My two cents#25

My two cents

In questo numero: es, Gentless3, Capitan Love, The Rust and the Fury, OfeliaDorme, Polar  for the Masses, Confusional Quartet, Traum, Mezzafemmina, Io?Drama.

es - Dai tremiti alle stelle EPesDai tremiti alle stelle EP (Dischi Soviet Studio)

La parola alla donna. L’inversione dei ruoli è prossima a compiersi. C’è qualcosa, nella svolta amorosa inaugurata con Sottile è il cuore entusiasta, che può ricondurre proprio a questo. Una successione, per quel che riguarda gli EP, tale da rappresentare un ipotetico botta e risposta all’interno di una coppia. Lui, ALes, prima, lei, Tina, ora, secondo un ruolo apparentemente minore, rispetto a quello che da sempre è appannaggio del sopracitato, ma in realtà di maggiore valenza rispetto al lavoro precedente. La dominazione espressa a parole, se non anche con i fatti stessi, alla base di Dai tremiti alle stelle. E allora via con il gioco di Bondage, la voglia di essere felici anche quando si tratta di sacrificare parte delle proprie movenze senza per questo farsi troppo male, lasciando che un respiro affannoso, al suono di un rock caratterizzato da incursioni di synth non meno rilevanti, si faccia tutt’uno con le voci dei protagonisti, passando per le pulsazioni di Resta nei paraggi, fulcro di una crisi scampata, specchio di quella che si può definire la ballata di turno dell’opera, senza per questo discernere dalla malizia e dall’assenza di pudore riscontrabili negli occhi di una cam-girl, protagonista di Videochat, scevra da ogni remora nel farsi vedere come è veramente, mentre scorre un ritmo serrato, deciso, sempre più elettronico. Con qualche sterzata in più rispetto alle tre tracce precedenti, è evidente che gli es, nella loro esplorazione di un mondo sondato più e più volte, abbiano nuovamente capito tutto, fuggendo alla banalizzazione. Gustavo Tagliaferri

Gentless3 – Things We Lost EPGentless3Things We Lost EP (Viceversa)

I Gentless3 si sono persi qualcosa ma non l’occasione di far uscire un EP di quattro inediti (e altrettante cover in versione digitale nel caso si acquisti il CD). Things We Lost si apre con gli ultimi momenti di vita di uomini condannati, sbandierati sotto gli occhi di tutti (Death Row Information), un sound scarno accompagna una raccolta di parole dei condannati a morte riprese dall’Executed Offender’s Last Statement (1982/2014) pubblicato dal Dipartimento di giustizia criminale del Texas. Seguono Mercenary, uno storytelling dove tutto ruota intorno al bisogno dell’approvazione degli altri e Pay my dues, la storia di una donna sopravvissuta a un disastro aereo, arricchita dalla presenza di Fabio Parrinello (Black Eyed Dog) alla voce e della chitarra Weissenborn di Fabrizio Cammarata. dark-folk fatto di blues sgranato, andamento lento e vocalità tenebrosa (che però risulta pedante, concedendo un po’ di tregua solo con il quarto brano) affiancato da cover quali Suzanne di Leonard Cohen, Waves of Mutilation dei Pixies, What Makes You di Joe Lally, Change in the House of Flies dei Deftones. Scelta ardua e risultati poco soddisfacenti. In poche parole: mancanza di seduttività. Carmelina Casamassa

Capitan Love - Earth, Wind and Fire EPCapitan LoveEarth, Wind and Fire EP (Autoproduzione)

La metamorfosi. Il giocattolo, il disegno stilizzato su carta che si tramuta in un ragazzo in carne ed ossa. Pinocchio? Bogus? È solo l’inizio, quando allo stesso tempo c’è da occhieggiare alla disco senza risultare prettamente disco, ma scegliendo come principali punti di riferimento Madre Terra e Padre Tempo. Praticamente, nel caso di Capitan Love, al secolo Raniero Spinelli, un figlio dei fiori catapultato più di quarant’anni dopo Woodstock, fuori da “quella” rivoluzione, fuori da ogni ambientalismo. Circa tre anni dopo The Wasted Years of Capitan Love le quattro tracce di questo EP, Earth, Wind and Fire, paiono essere il giusto modo di illustrare questo continuo cambio di rotta. Se Earth Party rappresenta la cronaca di una bolgia dove espedienti beatlesiani entrano in sinergia con tiratissime code elettroniche, Singin’ in the Wind funge da momento “componibile”, dove ad un synth memore di certa dance e mai sopra le righe si inserisce la voglia di tendere le mani verso atmosfere pop orecchiabili e mano mano sempre più movimentate. Similmente fa il rock alieno di Today Never Knows, momento maggiormente psichedelico dell’album, con tanto di insolito solo di armonica blueseggiante, mentre la bucolica I Wish Upon a Star riprende il discorso affrontato con gli Anni sprecati, riconsegnando Spinelli alle sue origini, chitarra e voce. Certamente non una spina al fianco di un EP che si rivela essere un ulteriore segno di maturazione da parte del Capitano, che quando si tratta di stare sulla cresta dell’onda non si spreca in frizzi e lazzi e continua il suo viaggio a testa alta. Gustavo Tagliaferri

The Rust and The Fury – See the colors through the rainThe Rust and The FurySee the Colors Through the Rain (Woodworm)

May the sun hit your eyes!” I The Rust and the Fury ritornano rinnovando l’augurio già presente nel loro disco d’esordio ed è con lo stesso spirito di speranza che c’introducono il loro nuovo lavoro, intitolato See the Colors Through the Rain. Disco meno giocherellone, dove Amanda è il pezzo che non ci si aspetta, mutevole e scatenato dopo il primo brano tranquillo e pacato, Me Here. Un folk western (The Seconds in Between) e una Coming Home to Stay che sa di Cranberries ma con un finale personale e coinvolgente. In qualche brano si cade troppo nella melodia radiofonica ma per fortuna sono presenti degli intrecci di chitarre che fanno la differenza. Una ricerca di soluzioni sonore variegate e influenzate dalla scena degli anni ’90, un approccio corale della voce (la presenza di Francesca Federici è maggiore) denota una certa crescita della band e una positività da regalare nonostante qualche brano malinconico. Forse domani pioverà ma… see the colors through the rain. Un invito a riflettere, forse. Carmelina Casamassa

OfeliaDorme - The Tale EPOfeliaDormeThe Tale EP (Locomotiv)

Bologna. Ricollegandosi ad un passato non tanto remoto, un album come Bloodroot, rispetto al precedente All Harm Ends Here, aveva lasciato intuire che i quattro ragazzi che formano gli OfeliaDorme non avessero mai fatto venire meno la voglia di sviluppare un suono caratterizzato da una continua varietà di stili dominata da atmosfere eteree, di album in album. Una scelta che influisce molto per il presente, specie quando si tratta di ripartire in tre, in seguito all’abbandono di Gianluca Modica: non è tanto ricominciare da zero, quanto scegliere di fare dell’aspetto elettronico il proprio motore. Una spinta che fa da prerogativa alle tracce che danno luogo all’EP The Tale, e che diventa realtà già ascoltando una voce come quella di Francesca Bono, in continua evoluzione, resasi sempre più angelica e devota alla scuola 4AD come a quella di Bristol, se non anche a certi Morcheeba degli esordi. E come sono trip hop le vibrazioni di Fairy Tail, i beat cadenzati e synth acidi del singolo Pleasure fanno pensare a dei Cocteau Twins futuristici, mentre i respiri affannosi di Soft Spot fanno pensare ad un mood maggiormente intimo, se non ad un possibile, utopico, impatto con la dimensione da ballo, risultato di un brano come Blindfold. Il tutto senza mai risultare anacronistici, anzi, guadagnando ulteriore corposità in fatto di composizione musicale. Se questo è il modo di riadattare in chiave moderna Amore e psiche di Apuleio, allora, per gli OfeliaDorme, è più che gradito. Gustavo Tagliaferri

Polar for the Masses - #UnaGiornataDiMerdaPolar for the Masses#UnaGiornataDiMerda (Tirreno)

Il nuovo disco dei Polar for the Masses si è rivelato come un colpo di fulmine, una folgorazione e con la stessa velocità si è spento. Il lampo è il singolo apri pista Quello che avevi, decisamente brillante e un ritornello che ben si stampa in testa. Atmosfere coinvolgenti e grande sound che farebbero credere di avere tra le mani una bomba pronta ad esplodere nel tuo stereo. Invece non è così. E #UnaGiornataDiMerda oltre al suono potente, ben definito e interpretato ottimamente, lascia pochi altri spunti se non quello di uno svogliato sottofondo dove tutto appare poco incisivo, con troppe poche variazioni sul tema e risulta essere fine a se stesso. È un controsenso ma questo lavoro appare debole e scontato e sembra volerlo mascherare con un sound enorme che però non regge e tutto implode. Tutto corre a mille, va dritto e diretto ma non si capisce dove e senza coinvolgere nessuno nella sua corsa. Daniele Bertozzi

Confusional Quartet - Play Demetrio Stratos Confusional QuartetPlay Demetrio Stratos (Expanded)

Se c’è una grandezza che è sempre stata indiscutibile, di sicuro risponde al nome di Demetrio Stratos. Le sue ricerche vocali, la sua duttilità e versatilità, il suo ruolo di primo piano negli Area sono solo alcuni dei segni di una determinazione, la sua, che ha rivoluzionato il concetto non solo del progressive, ma anche della musica in sé, in Italia. La missione di dare ulteriore lustro a tale arte servendosi delle sue ultime registrazioni pareva impossibile, di primo acchito. Ma non una volta constatato che, nel bolognese, i diretti interessati sono i Confusional Quartet, tutt’ora tra gli esponenti di maggiore rilievo di quella corrente aliena in fatto di sonorità di ispirazione wave. Difatti, quanto compiuto con Play Demetrio Stratos è un autentico miracolo, consistente in una fusione tra lo stile à la Confusional e le caratteristiche che formano l’identità di Demetrio: un incrocio spazio-temporale dove musicare il canto (una Cometa rossa incalzante e possente) e la parola (una Manifest’O il cui titolo non è affatto casuale), le diplofonie e le triplofonie (Alessandria, Against, il fischiettìo electro-funk di Der Pasolini, il mantra di Ui), l’onomatopea (gli accenni tribalistici di Sembra) e la mimica (il crescendo di stampo prog di Mr. Troja) è un graduale passo per l’attuamento di quella fantapolitica già espressa in Maledetti (Maudits), specialmente nella seconda parte dell’opera, dalle atmosfere maggiormente allucinate, grazie al potpourri fuzz-cosmico di Fazzarazza, il rock di CCTV e soprattutto St. Maria di Ouch!, la cadenzata Molto poko ed una Disco d’oro ubriaca e soffusa. Là dove l’International POPular Group non è presente, i Confusional Quartet, noncuranti di qualsivoglia limiti, non deludono le aspettative, e nell’atto di suonare una voce che già di per sé era vivida espressione di suono confezionano un lavoro dal fascino strabordante, da non perdere assolutamente. Gustavo Tagliaferri

Traum - ErodeTraumErode (Autoproduzione)

I Traum (“Sognare” in lingua tedesca) nutrono un grandissimo fascino per quello che ormai è morto e superato. Una prima idea di ciò trasuda dalla copertina dell’album, raffigurante tre spade di pietra monolitiche disperse nel profondo cielo dalle tonalità desertiche. Viene donato grande spazio è donato ai suoni romantici degli arpeggi e ai riff mastodontici dal gusto metal, mentre la voce viene totalmente risparmiata. La rappresentazione degli scenari legati al Re Erode o alla Dea Ecate è affidata puramente agli strumenti. Il gruppo italo/irlandese, nato a Bologna, non ci dice nulla di estremamente innovativo: il suo post-rock (o post-metal?) seppur fedele in alcuni aspetti alla classicità del genere, presenta linee di chitarra che si pongono nell’intreccio armonico in maniera anomala e frequentemente deragliano in atmosfere psichedeliche. Quindi, tutto sommato, questo disco è consigliato anche ai non amanti del genere, soprattutto grazie alle frequenti incursioni progressive come in Oceano anticoDa ricordare inoltre che il disco è stato mixato e masterizzato da una personalità di primo piano nel panorama alternativo italiano, cioè da Nicola Manzan (Bologna Violenta). Abbiamo un altro buon motivo per fantasticare. Lorenzo Landriscina

Mezzafemmina - Un giorno da leoneMezzafemminaUn giorno da leone (Controrecords)

Adattarsi allo scorrere della realtà circostante ed allo stesso tempo esserne pecora nera. Un paradosso che, evidentemente, può corrispondere al vero, e nel caso del torinese Gianluca Conte un album come Storie a bassa audience aveva dimostrato come ciò fosse possibile. Mezzafemmina, questo il suo pseudonimo, come ulteriori esponenti non tanto blasonati della moderna corrente d’autore non è come gli altri, ma si serve della varietà, della necessità di non rimanere arenati su un unico stilema, come ottica attraverso cui scrivere canzoni godibilissime, mai sottotono. Un giorno da leone, sua seconda fatica in studio, con la produzione di Giorgio Baldi, è un urlo della propria condizione di essere umano che tocca il conformismo e la presunzione, temi cardine che partono da una 364 giorni di oblio dal sapore rock e continuano con la confessione per mellotron di Silvia, credimi, pesca tra le proprie radici andando dalla tradizionale Piett’ tonna alla sghemba Suffragio universale, si immerge nel sociale senza risultare stereotipato, dalla folkeggiante ballata di protesta Mammasantissima allo stravolgimento dell’inno nazionale di L’Italia non è, si spertica in dichiarazioni d’amore come La collezione di vizi e Da quando ci sei tu e non disdegna il contatto con la realtà di strada, fatto di incessanti sferzate elettroniche da una parte (Le verità banali) e mentalità hip hop dall’altra (il duetto con Chef Ragoo de Il giorno dopo). Una prova di coraggio attraverso cui Mezzafemmina, in quanto voce fuori dal coro, non manca il bersaglio. E Un giorno da leone, in fin dei conti, lo possono vivere tutti. Per di più con la più che giusta colonna sonora. Gustavo Tagliaferri

Io?Drama - Non resta che perdersiIo?DramaNon resta che perdersi (Autoproduzione)

Cos’è un linguaggio di massa al giorno d’oggi? Una questione ardua sulla quale discutere, visto il panorama dell’ultimo periodo, brulicante di pseudo-cantori ed interpreti privi di anima, verve e soprattutto di una benchè minima voglia di distinguersi e di concepire un linguaggio proprio. Fortunatamente gli Io?Drama, per quel che riguarda tale linguaggio, hanno sempre rappresentato un felice caso a parte, fatto di un’accezione lontana dall’abuso di metodologie cervellotiche ed al contempo un livello qualitativo sempre alto. Lo chiamano pop contaminato, ed è proprio in questo terzo album in studio, Non resta che perdersi, che vede non solo la conferma, quanto un’autentica maturazione, riscontrabile sia nella voce di Fabrizio Pollio, ora calma, ora squillante, ora rabbiosa, mai priva di tono, e soprattutto nella versatilità del violino di Vito Gatto, uno dei punti di forza del lotto. Un pop che dalla sua concezione classica (Uno alla volta, vagamente Killers, l’intensa Risveglio) tocca una certa maestosità nel corso di Babele e Vergani Marelli 1, rifacendosi persino a Vanessa Mae nella prova dello stesso Gatto di A piedi scalzi, ma non disdegna sferzate rock, come la shakespeariana Mi dimentico mi assolvo, la cadenzata title track e gli impulsi elettronici di Il sasso e lo stivale, e soprattutto affascinanti e trascinanti esperimenti come Grooviera, con il suo attacco zeppeliniano, e la conclusiva Chiedilo alla cenere, il senso della perdizione espresso attraverso un disperato crescendo. Un meltin’ pot immediato, ma indubbiamente di rilievo, rispetto ad ulteriori proposte presenti sia nell’ambiente mainstream che in più di qualche nome “indie” reduce da un recente boom. Io?Drama? Promossi, senza se e senza ma. Gustavo Tagliaferri

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