Giardini di Mirò – Rapsodia satanica

Giardini di Mirò - Rapsodia satanica

CD/LP – Santeria – 6 t.

Il muto non-muto, nell’era del sonoro. Le immagini che, una volta animate dalla musica che scorre, mostrano una maggiore vita propria, entrando in sintonia. Dicotomia a primo acchito impossibile, eppure, da tempo, tramutatasi in realtà in innumerevoli circostanze, rivelando in altrettante occasioni i suoi pregi. Se, in tempi recenti, viene da pensare ai Pet Shop Boys e Sergej Ejzenstejn (Battleship Potemkin), o agli Air e Georges Méliès (Le voyage dans la lune), in Italia, tornando al 2009, un discorso a parte va fatto per i Giardini Di Mirò e la loro rilettura di Giovanni Pastrone ed il suo Il fuoco. Una scelta di tutto rispetto, indubbiamente, e tornare su quei passi per la stesura di un nuovo disco, dopo le parentesi in primis da parte di Corrado Nuccini (Vessel) e Jukka Reverberi (Crimea X), non costituisce nè una novità né una casualità, e certamente non è cosa sgradita, specie se alla figura di Pina Menichelli si sostituisce quella di Lyda Borelli ed a Pastrone Nino Oxilia. Rapsodia satanica, a cinque anni di distanza, non è solo un nuovo album in studio, ma un lavoro dove il risultato scinde dal concetto basilare di numerologia, per il modo in cui risulta suddiviso in parti, rivelando un ordine tanto apparentemente casuale quanto in realtà correlato allo stato delle cose, all’ossatura del film, alle intenzioni di Oxilia dopo nemmeno un secolo. Ad ogni composizione corrisponde un momento cruciale, l’immedesimazione nelle azioni dei protagonisti e dei personaggi secondari all’interno della pellicola, passando da .I, il brano più post, al blues di .III, che, con la sua armonica spiritata, strizza l’occhio a certe sonorità tex-mex, tracciando minuziosamente i particolari prima di Alba D’Oltrevita e poi di Mefisto, mentre .VII è una trasformazione funerea, lenta e sospesa, medievale, devota a certa tradizione teatrale, per certi versi cara al gruppo di Cavriago, attraverso cui raggiungere le note di pianoforte, la linea di basso, il violino al centro della disputa di .XIII. E se .XVII, se da una parte rivela un ritmo incalzante, degna rappresentazione di un momento cruciale, dall’altra sembra rivolgere uno sguardo alla trance, al drum’n’bass, al chill out, una strada in evidente contrasto con l’inferno verso cui è diretta, rappresentata dagli otto minuti, tra ambient ed isolati vagiti noise, di .XXI, un coacervo di voci dannate che incarnano una vecchiaia che riprende il posto di una giovinezza tanto agognata e poi perduta, che anticipa i lenti rintocchi di una campana simboleggiante la venuta della morte. Ed appare più che mai evidente, anche dinanzi ad un triste epilogo, il fatto che Rapsodia satanica acquisti nuova linfa vitale, confermando i Giardini di Mirò come un gruppo la cui personalità, disco dopo disco, finisce per rafforzarsi ulteriormente. Per un’opera che merita fortemente di essere riscoperta, vista ed ascoltata.

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