preghiera. Cosa vi ha spinto a scrivere questo pezzo?

Mi ritrovai a cantare questa melodia un paio di anni fa, il testo racconta di un bosco e un fiumiciattolo a me molto cari. Quando la feci sentire agli altri era soltanto una voce e una linea di basso ma piacque subito.

Charger 69 è un pezzo che ha il sapore di un addio, ma anche di un nuovo inizio. A quali esperienze personali avete attinto per scrivere questo brano?

È un testo autobiografico alla radice, fantasioso nello svolgimento. Parla di un vecchio nel suo ultimo viaggio in macchina. Le cose da cui prendo spunto in quel testo sono le cose a cui tengo di più.

Quanto di voi c’è nelle canzoni che scrivete?

Come sempre, parliamo di noi stessi. Forse Daniele è l’unico ad avere anche l’inclinazione a raccontare storie che riguardino altri personaggi, vedi Tony Flash o Son of a Man. Ma comunque partendo da esperienze vissute in prima persona, o cose lette da qualche parte.

Se poteste scegliere il brano che meglio rappresenta Bagarre quale scegliereste?

Probabilmente ti diremmo In the Reign of Flies. Rimane senza dubbio una risposta forzata, questo disco va ascoltato integralmente.

Il 21 gennaio avete pubblicato il videoclip di Where No One Goes, un video criptico e di forte impatto visivo. Da cosa avete tratto ispirazione per girarlo?

Rino Stefano Tagliafierro e Laila Sonsino hanno preso spunto dai due miti di Lady Godiva e Orfeo ed Euridice. Ricordo che quando ci arrivò la mail di Rino scoppiammo di gioia, loro sono tra i videomaker più interessanti con cui ci sia capitato di lavorare. Riuscire a dare un peso artistico così forte al proprio lavoro, su commissione, non è mai facile. Si deve sicuramente fare selezione all’ingresso.

Quest’ultima domanda è dedicata oltre che ai fan della vostra musica, anche ai sostenitori della web serie Freaks!. A distanza di anni non abbiamo più notizie di un eventuale nuova stagione. Potete dirci qualcosa al riguardo?

Freaks! è, come immagino già si sappia, un capitolo chiuso. Ognuno di noi sta percorrendo la propria strada e continuiamo a sostenerci l’un l’altro, come prima. Parlando per me, è stata una bellissima esperienza, e fondamentale, ma mi rapiva da tutto il resto. Sarebbe impossibile trovare il tempo ora. La musica è benignamente totalizzante.

Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

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