Alternative 4 – The Obscurants

Alternative 4 - The Obscurants

Alternative 4 - The ObscurantsCD/LP – Prophecy – 8 t.

Duncan Patterson, in seguito alla separazione dagli Anathema nel ’98, si è dato alla creazione di nuovi progetti quali Antimatter e Íon. I primi sono stati abbandonati dopo due album e i secondi sono totalmente quiescenti dalla pubblicazione di Immaculada, loro secondo lavoro del 2010. Tuttavia, già a partire dall’anno seguente, il bassista e tastierista di Liverpool si ripresenta al pubblico con una nuova creatura che chiama proprio come l’ultimo album degli Anathema in cui suonò: Alternative 4.

Passano quindi tre anni di lavoro dal debutto, The Brink, a The Obscurants. Tre anni in cui smussare certi spigoli, evitare la ridondanza dell’esordio e aumentare l’organicità delle composizioni stesse, troppo divise tra un’anima ipnotica, dark ambient, e una più post-rockeggiante. Ma, di fatto, nel 2014 i problemi sembrano essere sostanzialmente gli stessi, tanto che la traccia d’introduzione Theme for the Obscurantist non sembra discostarsi molto da quanto fatto nel 2011. L’unica differenza sostanziale risiede nel fatto che quello che prima si poteva definire post-rock ora si è trasformato in una sorta di rock vagamente psichedelico, nettamente più classico e nostalgico. Per il resto, gli undici minuti di Paracosm tutto sommato sono estenuanti tanto quanto i quattordici di The Brink (Reprise) che chiudevano il debutto. E anche riguardo alla coerenza The Obscurants non presenta alcun deciso passo in avanti, dilaniato com’è tra le diverse sfaccettature che la musica di Patterson ha assunto nel nuovo decennio – così che anche Dina, che si suppone debba assurgere a cavallo di battaglia dell’intero album, si perda nei suoi sette minuti tanto ipnotici quanto noiosi.

Alla fin fine, entrambi gli album hanno sostanzialmente gli stessi difetti e una manciata di canzoni che si eleva una spanna al di sopra delle altre tracce, sennonché Returning the Screw e Lifeline non riescono neanche a reggere il confronto con le brinkiane False Light e Still Waters, assolutamente ineccepibili. Probabilmente l’ago della bilancia è la voce di Mark Kelson, più dinamica e adatta a dare un po’ di brio alle composizioni, di per sé abbastanza statiche. Senza contare che sarebbe bastato togliere le due tracce finali di The Brink – o al massimo lasciare solo la seconda metà dell’ultima traccia, piacevolmente ipnotica e ripetitiva – per avere un album conciso, oscuro e movimentato al punto giusto. Dunque, al netto dei dieci minuti di cui The Obscurants si vede snellito rispetto al primo album, il risultato non è certamente all’altezza delle aspettative.

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