Paletti – Qui e ora

Paletti - Qui e ora

Paletti - Qui e oraCD – Sugar – 10 t.

La direzione musicale di questo secondo capitolo della carriera solista di Pietro Paletti, in arte semplicemente Paletti, non è stato un fulmine a ciel sereno per quanti, nei mesi scorsi, avevano prestato orecchio alla raccolta Palettology. I due inediti lì presenti, La gente siamo io e te e Comodamente schiavo, preannunciavano una svolta dominata da sintetizzatori tastiere e aggeggini elettronici vari, contraddistinta da frenetici loop di basso e batteria e concretizzata poi ampiamente in Qui e ora. La definizione synth pop vi piace? E allora utilizzatela senza problemi.

Se qualcuno pensava di ritrovarsi tra le mani la copia carbone dell’esordio Ergo sum, oppure un lavoro profondamente condizionato dall’esperienza condivisa con gli Ex-Otago – che ha dato due bei frutti che potete (ri)assaporare qui e qui -, rimarrà deluso. Se felicemente o tristemente, ce lo direte poi voi. Insomma, il verso cantato in Valeriana e Marijuana “Non riesco a stare fermo, sono sempre in movimento“, sebbene riferito a uno stato fisico, calza alla perfezione anche in relazione alla sua voglia, del Paletti, di non adagiarsi sui sentieri conosciuti, e quindi sicuri.

L’album suona da paura: si è lavorato molto in produzione, e si sente, senza però eccedere; i suoni sono puliti ma senza paillette; i ritmi alti, altissimi (la già citata Valeriana e Marijuana), con sapienti rallentamenti lungo il percorso (Certezza). Le canzoni – che si lasciano ascoltare – esplodono in ritornelli di grande presa (Avere te). Il rischio è che non riusciate più a smettere di ondeggiare la testa avanti e indietro. E se il basso di La la lah è a dir poco ipnotico, il battito – con un accenno di coro a mo’ di contrappunto – che sorregge il ritornello de Il suono del silenzio ha in vago sapore ancestrale, da notte dei tempi.

Forse il difetto più grande di Qui e ora è la mancanza di equilibrio tra ritmo e intimismo, tra i contrasti elettro-acustici, tra i chiaroscuri emozionali che invece contraddistinguevano Ergo sum, un lavoro che ho apprezzato di più con il petto. E non con la testa.

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