La parabola dei talent: intervista a Federico Pagani (An Harbor)

federico pagani

A settembre già lo davano per probabile vincitore dell’ottava edizione di X Factor. E in effetti, almeno moralmente, lo è stato: Federico Pagani, in arte An Harbor, nonostante l’inaspettata esclusione ai bootcamp è riuscito, nei suoi quattro minuti di celebrità, a infiltrarsi nell’inaccessibile scena mainstream e, armato di chitarra e voce, a trovare un punto di saldatura col mondo dell’underground. Abbiamo colto l’occasione di intervistarlo per tentare di chiarire le idee sul controverso rapporto tra media e musica, su come un cantautore oggi vi si relazioni e anche per toglierci più di una curiosità.

La decisione di partecipare ad un talent show è stata una scelta che hai meditato a lungo o l’hai fatta in maniera impulsiva?

Come ho sempre detto, non è stata una decisione partita da me! Mi hanno iscritto due amici un po’ per scherzo e un po’ sul serio e inizialmente ero molto titubante: non pensavo potesse essere una situazione adatta a me (e infatti non la era) ma alla fine ho deciso di stare al gioco ed è andata come avete visto tutti. A ripensarci adesso mi sembra ancora surreale.

Col senno di poi, ti ritieni soddisfatto di questa scelta?

È difficile dare una risposta univoca a questa domanda. Da un lato è inutile dire che mi sento un privilegiato, quella breve apparizione mi ha cambiato in qualche modo la vita, non mi sarei mai aspettato una reazione simile e non posso che ringraziare X Factor per avermi regalato quel momento di visibilità con tutto quello che si è portato con sé. D’altro canto però a volte mi sembra di trovarmi nel posto sbagliato: arrivo da un altro tipo di percorso artistico e ora essere conosciuto prima di tutto per essere stato in TV ammetto che mi provoca una sensazione decisamente molto strana. Poi sono anche convinto che in Italia ci siano tante altre realtà, artisti, band, ecc che si meriterebbero molto più di me di avere attenzione e interesse e un po’ anche questa cosa mi fa sentire fuori posto. In fondo continuo a pensare di non avere fatto nulla di speciale, nulla di più di quello che faccio di solito: salire su un palco e suonare una mia canzone.

Nonostante il pubblico abbia visibilmente manifestato il suo gradimento, non hai superato la fase finale dei provini, imbattendoti in particolare nel giudizio di Victoria, che ti ha definito presuntuoso…

Come ho già detto tante volte, penso che sia stato un grande malinteso. È la cosa che mi amareggia di più dell’esperienza a X Factor, anche se ora mi fa più che altro sorridere. Fondamentalmente penso sia stata scambiata per presunzione quella che in realtà era semplicemente timidezza. Non è facile essere su un palco così grosso, davanti a migliaia di persone, cercare di dare il massimo per fare il meglio possibile e sentirsi subito attaccare, giudicare, provocare. So che fa parte del gioco e mi sta bene. Purtroppo io sono uno di poche parole, sono abituato a fare le mie cose mantenendo sempre un basso profilo, passo dopo passo. Il “suonare” viene molto prima del “parlare”. La sostanza prima di tutto. Confesso che comunque quella frase incriminata la ridirei senza alcun problema. Ripeto: temo che non sia stato capito quello che volevo dire, un po’ forse a causa anche del montaggio TV che è andato in onda, non saprei. Mi spiace solo essere passato per qualcosa che non sono.

Quando Fedez ha detto di non averti trovato particolarmente originale, hai tentato di rispondergli, senza successo. Noi però siamo curiosi: in cosa pensi che consista la tua originalità?

Ribadisco ancora che quella frase non vuole dire che mi sento un fenomeno o superiore agli altri. Anzi nel panorama della musica mondiale sono anche ben lungi dall’essere originale. Dico solo che in Italia di artisti (e in particolar modo solisti) che scrivono in inglese, che scrivono prima di tutto canzoni, con un piglio più esterofilo, e un certo tipo di attenzione per gli arrangiamenti ecc ce ne sono pochi o comunque faticano molto di più ad avere attenzione e arrivare a un circuito (mi si conceda il termine) più mainstream, come invece accade in altri paesi. Mi chiedo sempre come sia possibile che nel 2015, nell’era dei social e del web 3.0, ecc l’inglese sia ancora così un ostacolo in Italia, perchè nessuna major (ma anche diverse indipendenti) non abbiano il coraggio e la voglia di provare a investire su qualcosa di esportabile anche all’estero. ci sono tante realtà italiane che non sfigurerebbero a fianco di band americane e inglesi, per esempio. Qualcuna finalmente sta riuscendo a farsi notare anche fuori e spero sia un buon segnale per un cambiamento in futuro.

Vorrei prendere in prestito il titolo di un’altra tua bella canzone (Shine Without a Light) per chiederti: in Italia è difficile brillare di luce propria se non si è esposti ai riflettori dei palcoscenici giusti?

Direi che più o meno vale la risposta che ho dato appena sopra riguardo all’influenza dei media, di internet e dei social network, ma appunto è un discorso complesso e fatto poi di casi e situazioni molto differenti tra loro. Per esempio, nonostante tutto ormai è sempre più innegabile che gli artisti che invece fanno cose in italiano che vendono di più e riempiono più locali in Italia, a parte alcuni soliti vecchi giganti, arrivano tutti dal giro indipendente. E questa è un’ottima cosa.

An Harbor è un nome evocativo che si presta a più di una interpretazione: per Federico Pagani cos’è An Harbor?

An Harbor  è semplicemente il nome che ho scelto di dare al progetto musicale legato appunto ad alcune canzoni che ho scritto (e sto continuando a scrivere) in questo ultimo periodo della mia vita, diciamo da un paio di anni. Le radici e i significati dietro a questo nome sono molteplici. Letteralmente in inglese significa “Un porto”. Sono sempre stato affascinato tantissimo dal mondo del mare in generale e delle grandi esplorazioni in nave, quelle di fine dell’800 e i primi del 900, di cui magari leggevo sui libri da bambino e passavo le ore ad osservare le illustrazioni e le strane fotografie in bianco e nero. è sicuramente un immaginario che mi ha influenzato molto. Poi l’immagine del porto può avere diversi rimandi metaforici e da questo punto di vista lascio aperta e libera l’interpretazione. per me suggerisce il concetto di un luogo mentale/emotivo/spirituale in cui sentirsi a casa dopo un lungo periodo, bello o brutto che sia stato. Ma anche un obiettivo importante a cui tendere, un fine ultimo. Credo che poi ognuno sappia qual’è il proprio porto per se stesso. Come ultima cosa poi è capitato casualmente che mi accorgessi dell’assonanza tra An Harbor (scritto con questa grafia) e il nome della città di Ann Arbor, Mitchigan, molto importante per me per essere stata negli anni ’60 culla del movimento per i diritti civili, della New Left, del White Panther Party e di diverse band che hanno fatto la storia del rock e che io adoro alla follia, come MC5 e Stooges. Un significato in qualche modo politico ma allo stesso tempo anche decisamente romantico. E così il gioco è fatto.

In alcuni dei tuoi progetti passati (come Ieri e soprattutto Dyskinesia) la chitarra era a servizio di atmosfere dense, ricche, volutamente dissonanti. Nella tua nuova veste di An Harbor, invece, gli arrangiamenti sono decisamente più essenziali: chitarra acustica e voce. A volte occorre ritornare all’essenziale per potersi esprimere al meglio?

Da un certo punto di vista forse si. Almeno per me è stato necessario. Ho capito con gli anni che non c’è bisogno di buttare giù i muri coi volumi degli ampli per arrivare alle persone. Nel mio caso ho sentito che il modo migliore per me per dire le cose che volevo dire era tornare alla semplicità di una canzone fatta di pochi accordi, scritta con la chitarra acustica, dopo tanti anni tornare a cantare con la mia “vera” voce, quella più naturale. Tornato all’essenzialità pura ora sto ricominciando ad aggiungere cose, si sentirà molto negli arrangiamenti del disco.

Negli anni Sessanta il cantautore che si accompagnava con la chitarra era simbolo di una musica di protesta, profondamente calata nella realtà socio-politica del momento. Oggi invece il cantautorato sembra aver preso una piega ben diversa. Tu stesso in un’intervista hai parlato di questa tendenza ad un lirismo eccessivo che c’è al giorno d’oggi. La tua musica in quale categoria rientra?

Sì, sono assolutamente d’accordo. Io in qualche modo cerco di fare fondere lirismo e consapevolezza, inno corale. mi piace molto scrivere usando la seconda persona plurale. Nonostante viviamo in un’epoca in cui un’azione concreta per un cambiamento sarebbe auspicabile, se non proprio un dovere di molti purtroppo continuo a vedere attorno a me grande disimpegno e disillusione, soprattutto da parte delle generazioni più giovani. Nelle mie canzoni mi rivolgo spesso a un “noi” comunitario e di fratellanza. In un certo modo vorrei che tutti riuscissimo ad essere più lucidi su quello che siamo, da dove veniamo, che posto occupiamo nel mondo e mi piacerebbe che alcune mie canzoni fossero in grado di incitare le persone a riprendere in mano le proprie vite, essere più consapevoli, “liberarsi” da alcune “schiavitù” mentali e metaforiche che ci tengono sempre più legati, dall’ipnosi collettiva di internet e dei social network e ritrovare ognuno la consapevolezza del proprio posto nel mondo, tra le persone, e tornare a valori più semplici, importanti, antichi, ecc. Come forse scrivevo prima il mio punto di vista politico è da intendersi in un’accezione molto romantica e rock ‘n’ roll.

Un altro tratto che ti contraddistingue è il fatto di cantare in inglese. È un mero discorso di estendere il bacino di utenza o c’è dell’altro dietro questa scelta?

Prima ancora che una questione di scelta è proprio un fatto di spontaneità nella composizione. Paradossalmente mi viene più naturale scrivere in una lingua che non è la mia. quello che trovo davvero interessante nell’inglese è che permette di arrivare dritti al punto, parlare per concetti semplici ma fondamentali e farlo senza tanti giri di parole, rimanendo efficace e soprattutto molto musicale. Mi permette di raccontare le mie piccole storie nella maniera diretta che mi è più naturale, perché permette di parlare appunto di cose semplici rendendole incredibilmente potenti. Detto tutto questo ammetto che si, in modo probabilmente un po’ presuntuoso (questa volta davvero), mi piace l’idea di cantare le cose che ho da dire dire in una lingua che capiscono molte molte più persone rispetto a chi parla solo italiano…

Tra i vari artisti emergenti in cui ti sei imbattuto, chi faresti partecipare al tuo personale X Factor? Sentiti libero di sceglierne anche di presuntuosi.

All’X Factor vero e proprio nessuno (ride, NdR). A un ipotetico X Factor personale, fatto secondo le mie regole, ci sono tanti artisti che farei partecipare. Potrei dirti per primi Phill Reynolds, Nico e Le sacerdotesse dell’isola del piacere perché oltre ad essere artisti che stimo molto sono anche prima di tutto cari amici.

Quali progetti bollono in pentola nel porto di An Harbor?

Sto lavorando al disco proprio in questi giorni. in tanti si staranno chiedendo come mai non è ancora uscito niente, dopo questi mesi. i motivi sono stati molteplici e non starò qui a raccontarli. Nonostante tutto ora come ora penso sia stato un bene che sia passato tutto questo tempo, ho passato gli ultimi quattro mesi a suonare in giro per l’Italia e mi è servito molto per capire come giravano le canzoni, quali avevano più risposta dal pubblico, ecc ma soprattutto cosa volevo fare davvero. mi ha permesso di lasciare sedimentare la foga del momento di avere un disco a tutti i costi a favore di una maggiore consapevolezza di quello che davvero voglio fare. C’è un grande lavoro sugli arrangiamenti in questo disco, qualcosa di cui vado molto fiero e sento che mi rappresenta al 100%, molto di più di quanto avrebbe fatto un disco acustico, che è solo una faccia di tutto il mondo di cose che mi piacciono. Temo sarà un disco che lascerà sorprese molte persone, nel bene o nel male. spero solo che il pubblico che mi sta seguendo negli ultimi mesi avrà voglia di fare proprie queste canzoni, anche con questi nuovi “vestiti” più sgargianti. Ci ho incuriosito? Spero che al più presto potrete dire la vostra a riguardo.

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