Richard Benson – L’inferno dei vivi

Richard Benson - L'inferno dei vivi

CD – INRI – 8 t.

Urge una doverosa premessa, prima di qualsiasi considerazione attorno al nuovo album dell’istrionico Benson: Richard non si discute, si ama.

Quest’uomo, cui si deve, tra le tante cose, il merito di aver finalmente sputtanato il vibrato neomelodico di James LaBrie, ha davvero coltivato le coscienze musicali di migliaia di giovani metallari degli anni ’90. Richard, colui che disse che Fassino, in confronto a Steve Vai, sembrava il ritratto della salute, ha sempre messo in luce il parere del metallaro della strada, quel giudizio privo di fronzoli ed ipocrisie, dissacratorio e spudorato. Le sue chicche, i suoi aneddoti, i tormentoni, le urla, i dischi lanciati contro la telecamera, hanno aiutato a costruire un’immagine severa ma giusta di un guru borchiato dalla saggezza mitologica, capace di riconoscere l’altrui talento come di distruggerlo, con puntiglio, acume ed un pizzico di cattiveria.

Ma veniamo al suggestivo L’inferno dei vivi (INRI), nuova perla del vecchio conduttore di Ottava nota,  prodotta da Federico e Francesco Zampaglione (Tiromancino). Lontano anni luce dal progressive dell’esordio col Buon Vecchio Charlie, ben distante anche dall’exploit solistico del ‘99 (Madre tortura), Richard ci offre un’esperienza di mistica musicale, concependo una sorta di droga sonora, una colata di pedagogia bensoniana finalizzata a scorgere i panorami oscuri della vita psichica del nostro autore, ma anche di fornire un quadro esegetico dell’uomo del nuovo millennio.

Richard non è pazzo, e la sua è teologia infernale.

Le sue parole sibilano verità sulla natura del male, ed una spiegazione di alcuni dei leitmotiv della sua poetica mediatica. La parte strumentale dei suoi otto brani si altalena  tra gli arpeggi della colonna sonora di Diablo 2, e il più retrò tunz tunz da batteria elettronica, fornendo occasione all’opera per sfuggire dal torpore e dalla valenza claustrofobica delle misere etichette dei critici.

Lo abbiamo visto tante volte urlare, a squarciagola, il monito “Vi dovete spaventare!”, ma mai come in questo album tale concetto viene esplorato e sistematizzato in una vera e propria critica sociale, una bastonata in faccia all’opalescente inedia dell’uomo moderno, spento di fronte ad una televisione accesa, un morto che si trascina nella vita, che ha scelto di non essere, e di prender parte alla schiera degli ultimi.

Citando le parole illuminate di Richard, “Io sono il messia, che porta necrofilia“, si possono trovare le coordinate per tracciare il cammino di uno Zarathustra post-moderno, le cui metafore non potranno che indicarci l’alba di un nuovo uomo, capace di regnare su questo inferno dei vivi, senza più subirlo passivamente.

Un disco che tutti coloro che apprezzano Richard dovrebbero avere e custodire gelosamente,  magari tra il fico sacro e la mandragola, al sicuro dai temibili nani. A proposito: li avete visti?

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