Brönsøn – Qui nel baratro tutto bene

Brönsøn - Qui nel baratro tutto bene

CD – RBL Music Italia – 12 t.

Qualcuno, nella seconda metà degli anni ’90, sosteneva che il problema non risiedesse nella caduta, ma nell’atterraggio. Nulla di più vero, ora come allora, specie visto come il passare del tempo abbia portato ad un momentaneo stop da parte di determinati artisti dalle innate capacità, ed altri a dedicarsi a parentesi altrettanto degne. Ma è anche vero che, fuori dal lato cinematografico e più verso la sfera musicale e personale, dopo l’atterraggio risalire sia d’obbligo, faide o non faide di quartiere in mezzo. Ponendo al centro di tutto ciò Roma, una cantautrice come Lara Martelli rappresenta un lapalissiano esempio di quanto enunciato, e dietro la sigla Brönsøn si cela un prepotente desiderio di rimettersi in gioco, un senso di rinascita espresso già dal titolo dell’album in questione: Qui nel baratro tutto bene, una rinascita che non è solo quella dell’artista, a più di sette anni di distanza da Cerridwen, ma anche dei suoi compagni di viaggio, passati (Pierfrancesco Aliotta e Vieri Baiocchi, già presenti ai tempi di Orchidea porpora) e presenti (Giorgio Maria Condemi). È un disco dall’anima rock, in tutti i sensi, già dalla doppietta introduttiva Generazione-Provincia, un biglietto da visita colmo di sbalzi umorali facenti da perno a toni passionali prossimi a forsennate cavalcate, specialmente nel secondo caso, e dove il centro di tutto è situato proprio nella voce della stessa Lara, senza alcun dubbio uno degli archetipi della seduzione d’oggigiorno, in ambito musicale, ma anche della versatilità: che oltrepassi il labile confine che separa gli accenni post-rock di Inverno da ballate soavi ed avvolgenti come Contare, entrambe sorrette dal violino di un sempre ottimo Andrea Ruggiero, che si muova tra i riff pacati di Vittima e spigolosi di La felicità, che non disdegni gli accenni reggaeggianti di Luna o sia intensionata a tramutarsi in una PJ Harvey dalla veste stoner, quella di Rec & Play, senza nulla togliere all’incalzante sezione ritmica firmata Aliotta-Baiocchi, lontana dall’essere un mero contorno, come dimostrato in particolare da Avida, Les amants e Solo molotov. E nella conclusiva Chimera, adeguato sunto della sostanza che compone i Brönsøn, appare ulteriormente chiaro come i ragazzi non vadano considerati nell’ottica di supergruppo, bensì come la conferma di come una manciata di talenti, una volta trovale le energie al momento giusto, come dei vecchi amici, sappia cosa vuol dire trasformare una classica rimpatriata in una macchina da guerra solida e compatta. Qui nel baratro tutto bene: forse L’odio fuori dai quartieri, fuori dal bianco e nero.

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