Scappare dai travestimenti per cercare la propria voce: intervista a Paletti

paletti

Qui e ora rappresenta la seconda prova solista di Pietro Paletti, due anni dopo dopo quel convincente esordio che ha attirato l’attenzione della Sugar di Caterina Caselli. Ne abbiamo approfittato per sottoporre al suo autore alcune domande. Buona lettura!

Guardati con la soddisfazione di chi ha appena scritto una canzone” (La la lah). Iniziamo da qui. Che cosa si prova quando si scrive una canzone? È un modo per gettare benzina sul fuoco del proprio ego o uno strumento per evitare di farsi dissanguare dallo psicanalista?

Ho principalmente due modalità di scrittura. Quella compositiva legata al lavoro pubblicitario documentaristico e cinematografico e quella di cuore legata alla mia sfera intima e personale. Sono entrambe indispensabili. A volte rischiano di confondersi. È saper scindere che mi evita sfiammate di ego e sedute di psicoanalisi.

Il primo pensiero che hai avuto una volta ultimato il disco? Sei più tipo da ‘sto-disco-spacca-di-brutto oppure il perfezionista maniacale perennemente insoddisfatto che vorrebbe sempre apportare modifiche?

Mi sento più vicino al secondo tipo elencato. Sono del segno della vergine. Credo che l’insoddisfazione sia l’anima della crescita ma è anche un’assuefatta condanna. Da un po’ di tempo mi sto concedendo delle pause da questo sentimento lasciando spazio all’entusiasmo. È bello gasarsi mentre si lavora, soprattutto se si lavora con delle persone stimolanti.

Il cambio di passo rispetto a Dominus ed Ergo sum è evidente. Che cosa ti ha fatto propendere per la direzione musicale che hai dato a Qui e ora? Centrano anche le recensioni, che in più di un’occasione rimandavano a Lucio Battisti?

In un certo senso sì, ma senza esagerare. Mi sono lasciato andare, ho cercato il più possibile la mia voce e il mio stile scappando il più possibile dai travestimenti. È un qualcosa che richiede molta energia e coraggio. Un tuffo nel vuoto. Ammiro molto chi ha un proprio stile ben definite e ancor di più se questo gli permette di aver successo. Avere una propria identità forte è una cosa importante anche al di fuori della musica.

È vero che non sei un novizio della scena musicale ma questo è pur sempre il tuo secondo disco solista. Ansie particolari nel momento in cui ti accingevi a registrare? Soprattutto autoindotte, dato che hai affermato che da Sugar non sono arrivate particolari pressioni.

Io manco ci pensavo a preoccuparmi fino a quando un mio amico mi ha detto: “Oh sei al secondo disco, è quello più difficile“. Percepisco una crescita rispetto al passato. Mi sento più a fuoco e al terzo disco probabilmente lo sarò ancora di più. Io poi vivo nell’ansia, anzi ci sguazzo, mi tiene in forma smagliante.

paletti

Vorrei che ci parlassi un po’ delle mie canzoni preferite dell’album, Il suono del silenzio e La la lah. In modo particolare: della prima vorrei che mi dicessi qualcosa in più sulla ritmica quasi tribale che fa da sfondo al ritornello; della seconda vorrei sapere qualcosa in più sulla linea di basso che fa da colonna portante.

Nel ritornello de Il suono del silenzio abbiamo registrato delle percussioni in una sala molto grande del Funkhaus studio. Un riverbero naturale fantastico. Quella fase del brano doveva restare più sospesa, solo percussioni e voce. Il basso di La la lah invece è un Moog misto ad un Rhodes. L’avevo prima suonata con il basso elettrico.

“Ho provato ad esprimermi con la massima sincerità” hai detto a proposito del disco. A tal proposito ti chiedo: la sincerità è un complimento per un(‘)artista? Tempo fa ascoltavo un programma radiofonico e lo speaker ricordava come un grande tra i più grandi, Bob Dylan, è stato tutto tranne che sincero.

Bisogna esser capaci a mentire bene. Dylan lo sapeva fare, forse, chissà. Io ci metto molta energia nell’essere onesto e sincero. Per me è una grande occasione poterlo fare così con una certa leggerezza. Ho imparato però che si può davvero dire ciò che si vuole, anche qualcosa di scomodo, dipende da come lo dici e Dylan in questo era uno dei migliori.

Nell’intervista che hai concesso a Rockit hai citato più di una volta i Bluvertigo. Quanta importanza/influenza hanno avuto sul Paletti musicista?

Sono stati un ascolto tardo adolescenziale che mi ha appassionato sia su disco che dal vivo. Li ho sempre ritenuti dei musicisti coraggiosi e stilosi. Mi hanno comunicato molto. Mi ci sono ritrovato in quei testi e cantavo strofe e ritornelli in auto con i miei amici della bassa bresciana da dove vengo. Loro come altre band sono state la nostra colonna sonora. Sono gli anni in cui ti affermi come uomo e spariscono i brufoli. Certi ascolti rimangono attaccati al DNA.

Il live. Hai già deciso come portare in giro Qui e ora? Ci sarà una riproposizione dei pezzi fedele al disco o dobbiamo attenderci qualche sorpresa?

Sarà un live abbastanza fedele al disco ma con più pacca. Qualche svisata c’è e ne arriveranno man mano che faremo concerti. Il live è una cosa che si affina con le date.

Come il tuo collega Colapesce, hai iniziato a scrivere in inglese e poi sei passato all’italiano. Fermo restando il sottile e magico equilibrio che dovrebbe crearsi tra musica e parole affinché una canzone possa definirsi tale, e quindi riuscita, non hai mai pensato che un testo in italiano, dato in pasto a un pubblico di ascoltatori italiani, possa distrarre dall’ascolto della musica?

Sì, lo penso, ma di solito la si racconta diversamente. Si dice che in italiano risalti più il testo. Ma secondo me è sbagliato pensare alla musica solo come un sostegno. Forse sarà sempre il mio grosso limite, ma sono un musicista prima di essere cantante. Parlo di me nei miei testi in maniera intima ma spesso parto dalla musica, ed è lei a suscitare in me le parole il più delle volte.

L’EP e il relativo tour insieme con gli Ex-Otago. Che cosa ti ha lasciato quell’esperienza? Pensi ce ne saranno altre, di quel tipo, con altri artisti?

Sono affezionato agli Otago, sono delle persone che fanno del bene al mondo. Credo che la collaborazione sia importante per la crescita sia artistica che umana di chi la affronta. Spesso non è facile. L’ego si mette di mezzo, ma è proprio quello che devi affrontare se vuoi tirare fuori qualcosa di bello musicalmente.

Ho scoperto da poco che sei (stato?) autore di colonne sonore per videogiochi. Ma ne sei anche un appassionato? Di videogiochi ovviamente.

Non divento matto per i videogiochi. Devo ammettere però che alcuni giochi di ruolo mi hanno intrippato parecchio.

E per quanto riguarda le colonne sonore, ce ne sono alcune che ti hanno particolarmente colpito, che avresti voluto scrivere?

Molte direi. Quella di Traffic (Soderbergh) , quella della serie TV Utopia, Catch Me If You Can (Spielberg)

Discorso video. Non mi sembra che tu ci presta grande importanza. Lo ritieni un mezzo in disuso per la promozione della musica o semplicemente non funzionale alla tua, di musica?

Qui potrei offendermi. I miei video sono fighissimi! Ci presto molta importanza e sono molto contento del risultato ottenuto nonostante il budget non sia mai stato esorbitante. Ci metto molte energie anche se in realtà, ultimamente, sono meno importanti. Si esauriscono in fretta. Fortunatamente molta gente ascolta musica su YouTube condividendo link qui e là sui social. Mi ha sempre interessato il concetto di viralità, il creare interesse con un’idea brillante.

The R’s. Forse mi sono perso qualcosa ma il tuo vecchio gruppo che fine ha fatto? Vi siete sciolti, siete in stand-by? Aggiornaci per favore.

Non saprei che dire, è un po che non facciamo prove assieme. Se facciamo un live o un disco, ti chiamo!

Infine: ti ci vedresti a scrivere canzoni per altri?

Si, già lo faccio. Sono autore per la Sugar. Mi diverte ed è molto interessante. Non è per nulla semplice e lo sto scoprendo ora. Scrivo anche in inglese talvolta. Sto iniziando delle collaborazioni in questo periodo con altri autori.

Foto di Francesco D’Abbraccio

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: