Retrografie: Andrea Chimenti – L’albero pazzo

andrea chimenti

Leader dei Moda, con cui negli anni ’80 incise tre album (Bandiera, Canto pagano, Senza rumore) in bilico tra rock e new wave. L’albero pazzo è invece il suo secondo, travagliato, lavoro solista, dopo l’esordio La maschera del corvo nero del 1992. Ci siamo fatti raccontare la sua genesi, e qualche aneddoto. Come il fatto che il Consorzio Produttori Indipendenti non volesse pubblicarlo, fino a quando David Sylvian…

È vero che prima di fare il musicista disegnavi cartoni animati?

Sì, l’ho fatto verso i 26-27 anni. Ero finito più che altro a lavorare nel campo pubblicitario. Negli anni ottanta, quando finii di studiare cinema d’animazione, hanno incominciato a importare i cartoni animati giapponesi. Tutte le produzioni italiane sono cadute, il lavoro scarseggiava tantissimo… A un certo punto mi sono ritrovato a dover scegliere: o continuare con il disegno o con la musica. Alla fine la musica ha avuto il sopravvento.

Com’è stato il periodo tra il primo disco, La maschera del corvo nero, e L’albero pazzo?

Un periodo molto difficile. Nessuno voleva far uscire L’albero pazzo. Al Consorzio Produttori Indipendenti non piaceva perché era troppo acustico, in quel periodo prediligevano cose più elettriche…

Marlene Kuntz, Santo Niente…

Esatto. Il disco è uscito solo e unicamente grazie all’arrivo di David Sylvian. Non riuscendo a trovare uno sbocco discografico stavo lasciando la musica, avevo deciso di fare un altro mestiere qualsiasi. Poi arrivò questa notizie che David Sylvian era interessato a una collaborazione e questa cosa mi ha rimesso in pista.

Com’è successo?

È stato un caso molto fortunato. Lui era in Italia con Robert Fripp per alcuni concerti, aveva chiesto a Paolo Bedini, mio manager allora e organizzatore di alcuni suoi concerti in Italia, di ascoltare artisti italiani. Gli diede una pila di CD, tra cui i provini de L’albero pazzo. Giorni dopo Sylvian lo chiamò dicendo che gli sarebbe piaciuto collaborare con me. Ricordo ancora che tornai a casa e c’era nella segreteria telefonica la voce di Bendini che diceva “David Sylvian vorrebbe lavorare con te e scrivere una canzone insieme”. In un momento così difficile quest’opportunità è stata un sole che mi ha dato una profonda mano. Ovviamente si sono riaperte tutte le porte e il Consorzio ha fatto uscire il disco.

Che persona è David Sylvian?

David Sylvian è una persona come uno se lo aspetterebbe. Pacata, molto serena, ma non l’ho frequentato abbastanza da poterlo vedere nel profondo. Estremamente gentile, schiva, molto professionale. Abbiamo avuto un rapporto molto particolare: la canzone l’abbiamo scritta a distanza, senza incontrarci prima della fine della canzone. Ci siamo spediti i nastri, lui stava a Minneapolis in quel periodo e io a Firenze, ci siamo messi d’accordo via fax sulla tematica del testo. Inizialmente gli avevo proposto di cantare su uno dei provini de L’albero pazzo, ma lui mi ha risposto che non sapeva dove inserirsi, così ho scritto un pezzo apposta, Ti ho aspettato (I Have Waited for You).

Non c’è mai stata la possibilità di promuovere il disco all’estero?

L’idea era quella di esportare il disco all’estero ma la Warner non ce l’ha concesso, nonostante Sylvian spesso abbia cercato di convincere i dirigenti dell’etichetta.

C’è un collegamento tra l’esordio e L’albero pazzo?

Un collegamento se vuoi c’è sempre tra un disco è l’altro, difficile che non ci sia, però appartengono a due fasi molto diverse. La maschera del corvo nero è stato prodotto da Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, due musicisti a cui voglio molto bene, mentre L’albero pazzo è una mia produzione a cui si è aggiunto poi Magnelli. Lì sono stato completamente libero nella scrittura e nel seguire un percorso musicale preciso, che infatti è andato un pochino contro le volontà del CPI che voleva cose più elettriche. Se vuoi c’è un collegamento dal punto di vista della poetica…

Ecco. Dal punto di vista testuale noto che hai una tendenza a ricorrere a immagini bucoliche. Penso a brani come La ragazza del fiume, Tra i pioppi, la stessa L’albero pazzo.

Perché sono cresciuto in campagna, ai margini di un bosco. Le immagini le lego sempre al mio vissuto inevitabilmente. Credo che ognuno di noi debba rispettare il proprio ambiente e la propria cultura e dialogare attraverso il tipo di realtà in cui è vissuto. Mi sono ritrovato spesso a utilizzare elementi naturali come l’acqua, gli alberi, il bosco, la natura…

Perché intitolare il disco L’albero pazzo? Tra l’altro l’omonima canzone è uno degli episodi più politici della tua carriera.

Ho pochi episodi politici, questo è uno di quelli. L’albero pazzo è una canzone in difesa della diversità, contro l’omologazione nel modo più assoluto. Quest’albero, che cresce diverso dagli altri, viene deciso che dev’essere abbattuto. Per me è un tema molto caro quello della libertà espressiva, una libertà che si comincia a togliere agli uomini da quando sono bambini; infatti, ne L’albero pazzo ci sono i bambini che scelgono l’albero più strano proprio per la sua particolarità e gli viene vietato, viene deciso che con quell’albero vengano fatti strumenti di guerra: lance, tamburi, palizzate, croci… Questo è un po’ quello che culturalmente accade agli uomini, in altri paesi di più in altri di meno; questa è la nostra sorte dove ci viene un pochino negata l’espressività, la bellezza…

La copertina originale dell’album ti raffigura come un Cristo, mentre la ristampa riprende la fiaba de L’albero pazzo.

Sono affezionato alla prima perché è l’originale, ma forse amo di più la seconda. In quel periodo giravo con un teatrino delle ombre con dei personaggi da me costruiti, disegnati, e c’era una scena de L’albero pazzo rappresentata da un gioco di ombre. Mi piace quella copertina perché è fiabesca, inquietante…

Se paragonassi la tua poetica a quella di Miyazaki?

Lo adoro! Mi fa piacere questo paragone! Il mio film preferito è La città incantata, ma anche Il castello errante di Howl, Ponyo nella sua follia…

Com’erano i concerti del tour de L’albero pazzo?

Erano concerti prevalentemente acustici. Ho un bellissimo ricordo perché c’erano dei gran bravi musicisti con me: Antonio Licusati al contrabasso, Massimo Fantoni alla chitarra e Lorenzo Lolini, Marco Parente alla batteria, Francesco Magnelli alle tastiere, Alessandro “Finaz” Finazzo, futuro Bandabardò, alla chitarra acustica. Piccolo aneddoto: Alessandro Finazzo ed Enrico “Erriquez” Greppi si sono conosciuti nel mio live de La maschera del corvo nero, e all’inizio si stavano anche sul cazzo a vicenda! (ride, NdR)

Nel disco c’è un canzone dedicata a Virgilio Prosperi, Maestro Strabilio, che curò gli arrangiamenti del tuo primo lavoro solista.

Era un amico di infanzia, un compagno di scuola di mio fratello, siamo cresciuti praticamente insieme. Si è tolto la vita dopo un concerto. Gli ho dedicato questa canzone perché lui era davvero un musicista con i “contro coglioni”, direttore d’orchestra, una persona veramente preparata, geniale; forse, per questa sua genialità, non se l’è sentita più di vivere.

Come finisti nel film Sono pazzo di Iris Blond di Carlo Verdone?

Verdone nei suoi programmi radiofonici faceva mettere i miei dischi. Mi telefonò un giorno dicendo: “Se canti nel mio film ti faccio un videoclip gratis”, purtroppo non lo fece ma mi pagò bene, quindi eravamo pari (ride, NdR)! È stata una cosa molto carina che ho fatto molto volentieri. Lui è un bel personaggio che sa fare il suo lavoro, un grande appassionato di musica.

Come mai L’albero pazzo è stato ristampato solamente nel 2007?

Ho ristampato il disco da pirata. Il disco era del CPI, che chiuse i battenti vendendo tutto il catalogo a una multinazionale, credo la EMI. Ho cercato di contattare l’etichetta, di chiederlo addirittura in licenza, mi hanno risposto che non danno licenza di master di loro proprietà, però l’ho stampato lo stesso, sono stato il pirata di me stesso!

a cura di Marco Gargiulo

Si ringrazia Giuseppe Pionca (Desvelos Records) per il prezioso aiuto

Retrografie, la nostra rubrica dedicata alla riscoperta di album italiani minori. Minore non nel senso di scarso valore, ma di non conosciuto/diffuso presso il grande pubblico. Italiano nel senso di musica fatta in Italia, non necessariamernte cantata in italiano. Retrografie cerca di indagare su quel che si cela dietro questi album dando la parola agli autori.

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