Questa specie d’amore: intervista ai WOW

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È uscito il 18 Novembre 2014 per la 42 Records (I Cani, Colapesce, Drink to Me, Cosmo) il disco dei romani WOW, Amore, che in 11 tracce costruiscono un disco in cui le atmosfere retrò della musica italiana d’altri tempi sono perfettamente miscelate ad un’anima provocatoria, sporcando e allo stesso tempo innalzando la canzone classica italiana a vera musa ispiratrice, riportandola alla luce e rivestendola a modo loro.

Iniziamo dalle domande essenziali. Come è nato il progetto? Gli WOW sono nati da un’affinità tra persone che si trovano a fare della musica insieme con più o meno le stesse idee o dall’esigenza di creare qualcosa di ben definito? Amore è un disco molto particolare, sembra studiato a tavolino. Insomma, vengono prima gli WOW o l’idea del loro disco?

Gli WOW sono nati per gioco, ormai diversi anni fa. Non credo che la musica, come del resto qualsiasi altra cosa, si faccia con scelte a priori poi messe in atto. Piuttosto nel farla si scopre più o meno chiaramente quale sia la propria voce e le proprie intenzioni, spesso anche contraddicendo il momento iniziale in cui ci si è messi in opera. Amore arriva parecchio più avanti rispetto alla formazione del gruppo, che è stato all’inizio un insieme di amici che suonava alle feste in casa, e poi un trio garage che ha girato abbastanza in Europa. Sono spesso le domande come le tue, che vengono dopo, a definire delle intenzioni che in verità si realizzano dopo, ma che erano piuttosto indefinite nel momento in cui ci siamo messi a comporre Amore.

Che vuol dire WOW? Onomatopea, acronimo, scelta a caso perché ha un bel suono o ci avete pensato per giorni e notti?

Ci ha pensato China (Francesca Cuttica, voce, NdA) in modo abbastanza istintivo. Credo che quando si inizia a suonare sia un po’ come imparare una nuova lingua senza regole né una grammatica definite: non si può che reagire con un suono onomatopeico, come giustamente noti.

Chi sono i componenti del gruppo, come vi siete conosciuti?

Attualmente sono China, Leo Non, Thibault, Samir e Gianlorenzo (prima abbiamo suonato anche con Gabbo, Kreusas, Kamada, a distanza anche con Julie Normal). Ci siamo conosciuti come ci si conosce fra amici, frequentando gli stessi posti, il Fanfulla su tutti. Fra tutti abbiamo avuto parecchi intrecci di gruppi e progetti: Vondelpark, KK, Trans Upper Egypt, 1981…

In realtà prima degli Wow ho visto che c’erano i Vondelpark, e facevate un genere piuttosto diverso. E prima ancora? Da quanto suonate?

I Vondelpark sono stati il primo gruppo di Leo, si può dire che è stata questa band a far cominciare a suonare Leo, Gabbo, Kamada, Kreusas e Cello (quasi tutti sono poi passati per gli WOW). Il gruppo si è formato al liceo ed è ancora attivo, ma i ragazzi sono sparsi in giro per l’Europa, oramai fanno in media un concerto l’anno.

Qualche nostalgia per il vostro gruppo precedente? Gli WOW hanno uno stile molto definito, elegante e sovversivo al tempo stesso, avvertite in ciò dei limiti?

Per il fatto che i Vondelpark non si siano mai sciolti non è che si possa essere proprio nostalgici. Per quel che riguarda gli WOW, credo siano proprio i limiti a definirne la forza.

A parte Leo che ha sempre vissuto nella capitale, Thibault e Samir sono francesi, China è ligure, ma risiedete tutti a Roma. Da quanto tempo?

China da più di dieci anni, Samir da circa cinque, Thibault da tre, Gianlorenzo è romano come Leo.

Anche questo mi sembra un evento stranamente definito, come se foste tutti casualmente nello stesso luogo per poter scrivere e incidere Amore, ma portandovi dietro ognuno di voi un background diversificato. Un colpo di fortuna o la scelta è caduta su Roma di proposito per realizzare i vostri progetti in ambito musicale?

È sicuro che molto di Amore dipende dalle nostre varie esperienze, come noti. Ma non si tratta né di un caso né sicuramente di una scelta. Ci si trova, senza una chiara volontà ma neppure per pura fortuna.

Ad esempio, non dico proprio Parigi perché c’è così tanto della musica italiana in Amore che sarebbe un po’ un controsenso pensare agli WOW posti materialmente in un altro paese, e anche se portate con voi il fascino di un’Italia che credo i francesi apprezzerebbero volentieri, mi chiedevo: ma Genova, o un’altra città italiana, come l’avreste vista come punto di partenza degli WOW?

Boh, sarebbe stato di sicuro diverso, direi che non si può sapere. Ma va sottolineata l’importanza di Roma, e dei gruppi che suonavano quando ci siamo messi a farlo pure noi: quando inizi è fondamentale avere un riferimento locale, perché se no finisci per rifare male qualche cosa che non ti appartiene. È qualcosa di molto personale, ma quando ho iniziato a suonare e mi sono accorto che vicino casa suonavano gruppi come Cactus, Intellectuals, Motorama, Hiroshima Rocks Around, That Noise from the Cellar, Last Wanks, ho ridefinito le priorità a un livello più prossimo e tangibile.

In quanto tempo è stato composto e inciso Amore?

Dove sei è stata la prima ad essere registrata, ha avuto tempi lunghissimi di composizione, ma è stata paradigmatica per tutte le altre che sono venute dopo. A eccezione di questa, abbiamo composto e registrato tutte le altre in sequenza: ne scrivevamo una e poi la registravamo, poi un’altra e la registravamo… Tutto questo indicativamente da settembre del 2013 fino a gennaio del 2014, nella sala prove del Forte Fanfulla. La sala purtroppo oggi non esiste più.

Com’è la 42 Records? Ho letto che vi ha introdotto Contessa (Niccolò de I Cani, NdA), mi piacerebbe sapere qualcosa in più al riguardo. Nell’ambiente musicale c’è qualche band che conoscete personalmente con la quale vi sentite particolarmente affini come modo di intendere e vivere il percorso professionale intrapreso?

42 è l’etichetta più strutturata con cui abbiamo avuto a che fare (senza nulla togliere alle precedenti etichette, Vida Loca, Bubca e My Own Private Records, piuttosto amatoriali, che fanno le cose, come l’etimologia indica, con amore, non professionalmente), e ci siamo trovati bene, hanno fatto un buon lavoro di promozione che ci ha permesso di avere a che fare con un booking, DNA,  nello specifico Nicola, che sta lavorando bene. La seconda parte della domanda è un po’ più complessa: apprezziamo moltissimo quello che fanno i nostri amici, Eva Won, Calcutta, Maria Violenza, di recente i Bambi, Shesh, Disagio Punk Reame, Flavio Scutti, Aktion, Holiday Inn, Grip Casino, Kawamura Gun, le serate e i mille progetti di Stefano Demented, Number 71 Monobanda, Trio Banana, Barsexuals, Trouble vs Glue, Metro Crowd, Sneers, Feeling of Love, Delacave, Vernon Sélavy, Krano e i Postumi, La piramide di sangue… Sono un’infinità. Detto questo, forse proprio da quando siamo su 42 e con DNA la nostra strada ha preso una direzione un po’ diversa. Dal fare le cose per pura passione e, nel senso che dicevamo, amatorialmente, ora ci ritroviamo qualche responsabilità professionale in più. La nostra idea sarebbe quella di mantenere l’approccio che abbiamo sempre avuto, ma ora ci troviamo a che fare con altro con cui, a conti fatti, dobbiamo confrontarci per andare avanti.

Credo che per tutti voi gli WOW non siano l’unica occupazione, ad esempio China è un’attrice. Se doveste esprimere in percentuale il tempo che occupano gli WOW nella vostra vita, sarebbe il 30%, il 40%, il 60%?

Direi che non si possa esprimere una cosa così in percentuali. Nell’ultimo periodo però l’impegno è cresciuto, con tutte le pressioni che questo comporta…

Le canzoni parlano tutte d’amore, ma mi chiedevo se ci fosse un ulteriore filo conduttore, anche nella disposizione dei brani, o si tratta semplicemente di storie separate? Alcune sembrano parlare dello stesso amore, altre no.

Su questo i veri esperti sono quelli che ascoltano il disco, tipo te. Trovo sia antipatico e un po’ presuntuoso quando gli autori si mettono a spiegare le proprie canzoni. L’autore dovrebbe proprio scomparire nel suo lavoro, anche se purtroppo la cosa non sempre è possibile. Che importa chi è l’autore?

Se doveste pensare ad un sound che vi fa impazzire, che cosa citereste? Al di là di come suonano e cantano gli WOW, quali sono i generi che vi hanno segnato di più? È una domanda piuttosto personale, quindi mi accontento della risposta di chi sta rispondendo a quest’intervista.

Più che di generi parlerei di gruppi, o di persone. Di sicuro tutti gli amici che citavo prima ci hanno influenzato, parecchio. Poi vabbè, abbiamo sempre ascoltato tanta musica, i Country Teasers, i Fall, Irma Thomas, Los Mutantes, Lee Hazelwood e Nancy Sinatra, Les Paul e Mary Ford, The Hunches, Dean Martin, ovviamente i Velvet Underground, Maureen Tucker,  tutta la scena No Wave, è difficile fare ordine, impossibile dirli tutti. È chiaro poi che nel disco si possa sentire una certa fascinazione per le canzoni e gli arrangiamenti degli anni ’60, Mina, Milva, Gainsbourg, Brel, Tenco, Ciampi, Iva Zanicchi, ma pure Tajoli, Buti, Bechi (qui torniamo agli anni ’30 e ’40). Ricordo che qualche anno fa Populous aveva compilato uno splendido mixtape, Italian Golden Age si intitolava. Ecco, quella musica che magari i nostri amici etichettavano come musica per i nostri nonni per noi aveva un fascino particolare, antico direi, forse anche proprio per la connessione coi nostri nonni…

E come musica italiana? Tornereste indietro potendo, o pensate che a renderla bella in fondo sia in gran parte la nostalgia? È interessante notare come le vecchie canzoni italiane con il passare degli anni acquistino sempre più fascino, ma probabilmente ai tempi, essendo giovani negli anni ’60, se ne avrebbe avuto un rifiuto, no?

Boh, chi può dirlo? In verità non ci sentiamo particolarmente nostalgici. La musica di quegli anni era fatta da grandissimi professionisti, citiamo spesso il caso di una canzone come Se telefonando, con un arrangiamento bellissimo di Morricone, e vabbè, la voce della più grande cantante italiana (per non scordarsi del testo di Costanzo). Avercene oggi di brani come quello… Credo che a ispirarsi a quella stagione ci sia solo da imparare, chiaramente con un approccio tutt’altro che filologico. Alla fine noi, a modo nostro, abbiamo cercato di recuperare quelle sonorità, quel tipo di scrittura, ma con un approccio, diciamo, punk, autarchico e autodidatta, che non ha nulla a che fare con quei tempi (in cui se non eri un professionista semplicemente non eri musicista). Non credo in un gusto semplicisticamente passatista, semplicemente nel contemporaneo emergono dei momenti passati, per esempio delle canzoni, che forse dicono di più di noi e di oggi rispetto ad altre cose. Bisogna, credo, riuscire a intercettarli e farli parlare.

Un’ultima domanda… China anche immagino sia uno pseudonimo. Ha un significato particolare?

Francesca-Franceschina-China. In molti però, me compreso, hanno pensato che China fosse il suo vero nome.

Foto di Flavia Eleonora Tullio

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