Cantico di guerra: intervista a Massimo Pupillo (Zu)

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Decifrare la complessità labirintica che si cela dietro alla creatura a tre teste Zu, attraverso una manciata di domande è, ovviamente, un tentativo di semplificazione un po’ forzato. Nonostante questo, il ritorno sulle scene e l’urgenza comunicativa di un disco forte, aggressivo, bellico, come Cortar Todo, non poteva che essere l’occasione giusta per un dialogo, rivelatosi profondo e denso di spunti di riflessione, con Massimo Pupillo.

Perché il ritorno sulle scene? In una parola.

Urgenza.

Cortar Todo, qual è il vostro rapporto con il creatore dello splendido quanto interessante artwork? Come siete giunti a lui e, soprattutto, quali sono stati i criteri per la scelta di questa produzione in particolare?

L’artista si chiama Sonny Kay ed è un vecchio amico di Gabe (Serbian, batteria, NdR). Aveva un’etichetta storica chiamata GSL ed ora fa copertine per band tipo Mars Volta, etc. Volevamo provare a comunicare qualcosa utilizzando un’estetica diversa, e l’essenza del disco è quella di un cambiamento di prospettiva, che mi sembra avvenuto sia nel contenuto che nel metodo.

Salta all’occhio l’utilizzo della lingua spagnola per il titolo. Perché?

Vivo in Perù da quasi due anni, il titolo del disco è qualcosa che mi ha detto una vegetalista, ovvero una maestra tradizionale dell’uso delle piante.

Parlare delle dinamiche interne ad un gruppo è una cosa sempre difficile, ancor più quando il gruppo in questione sono gli Zu. La vostra carriera (almeno, vedendola da una prospettiva esterna), è sempre stata caratterizza da radicalità e scelte totalizzanti, oltre ad uno spiccato ecletticismo. Come si riflette una creatura come gli Zu sulla vita dei suoi componenti?

Zu non è qualcosa che facciamo, esprime ciò che siamo. Quindi forse sarebbe più corretto dire che è la nostra vita a riflettersi nella musica. Non c’è separazione tra le due.

Quali sono stati i criteri che hanno portato alla ricerca, e quindi all’incontro/scontro con un batterista formidabile come Serbian?

Anni fa suonammo in tour coi The Locust e ricordo che Gabe ci colpì particolarmente. Quando abbiamo deciso di ripartire non avevamo dubbi che lui fosse la persona giusta. Inoltre era chiaro che volevamo radicalizzare il suono e spingerci oltre quello che già avevamo fatto.

Sempre riguardo Serbian, il suo bagaglio d’esperienza (come militante nei Locust, certo, ma anche come artista a tutto tondo) come ha influito sulle dinamiche del gruppo (non solamente a livello musicale)?

Gabe ora è un terzo della band quindi ha la stessa influenza mia o di Luca (T. Mai, sassofono, NdR). Ovviamente si porta dietro un forte bagaglio sia musicale che umano, che è molto simile al nostro. La cosa fondamentale per tutti è che la musica sia un mezzo di espressione, un veicolo per canalizzare determinate forze, e non un fine ad stesso puramente estetico.

Durante il periodo di assenza dalle scene, avete in qualche modo continuato la produzione musicale sotto forma di altri progetti (Germanotta Youth o Mombu, per esempio, senza contare le collaborazioni). Come vi siete approcciati a questo tipo di esperienza, come contenitore in cui traslare il suono Zu oppure come uno stacco netto? Inoltre, nelle ultime produzioni a nome della band (con la nuova formazione), come è cambiata la vostra visione musicale grazie a queste esperienze?

Personalmente nel periodo di assenza da Zu non ho suonato affatto, ho solo viaggiato. Credo di poter parlare anche per Luca dicendo che quello che mettiamo nella musica è intimo e personale e chiaramente è qualcosa che finisce anche in ogni altro progetto. Poi è chiaro che l’alchimia con persone diverse porta a far uscire aspetti diversi della musica in ogni altro progetto e questo probabilmente è il motivo principale per cui ci siamo imbarcati in così tante collaborazioni diverse. Ma probabilmente i cambiamenti umani e personali sono stati più importanti di ogni altro aspetto in questa nuova fase.

Cortar Todo è un disco immediato, a tratti aggressivo. Che cosa si nasconde dietro a queste caratteristiche? Evoluzione, deevoluzione, distacco con il passato?

Cortar Todo è un disco di guerra. Ci sono brani che sono stati pensati come veri canti di guerra. È la nostra risposta a quello che vediamo intorno e che sentiamo dentro. Io e Luca veniamo entrambi da anni parecchio difficili in cui per motivi diversi abbiamo dovuto richiamare e ricorrere a delle energie furiose per andare avanti. È un disco viscerale e istintivo, e quello che sacrifica all’ intelligenza lo recupera in furia.

La deevoluzione, il sentimento di nichilismo e autoditruzione, che traspare in Goodnight, Civilization ritrova in questa ultima fatica un proseguimento?

Quello che sento nella nostra musica, e che personalmente è la mia intenzione principale, è esattamente l opposto del nichilismo. È un modo di richiamare energie per noi e per l’ascoltatore. Sono le energie di cui abbiamo bisogno proprio per resistere al nichilismo e  al cinismo dilagante. Resistere e restare umani. Cito volontariamente Vittorio Arrigoni. Personalmente sono nel periodo meno autodistruttivo della mia vita, e proprio per questo noto ancora di più la distruzione che il genere umano sta compiendo sul nostro pianeta. Siamo in un limbo e continuiamo a vivere in un modo che non è più sostenibile ma facciamo finta di niente e continuiamo a ballare la dance e a riempirci la mente di cazzate. Per questo ora la musica deve suonare come le bombe tirate sulla coscienza. Perché siamo immersi in un sonno collettivo. Tutti intelligentissimi, e tutti ipnotizzati.

Zu e Italia. Prima cosa che evoca questa associazione è la collaborazione con La Tempesta per l’edizione di Goodnight, Civilization (così come altre produzioni anteriori). Partendo da qui quali sono i rapporti e i pensieri che evoca in voi questa associazione? Dal punto di vista musicale e non.

Zu e Italia è un grosso capitolo che forse è meglio lasciare fuori per ora. Comunque, La Tempesta ha pubblicato l’EP. È stato un consiglio di Giulio Favero e ci siamo trovati benissimo. Era da dieci anni almeno che non pubblicavamo nulla direttamente in Italia e ci sembrava una buona idea ripartire con la nostra storia dal posto dove proveniamo. L’etichetta è gestita con passione e trasparenza e queste sono le caratteristiche principali per noi quando vogliamo lavorare con qualcuno. Credo abbiano avuto anche un discreto coraggio a pubblicare un nostro lavoro, e davvero posso solo parlare bene di loro.

Sempre riguardo alla devoluzione accennata prima: traspare un rapporto particolare con natura, misticismo, tradizione, molto marcato in Goodnight, Civilization (viene in mente il cantico che chiude Easter Woman) e che si ritrova anche in Cortar Todo. Questi sentimenti hanno sempre accompagnato la storia degli Zu o sono il frutto del periodo di distacco dalle scene?

Se leggi i titoli dei nostri pezzi e ricerchi i loro significati troverai un filo conduttore che parte dal primo album ed è sempre stato lo stesso, semmai si è solo approfondito. Ma ripartendo abbiamo deciso di essere più diretti ed espliciti anche sulle nostre influenze e se così si può dire, sul nostro messaggio. Devi capire che proveniamo inizialmente da ambienti fortemente politicizzati. E purtroppo anche in ambienti anarchici c’è ancora un impronta culturale fortissima del materialismo e dell’illuminismo. Per cui certe pulsioni ed interessi sono sempre stati tenuti molto privati, come per un istinto di protezione. Ma crescendo forse una delle cose positive che accadono è che si ha meno paura di essere aperti e strani agli occhi degli altri, per cui abbiamo preso la decisione di essere più aperti anche su questo strato che poi è quello che più di ogni altro ha sempre nutrito la musica. Anche perché negli anni di iato abbiamo lavorato molto a livello personale su, diciamo, la nostra crescita spirituale, ed è normale che ora entri in quello che suoniamo.

Dal punto di vista dell’ascoltatore potrebbe essere quasi una domanda retorica ma quanto è importante l’attività live per gli Zu?

È fondamentale. La musica avviene dal vivo. È umana. È fisica. Invisibile, e viva. Per me è come se il disco fosse un documento, mentre il concerto è la persona in carne ed ossa.

Continua la fruttuosa collaborazione con Ipecac. Come si è evoluto il rapporto con l’etichetta e con il suo illuminato timoniere, Mike Patton, rispetto alle produzioni precedenti?

Si è creata una fiducia reciproca e una quasi quotidianità e condivisione sulle scelte pratiche che coinvolgono band ed etichetta, è come una casa in cui fortunatamente originalità e stranezza non sono solo tollerate ma incoraggiate. È qualcosa di raro e prezioso e di fatto il rapporto con loro ci da totale libertà su ogni aspetto della produzione, cosa per noi fondamentale.

Utilizzando anche la violenza della performance live come metro di paragone, il suono del trio appare molto più grezzo, immediato, impattante, scarno. Come si sviluppa la ricerca sonora e quali sono i punti di distanza rispetto al passato?

Non c’è distanza. È lo stesso percorso che va avanti. Per alcuni specie in Italia è uno shock che il disco sia così dritto ma se osservi la direzione della band negli anni noterai questo progressivo addrizzarsi e spogliarsi, processo che ora è arrivato ad un punto cruciale. Il fuoco principale è la ricerca sul suono. I materiali prima dell’architettura. Siamo così abituati a sentire musica in cui è la voce, il testo a veicolare un messaggio, che non riusciamo più a sentire il messaggio contenuto nel suono. È un messaggio preverbale, che oltrepassa la barriera linguistica e parla in profondità e interagisce con le cellule e con la struttura fisica. Per me esprime la parte di me che prova una furia totale ed assoluta per lo stato del pianeta, è il mio canto, e dentro c’ è tutto l amore ed il dolore che provo.

Foto di Danilo Giungato

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