Colapesce – Teatro Quirinetta, Roma

colapesce

27 marzo 2015

La vita è solo una manciata di domeniche, nascondo le ore sotto al tavolo” (L’altra guancia).

A chi, mentre mi dirigevo al Quirinetta, mi ha augurato “buon divertimento” ho risposto “in realtà stasera non voglio divertirmi, voglio emozionarmi”. Perché, lo confesso, Colapesce mi emoziona. E tanto. È il mio cielo stellato in musica. E come tale, va ammirato in silenzio: canticchio tra me e me le sue canzoni, senza urlare in maniera sguaiata, e dentro vibro. Incantato. È il tocco di colore in un incessante scorrere temporale in bianco e nero. Il giorno di festa che vorresti non finisse mai. E pazienza se le sue canzoni ti lasciano sulle labbra un vago sapore amarognolo. Le emozioni sono emozioni e, se è vero che “neanche Copperfield può farle sparire“, è altrettanto vero che non ci sono solo quelle color arcobaleno.

Pazienza soprattutto se, a concerto finito, a saluti pronunciati, e a bis già suonati, quando l’ultima nota de Le foglie appese eseguita voce e chitarra – si spegne nell’etere, rimani impalato lì, in sala, nella speranza che qualcuno ricompaia da quel maledetto backstage e ricominci a suonare. E quando capisci che non succederà, ti avvi mesto mesto verso l’uscita. Perché cazzo non posso riavvolgere il nastro del concerto e riviverlo daccapo? Sì, avete letto bene, riavvolgere il nastro: da queste parti ci piace essere vintage.

Riavvolgere il nastro e riascoltare i pezzi di Egomostro, eseguito nella sua interezza, eccezion fatta per Mai vista (peccato) ed Esci pure. Riassaporare il suo spirito elettronico fatto di tastiere e sintetizzatori, conservato e riproposto in sede live ed esteso anche ad alcune canzoni dell’esordio, con risultati spiazzanti ma anche irritanti: Bogotà per esempio, ideale con un abito minimale e qui inutilmente bombata di groove, mi ha ricordato quel corpo che, perfetto nel suo essere filiforme, diventa sgraziato quando troppo muscoloso. (Ecco, qui magari il nastro lo mandiamo avanti velocemente). Apprezzare la ‘solita’ cover che fa capolino tra le note delle sue canzoni: questa volta la scelta è caduta su Mykonos dei Fleet Floxes. Godere di quei piccoli momenti di improvvisazione, come il sample di Toto Cutugno che ripete ossessivo Sono un italiano vero inserito per allentare la tensione musicale di Maledetti italiani, prima di virare verso la chiusura.

Saltare infine la lunga, snervante, attesa pre-concerto. Perché un’ora di ritardo rispetto a quanto previsto in cartellone, più mezz’ora di una non entusiasmante apertura, è sinceramente troppo. Decisamente troppo.

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