Gerda – Dal Verme, Roma

gerda

19 marzo 2015

Premessa sincera. Prima del concerto non sapevo assolutamente chi fossero i Gerda. O meglio, sapevo che erano di Jesi, che l’amico che mi ha trascinato a sentirli conosceva il batterista, e basta. Nient’altro. Né che fossero attivi dal 1997 né che la loro discografia contasse quattro titoli, incluso l’ultimo Your Sister. E, ovviamente, neanche la devastante violenza sonora che riescono a generare sul palco. Colpevole d’ignoranza? Sicuramente. Ma che mi si dia almeno l’attenuante della curiosità, vostro onore.

A concerto (soprav)vissuto, se qualcuno mi chiedesse di spiegargli i Gerda – o meglio, di spiegargli la mia idea dei Gerda, azzarderei questo paragone. Un incrocio tra un autotreno sparato su una highway statunitense a oltre 200 chilometri orari e Dexter Morgan. Esatto, proprio lui, il protagonista dell’omonima serie TV. Il killer dei serial killer. Perché la loro musica possiede tanto la fisicità la compattezza e la voluminosità del primo, quanto la precisione e la pulizia del secondo – ricordate il modo accurato con cui strappava via la vita alle sue vittime? – doti, queste ultime, che le permettono di non deragliare e, allo stesso tempo, mantenere ritmi serrati. Serratissimi.

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate. Dovrebbero porla come monito in ogni luogo in cui i Gerda suonano. Perché la loro musica non dona redenzione. È anzi il viaggio di sola andata per l’Inferno. Fa sanguinare. È il sale sulla pelle squarciata. La polvere di Habanero negli occhi. Un martello pneumatico che percuote le orecchie. Una scarica di cazzotti in pieno volto. La gamba amputata senza anestesia.

La speranza, i marchigiani, la maciullano e, ai resti, appiccano fuoco.

E, al prossimo concerto, sarò io a fornirgli la benzina.

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